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Basket, l'eredità di Hackett: ''Da Los Angeles a Siena, sono pronto per la Nba''

Parla l'mvp dell'ultima finale scudetto. Passato, presente ma sopratutto futuro: ''Non sarà solo il figlio di una star''
di STEFANO VALENTI

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PESARO - Appena alzato il secondo trofeo da Mvp nella finale scudetto s'era catapultato qui, a insegnare basket ad un manipolo di ragazzotti. Sfide di 3 contro 3 targate Red Bull, chi perde giù per dieci flessioni. E Daniel sempre a pompare coi perdenti. Il seminterrato del Cristo Re è una palestrina coi segni del tempo: muri scrostati, macchie d'umidità, tubi a vista. Un set di una storia da film e quella di Daniel Hackett lo è. Anno 2003. Rudy, il padre, lo vuole a Los Angeles e non solo per farne un giocatore. "Il basket era un obbligo, ero il figlio di Hackett. Né stimolo, né felicità. Ed io attratto da altro, dai 12 ai 15 anni ho rischiato di perdermi, cattive compagnie. Qualche amico vero m'ha riportato in pista".
Ci racconti di quella svolta, Hackett.
"Portai al campetto il pacco arrivato dagli Stati Uniti. Dentro, scarpe da basket e una lettera di Rudy. "Vieni qua, a studiare e giocare". Risi coi ragazzi. Tre mesi dopo ero sull'aereo ".
Lasciando qui mamma Katia, "la mia migliore amica". Ma può essere?
"È un rapporto particolare. D'amore e di confronto diretto, con momenti difficili. In un brutto incidente d'auto rischiò la paralisi. Poi la separazione da Rudy. Ma pure lei mi disse "vai"".
Madre italiana, genìa multietnica. Il basket. Pesaro. È il Myers del terzo millennio?
"No, sono solo l'altro Hackett, figlio di un'altra era".
Tra liceo ed università Hackett era l'americano o l'italiano?
"Il figlio di un americano. Con un "funny accent". Pesarese".
Quando ha capito che la scelta stava pagando?
"Quando al college coach Floyd mi disse: "Non so in quale Lega, ma tu giocherai da pro e per parecchio. La vita offre a tutti un talento, ma non basta. In Italia ero un tronchetto, con Rudy iniziai a farmi il fisico. "Gli europei sanno giocare, ma non sono atleti", dicono in America".
Consiglierebbe il percorso ad un giovane italiano con mezzi da affinare?
"Servono forza e spensieratezza. Sei un outsider, devi guadagnarti rispetto. Ora c'è Della Valle ad Ohio State, si farà".
E lei dove è arrivato, oggi?
"Voglio essere un vincente. Siena era perfetta per misurarmi. Ora vediamo da dove ripartirò. Bisogna sempre alzare gli obiettivi".
Ricorda come commentò in febbraio il suo desiderio di NBA?
"Sì. Non Bravo Abbastanza ".
Possiamo tramutarlo in "Non Basta Ancora"?
"Mi sento pronto, per dieci minuti da cambio del play".
L'hanno invitata alle Summer League.
"Ho rifiutato, preferendo lavorare con mio padre a Los Angeles, per rimettere assieme i cocci".
Ed ha avvertito qualche scricchiolìo.
"Sono tornato per fare le risonanze. Un calcagno fa di nuovo male".
L'NBA o un'Eurolega ad alto livello?
"Una squadra da Final Four è un obiettivo. Se lo sono io per loro".
Ma resta il contratto con Siena fino al 2014.
"Io sono un giocatore di Siena. Stanno bussando alla porta, valuteremo. Oggi dico 80% Siena, 20% tra NBA ed Europa".
Milano la voleva un anno fa, ora non è più interessata.
"È giusto che l'Olimpia si dìa una sua impronta. Ma se fossi stato free agent avrebbero detto cose diverse ".
Hackett è "il nemico": di Milano, Varese, Roma. Le piace?
"In campo non mi tiro indietro, se c'è da giocare duro o esultare. Ma sono stati i playoff di tanti italiani che si sono conquistati rispetto".
È un duro o è una maschera? Come quella che la costrinse a cibarsi per un mese e mezzo con una cannuccia, perché Mayo le ruppe la mandibola?
"È una ferita ancora aperta, quel gesto mi ha devastato dopo l'anno da rookie a USC. A novembre tornai che ero uno stecchino, imbarazzato dalle viti che uscivano dalla faccia. Mi piacerebbe ritrovarlo in campo".
Prima ci saranno gli Europei.
"Peccato per il Gallo. Però c'è Beli. E Bargnani vale 20 punti. Tanti arrivano dal miglior anno in carriera: io, Aradori, Cinciarini, Gentile, Polonara. E Datome ha firmato coi Pistons".
E lei, li fa gli Europei?
"Sarò al raduno. Farò fisioterapia, potrebbe servire un mese, spero meno".
Per il quintetto degli italiani da NBA manca solo il play.
"Dallas mi voleva subito dopo la finale. Ma ero cotto. Il dialogo resta".
Intanto l'americano in azzurro c'è: Travis Diener.
"Controlla le partite, segna quando vuole, è un passatore fenomenale. Se trova l'intesa col Mago...".
Se LeBron James ha portato il suo talento a South Beach, il suo è nato sulla spiaggia di Pesaro.
"Certo. Dopo essere stato barista, driver e cameriere".
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