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Basket, Bianchini: "Il nostro era uno sport innovativo, ora dorme"

Il 'Vate' della pallacanestro italiana analizza il momento della palla a spicchi il giorno dopo il 'Basket Day': "Il messaggio della giornata deve trasmettere orgoglio e fiducia, ma bisogna guardare avanti: la nostalgia è una pessima consigliera. Il settore dei giocatori è quello che soffre di più"
di STEFANO VALENTI

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ROMA - Valerio Bianchini, il Basket Day voluto dalla Fip ha celebrato successi azzurri di ieri e di oggi. I medagliati di Nantes '83 ed i campioni d'Europa dell'Under 20. E la Hall Of Fame che diventa sempre più ricca di glorie.
"Viviamo un periodo nel quale anche la pallacanestro, che a lungo ha portato solo innovazione nel mondo dello sport, è caduta in un grande sonno. Travolta da grandi avvenimenti come la Legge 91, la Bosman e la caduta del vincolo, la globalizzazione del mercato dei giocatori. Siamo stati quelli dei playoff, dell'instant replay, della competizione che sa essere spettacolo. E della nostra Hall Of Fame mutuata, certo, da quella americana. La giornata di ieri rappresenta una promozione forte: ancora di più per essere stata ospitata dalla casa dello sport, il Coni".

Ma quello della memoria storica è ancora un valore attuale, di questi tempi?
"La celebrazione del passato non va confusa con quella dei defunti. Si è parlato di una pallacanestro che sapeva stare al vertice, sul piano tecnico ed organizzativo. Un messaggio che deve trasmettere orgoglio e fiducia".

Gli eroi della pallacanestro di ieri come sono percepiti da quelli di oggi?
"Non c'è molto posto, per loro. I ragazzi sono molto presi dai miti NBA, il basket oltre al problema economico ha anche quello di comunicazione, non riesce a trasmettere il senso del mito. Gli eroi vanno narrati. Come fu per quel bacio al pallone di Caglieris. Invece si parla solo di tecnica, anziché di personaggi. Forse non li andiamo a cercare. Ma ci sono".

Se si parla di tecnica è perché gli speaker della pallacanestro sono principalmente gli allenatori.
"In tempo di crisi il compito è degli allenatori è quello di mantenere alta la qualità. Se gli allenatori abbassano la loro, rinunciando a mettere le squadre in mano ai loro playmaker, il danno è grave. Non ci si sforza più di fare squadra. Spezzo una lancia: il loro lavoro è reso difficile dalla libera circolazione e dall'instabilità costante dei roster".

I dirigenti, gli allenatori, i giocatori. Qual è il settore maggiormente in sofferenza?
"Quello dei giocatori, che una volta facevano la fortuna dei club giocando per loro o perché ceduti. Alcuni si fecero il palasport vendendo il pezzo buono. Si è partiti dalla libera circolazione dei comunitari, poi divenuta quella di tutti gli europei. Poi abbiamo scoperto che sono equiparati anche quelli dei paesi dell'area Cotonou. E quindi il mercato dei passaporti".
Morale?
"E' molto più comodo prendersi uno straniero che crescere un giocatore del vivaio. Una contrapposizione micidiale, pagata duramente. Assieme alla lunga assenza di grandi risultati della Nazionale".

Che legame c'è tra crisi economica e crisi di idee?
"Esiste, pure se non dovrebbe".
Però, tornando agli allenatori, va detto che la qualità umana a loro disposizione non è spesso di primo livello.
"Noi abbiamo vissuto l'epoca irripetibile dell'NBA di Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan. Neanche l'NBA è capace di riprodurre quel talento, tutto assieme. Oggi anche il loro livello è più basso. La forbice c'è, ed è aumentata pure in Europa. Con la differenza che qui si cambiano giocatori, riempiendosi di stranieri a costo basso, come la loro qualità".

Cosa accade in una squadra di oggi, di quelle con molti stranieri?
"Che i giocatori americani tendono a seguire le filosofie di gioco NBA. Ma senza averne il livello tecnico o atletico. Eppure gli allenatori hanno preso la deriva di andargli dietro. Ma un conto è affidarsi al playmaking di Diamantidis e Zisis, ed un altro è affidarsi a ragazzi che vengono dal College e ne fanno bene una su due".
E' la fotografia di ciò che vede sul campo?
"Vedo squadre che dopo due mesi di campionato non hanno ancora una loro identità di gioco. Ma faccio fatica a trovare punti d'incontro tra il concetto di squadra ed il gruppo di giocatori che va in campo".
Se poi sono buoni, i giocatori, se ne vanno.
"Solo Siena, negli anni, ha avuto i mezzi ed ha saputo utilizzarli nel modo giusto. Difendendo i suoi giocatori dal mercato, dando loro fiducia, così come ai suoi allenatori. Un esempio molto poco seguito da chi ha continuato pervicacemente a cambiare ogni anno, se non due volte nello stesso anno".

Cosa l'ha colpito dei ragazzi d'oro dell'Under 20?
"La taglia fisica. Decisamente inferiore a quella della Nazionale di Nantes. Quelli erano tutti grandi e grossi. Qui non c'è un centro. Ma del resto non si gioca più in post basso, ma solo pick and roll. E se sei grosso è una sventura. La Nazionale ha vinto dando la palla in post basso".
Si vive anche di tiro da 3, Bianchini.
"Il tiro da 3 detta una legge sovrana: chi l'azzecca, vince".
E' stata pure allontanata, la linea, ma gli effetti non si vedono.
"Darwin ha spiegato come l'uomo sia stato capace di adattarsi a situazioni anche impervie, pur di sopravvivere. E ce l'ha fatta. Figuriamoci se non era capace di tirare da 3 mezzo metro indietro".

Manca un messaggio positivo, dall'analisi.
"No, uno ce ne è: la nostalgia resta una pessima consigliera".
 
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