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Basket, Bulleri tiene in alto Brindisi.
''Sudore e niente puzza sotto il naso''

Il play toscano, capitano dell'Enel capolista, indica la strada da seguire: ''L'obiettivo sono i play off. Finora abbiamo preso un buon voto, ma conta avere una bella pagella alla fine''
di ANDREA TUNDO

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ROMA - Domenica scorsa, dopo la vittoria contro Sassari che ha consacrato l'Enel Brindisi regina d'inverno, sugli spalti del PalaPentassuglia qualche tifoso pugliese si è pure commosso. Follie di una città che vive il basket in maniera sanguigna da oltre cinquant'anni ma così in alto, prima tra le prime, non aveva mai neanche pensato di poterci arrivare. E anche nel manipolo di giocatori-operai al servizio di Piero Bucchi nessuno è abituato a respirare l'aria d'alta quota. Tranne uno: Massimo Bulleri, 36 anni, ex playmaker della Nazionale e della Treviso dei tempi d'oro. Arrivato in estate e subito investito del ruolo di capitano di un gruppo capace di chiudere il girone d'andata con lo stesso numero di vittorie (undici) messe insieme in tutta la scorsa stagione. Un risultato valso la testa della classifica, dove erano attese Milano e Sassari. La prima da affrontare domenica - in trasferta - con un Hackett in più (non incrociato in maglia Siena); l'altra appena battuta in casa.

Massimo Bulleri, domenica contro Milano inizia un'altra Serie A?
"Sì, e questa volta l'Olimpia arriverà prima. E' la partita più dura che potesse capitarci in questo momento. Tra giocare in casa e farlo in trasferta c'è una grande differenza (Brindisi ha battuto Milano, Cantù, Siena e Sassari sul proprio campo, nda). E poi occhio al mercato che cambierà gli scenari".
Aspettando Milano, il vostro exploit ha sorpreso proprio tutti.
"I pronostici li conoscevamo, noi siamo stati bravi a sovvertili. E di questo siamo fieri e orgogliosi. Abbiamo preso un buon vuoto di fine quadrimestre, ma conta avere una bella pagella finale: promossi e bocciati si vedono a maggio".
Quali le chiavi del primo posto?
"Abbiamo fame e ci sono tanti giocatori che vogliono stupire. Tutti stiamo mettendo al servizio della squadra questo desiderio individuale lavorando duro in settimana, prendendo un tiro in meno e non avendo come prima ambizione rimanere in campo per 38 minuti. In questo siamo stati encomiabili, quasi perfetti".
Cosa serve da qui alla fine della stagione regolare?
"Sudore e zero puzza sotto il naso. Dobbiamo essere realisti, pragmatici e umili. L'importante è entrare nei playoff. Pensare di arrivarci in testa o nelle prime quattro posizioni sarebbe un errore clamoroso".
Da testa di serie numero uno andrete sicuramente alla Final Eight di Coppa Italia. Lei ne ha vinte quattro. L'ingrediente da portare al Forum di Assago dal 7 febbraio.
"La fortuna, come sempre. Con tre partite in tre giorni non vincono necessariamente i più forti. Bisogna essere capaci di giocare sotto pressione, da favoriti. Servono freschezza mentale e leggerezza nell'approccio alla gara".
Delle altre sette squadre che si contenderanno il trofeo ne avete battute sei: qualcosa vorrà pur dire.
"C'è più merito in quei sei successi che in un eventuale trionfo in Coppa Italia. Se le vittorie sono spalmate nel tempo vuol dire che sei stato continuo".
Nel frattempo, lei a 36 anni è ancora in testa...
"Sono sorpreso ma non faccio voli pindarici. Meglio vivere alla giornata e avere la consapevolezza che tra qualche settimana potremmo non essere più la prima della classe. Probabilmente sarà così, ma vorrei che tutti si ricordassero di quanto abbiamo fatto finora".
Diciotto stagioni di Serie A alle spalle. Come è cambiato il campionato?
"E' più equilibrato verso il basso. Guardate da quanto tempo un'italiana non vince in Europa: non esprimiamo più continuità ad alto livello portando una o più squadre nelle Final Four di Eurolega. Fino a dieci anni fa in Italia arrivavano giocatori che avevano fatto bene in Europa per compiere l'ultimo passo prima del passaggio in Nba. Oggi il percorso è inverso".
Conta solo la componente economica?
"In buona parte, ma non solo. Potremmo usare idee e strategie nuove. In giro purtroppo non ne vedo. In Spagna e Turchia le squadre hanno una forte componente indigena e attorno a quel nucleo costruiscono, lasciando che la stessa guida tecnica plasmi la creatura per quattro, cinque anni. E' stato il nostro modello fino ai primi anni del 2000. Ora arrivati a giugno non si sa neanche chi si ripresenterà ai nastri di partenza a settembre".
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