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Basket, Daniele Cinciarini: "Montegranaro ha tanto cuore. Il mio futuro? Un club che mi faccia giocare"

Il fratello, Andrea, pilota Reggio Emilia e Nazionale. Lui guida la Sutor , la squadra che non s'arrende mai, da top scorer italiano del campionato: "La salvezza non è ancora raggiunta. Vorrei una squadra che mi faccia divertire, il resto viene dopo"
di STEFANO VALENTI

3 minuti di lettura
ROMA - Sentirsi un po' eroe, e non solo per una serata da 24 punti contro Brindisi. Semmai col desiderio di svegliarsi e dire "questo anno è solo un brutto sogno".
Daniele Cinciarini, capitano della Sutor Montegranaro, quale delle due?
"Un misto di tutto. Una mezza favola, un miracolo non ancora raggiunto, una realtà che resta complessa. Ma tanto cuore".
La storia non è originale, quanto replica di altre in tempi recenti. Club in sofferenza finanziaria, squadra che si compatta.
"Non è corretto dire che ci siamo compattati adesso. Il gruppo c'è sempre stato. Semmai adesso siamo tutti più consapevoli della situazione. E' tutto chiaro".
Ad occhi esterni, che siete una squadra. Non sempre accade, pure nell'agiatezza di chi vive e gioca per club più sani.
"Mi piace dire che la squadra è figlia della crescita del gruppo italiani, ragazzi come Mazzola e Campani. Ora hanno più minuti, si sentono più coinvolti e sanno tenere alta l'intensità sul campo. Via gli americani, la partita con Brindisi ha segnato un po' l'inizio della grande occasione, da qui alla fine. Chi vuole, ha spazio per sfruttarlo".

Avete battuto la seconda in classifica, come si fa?
"Conosciamo i nostri limiti: talento e tutto il resto. Ma il cuore ti porta davvero oltre l'ostacolo.
Brindisi farà ancora strada, è un bel gruppo, sono preparati, ben allenati. Ma noi abbiamo Recalcati".
Battete Brindisi e Cremona vince a Pesaro. Il miracolo-day s'è avvicinato un bel po'.
"Per Pesaro la sconfitta è stata una mazzata. Ma è ancora lunga".
Gli intrecci infiniti della lotta per non retrocedere: è Pesaro contro Montegranaro, la decide un allenatore marchigiano di Porto San Giorgio, Pancotto, che alla guida di Cremona espugna il parquet della Vuelle. E lei è pesarese, nato a Cremona, gioca nella Sutor. Dopo averlo fatto nelle altre due.
"Dispiace che siano le due marchigiane a dover lottare fino alla fine per non evitare di retrocedere. Per noi che giochiamo a Porto San Giorgio, la vittoria di Pancotto è curiosa. Ma prima aveva vinto da noi, quindi è stato corretto".
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La quotidianità è nota. E nella carriera di Daniele Cinciarini dove la mettiamo questa tappa alla Sutor, a 15 di media, top scorer italiano del campionato davanti ad Aradori?
"Ogni esperienza insegna qualcosa. Questa mi ha confermato ancora di più quanta passione ho per il basket. E quanto sia migliorato sul piano mentale, imparando a mettere da parte i problemi e far valere la passione. Gioco da quando avevo da 5 anni, ne ho viste tante, ma non si smette mai di imparare".
Ne viene fuori quasi un ritratto fatto di positività.
"Perché no. Mi scopro con la forza di venir fuori dai problemi. Ho il mio spazio in un torneo dove giocano tanti stranieri e pochi italiani. Io sono tra questi. Capitano della squadra".
Cosa deve a Carlo Recalcati, guida tecnica, umana e pure mediatica del vostro quotidiano?
"L'essere riuscito a dimostrare in pieno le mie potenzialità. Partendo dai limiti. E questo perché posso giocare che è l'unica strada per una crescita. Sono partito a 17 anni, in doppio tesseramento in C2 ed allenandomi con Pesaro in Serie A. Bene la teoria, ma se poi non fai pratica impari a metà".
L'immagine della sua carriera?
"Poca fortuna, alcuni infortuni. E tendenzialmente uno un po' sottovalutato. Non fa piacere, ma ti costringe a migliorare sul piano mentale. O ti arrendi o lotti. Ho lottato".
Uno sottovalutato ha un rammarico legato al suo percorso?
"L'anno del salto vero in A, il contratto con Roma. Ho tentato, è stato un azzardo, è andata male. Ero affascinato dal prestigio di quella situazione, allenarsi con Hawkins e Bodiroga. E l'Eurolega. Però è anche vero che da lì nacque l'occasione di Biella, un posto dove si può lavorare bene e gli italiani ne vengono sempre valorizzati".
Detto di Roma, resta Pesaro, la sua città.
"Chiaro. Speravo avessero fiducia in me. Un pesarese che gioca a basket spera di giocare nella sua città. E se va a maturare da altre parti, il sogno è sempre tornare. La fiducia in me l'hanno avuta in tante altre parti, come Avellino, Cremona, Montegranaro. A Pesaro no".

Quanto della sua esperienza è stata utile per Andrea, sua fratello?
"Il nostro background familiare è stato prezioso per entrambi. Hanno giocato a basket i nostri genitori. E pure i nonni. Con Andrea ho un ottimo rapporto. Parliamo molto, è un ragazzo intelligente, ha visto me fare la carriera, mi ha sempre chiesto. Il mio rapporto controverso con Pesaro lui l'ha vissuto a Cantù. E' vero che bisogna farsi trovare pronti, la ruota gira: per lui è arrivata Reggio Emilia. Come per Daniel (Hackett), un altro cresciuto con noi al campetto".
La sua è girata sulla ruota di Montegranaro o deve ancora girare?
"Non lo so. Vorrei solo avere davanti a me un club con la voglia di continuare a valorizzarmi. Non sono un fenomeno, ho limiti e potenzialità. Ed una sola richiesta: giocare. Non sono uno che aspetta che le cose accadano. Ho preferito costruirmi, in cambio chiedo spazio. Se gioco, mi diverto. Se mi diverto, il resto è secondario. Soldi compresi".

Che sensazione si prova andando in palestra chiedendosi "chi ci sarà, oggi, ad allenarsi?".
"Mayo ha avuto l'opportunità di Roma, ed il suo buyout sarebbe venuto buono anche per noi. Ma fino all'ultimo è stato dei nostri. Ha sempre parlato con noi, è un ottimo ragazzo. Skeen è giovane, si sentiva a disagio. Ma posso dire che se non ci fossero stati problemi, sarebbero rimasti tutti. Con loro, dopo la vittoria di Varese, eravamo noni. Questo non se lo ricorda più nessuno, peccato".
 
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