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Basket, Boniciolli e la Fortitudo di nuovo insieme. ''Chi l'avrebbe mai detto''

Dopo due anni in Kazakistan è successo quello che mai si sarebbe aspettato, riprendere il timone di una squadra con cui ha sfiorato lo scudetto e che ora ritrova in serie B. ''Chi mi ha dato tempo di lavorare non è rimasto mai deluso. Movimento in crisi? Abbiamo risorse enormi, ma non possiamo essere felici per un ottavo posto all'Europeo''
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ROMA - Dopo due anni in Kazakistan, arricchiti da due titoli vinti con l'Astana e dall'esperienza alla guida della nazionale, Matteo Boniciolli, che lontano dai confini italiani si era fatto già apprezzare ad Ostenda in Belgio, aveva deciso che la sua carriera sarebbe continuata all'estero. Mai, a quasi 53 anni e con un curriculum di tutto rispetto alle spalle (promozione in A con Udine, Coppa Italia e allenatore dell'anno ad Avellino, Eurochallenge alla Virtus Bologna) si sarebbe aspettato che le strane strade che a volte prende la vita lo avrebbero riportato a Bologna, sulla panchina di una Fortitudo già guidata nel 2001 (finale scudetto persa con Treviso) e che ora ha puntato su di lui per uscire dall'inferno della serie B e ritrovare finalmente un posto al sole dei canestri. "Mai e poi mai, ma non solo. A 53 anni e con qualcosa di buono fatto in carriera mai avrei pensato di scendere in quarta serie. Con tutto il rispetto per la quarta serie …
ROMA - Dopo due anni in Kazakistan, arricchiti da due titoli vinti con l'Astana e dall'esperienza alla guida della nazionale, Matteo Boniciolli, che lontano dai confini italiani si era fatto già apprezzare ad Ostenda in Belgio, aveva deciso che la sua carriera sarebbe continuata all'estero. Mai, a quasi 53 anni e con un curriculum di tutto rispetto alle spalle (promozione in A con Udine, Coppa Italia e allenatore dell'anno ad Avellino, Eurochallenge alla Virtus Bologna) si sarebbe aspettato che le strane strade che a volte prende la vita lo avrebbero riportato a Bologna, sulla panchina di una Fortitudo già guidata nel 2001 (finale scudetto persa con Treviso) e che ora ha puntato su di lui per uscire dall'inferno della serie B e ritrovare finalmente un posto al sole dei canestri. "Mai e poi mai, ma non solo. A 53 anni e con qualcosa di buono fatto in carriera mai avrei pensato di scendere in quarta serie. Con tutto il rispetto per la quarta serie sia chiaro" racconta Boniciolli. Che in una lunga chiacchierata con repubblica.it racconta come è nato questo ritorno toccando tanti altri argomenti, dalla nazionale al rilancio della pallacanestro italiana.

''ORA POSSO SCEGLIERE'' - "Sono in serie B perché mi hanno chiamato dalla serie B. Dopo l'esperienza in Kazakistan, dove ho avuto la fortuna di essere parte di un programma molto ambizioso e molto appassionante, sono arrivato ad un'età e ad un percorso della mia carriera dove posso permettermi di scegliere. Ho ricevuto delle offerte in questo periodo di inattività, ma solo per risolvere qualcosa che non funzionava. Cosa che in passato ho fatto, anche abbastanza bene. Adesso onestamente aspettavo che qualcuno mi chiedesse di legarmi ad un periodo, per costruire un percorso da un punto A a un punto B. Si arriva ad un momento in cui ognuno deve capire cosa sa fare meglio del proprio mestiere. Io ho capito che la cosa che so fare meglio e che mi piace di più è prendere una squadra da un punto e lasciarla ad un punto superiore. L'ho fatto ad Udine, al mio primo incarico di capo allenatore. Eravamo in A2, conquistammo la promozione e l'anno successivo facemmo i play off e lasciai la Snaidero qualificata per le coppe europee. Ad Avellino presi una squadra ripescata in serie A dopo la retrocessione, dopo un primo anno in cui salvammo la squadra me ne andai l'anno successivo con il terzo posto in campionato, la qualificazione in Eurolega e la coppa Italia in bacheca. E poi ad Astana dove mi scelsero proprio per questi motivi".

''PERCHE' LA FORTITUDO'' - "Quando la Fortitudo mi ha cercato, dopo la sconfitta di Udine, dissi di no perché la mia idea era di accettare incarichi a breve solo all'estero, dove pensavo di continuare a lavorare. Ero stato contattato dai proprietari americani del Siviglia, che alla fine hanno preferito ingaggiare un allenatore spagnolo che già conosceva il campionato. Il mio agente mi chiamò dagli Stati Uniti per dirmi che il mio nome era stato segnalato ad un club turco. La Fortitudo dopo quel no mi ha richiamato il giorno successivo chiedendomi un incontro. Io vivo a Trieste, ma Bologna è la mia città di adozione. Il colloquio è stato interessante, mi è stata offerta la possibilità di legarmi ad una idea e ad un cammino, non ad un risultato immediato. Ho spiegato ai dirigenti che non esisteva al mondo un allenatore in grado di garantire la vittoria del campionato. So di essere uno che questo campionato forse lo vincerà o forse no, ma so, perché lo testimonia la mia carriera, che nessuno di chi mi ha dato tempo di lavorare è rimasto scontento".

''LE CALZE IN PANCHINA'' - "Mi piace molto identificarmi nella società dove lavoro, anche con piccole cose. Ai tempi della Virtus il proprietario Claudio Sabatini fece disegnare delle divise anni '60 rivisitate in chiave moderna che prevedevano al posto delle normali calze dei tubolari a righe orizzontali bianche e nere. Io decisi di mettere sotto la divisa ufficiale, elegantissima, queste calze e in occasione dell'ultimo derby di Bologna, quello che vincemmo con il famoso tiro da tre di Vukcevic, un tifoso della Fortitudo mi venne alle spalle e mi tirò un paio di calzini normali. Questo tifoso l'ho rivisto qualche anno fa alle Final Four di Eurolega a Istanbul, ma la cosa formidabile è stata che immediatamente prima dell'inizio della prima partita alla Fortitudo ho trovato sulla panchina, al mio posto, un paio di calze bianche con un fiocchetto azzurro (i colori della Effe). Queste sono le cose che mi fanno impazzire perché se non c'è un filo di ironia a sottolineare la nostra vita non si va da nessuna parte. Per quanto consapevole che ci siano interessi economici, speranze, ambizioni, desiderio di raggiungere gli obiettivi, prendersi troppo sul serio non va bene. Lo sport deve essere divertimento, gioia, passione, entusiasmo".

''PROGETTO, REGOLE E QUELLA FRASE DI VIALLI''  -  "Progetto è una parola orribile, tipicamente italiana. Siamo il paese meno progettuale che esiste, siamo un paese che vive di iniziative che nascono e muoiono nello spazio di pochissimo tempo, un paese che per dirla in maniera cestistica vive di frequenti cambi di direzione. Le fondamenta della progettualità sono le regole, ma in Italia purtroppo le regole non si applicano, si interpretano. C'è una frase di Gianluca Vialli che considero la pietra tombale dello sport italiano. Parlando delle differenze tra Italia e Inghilterra, dice che in Inghilterra la vittoria è una gioia, mentre in Italia la vittoria è un sollievo. Io so che non riuscirò mai a cambiare le cose, però nel mio piccolo ho cercato e cercherò sempre di far vivere lo sport in quella che deve essere la sua dimensione, quella della gioia e non del sollievo, del divertimento, dello sfottò anche intelligente e non della cariche della polizia".

LA NAZIONALE - ''La pallacanestro italiana ha risorse enormi in termini soprattutto di giocatori e allenatori, risorse che secondo me non sono utilizzate al meglio. In più c'è una situazione impiantistica drammatica. Dal punto di vista tecnico, consapevole dell'enorme sforzo che stanno facendo Pianigiani e i suoi collaboratori per riportare l'Italia ai livelli che gli spettano, non posso nascondere di essere rimasto perplesso quando è stato festeggiato come un grande risultato l'ottavo posto agli ultimi Europei. Siamo finiti dietro l'Ucraina... Credo che bisogna essere realisti. I prossimi impegni che aspettano la nazionale devono essere quelli in cui la gestione Pianigiani raccoglie i frutti del lavoro di questi anni".

''SERIE A NON PUO' ESSERE TORNEO FORMAZIONE''  -  "Sposo in pieno quanto ha detto di recente Stefano Landi, che è il presidente di un club  -  Reggio Emilia  -  che nella storia recente della pallacanestro italiana ha investito di più sullo sviluppo dei giovani italiani mettendo in piedi un settore giovanile guidato da Andrea Menozzi che non ha vinto tanti titoli come altri ma che ha prodotto tanti giocatori per la serie A. Oggi dai club di serie A non si può pretendere allo stesso tempo risultati e formazione, sarebbe come andare alla Ferrari e chiedere a Marchionne di iscrivere al mondiale di formula 1 non due ma tre macchine, con la terza guidata da un neopatentato. Il basket italiano deve riprendere in mano la capacità propositiva e ideativa che ha avuto da sempre, fin dall'introduzione dei play off. Va cambiata radicalmente la struttura del nostro basket. Al vertice deve esserci una serie A aperta ai migliori giocatori, di qualsiasi passaporto. E sotto una serie A2, Gold, Silver, chiamatela come vi pare, che abbia l'obbligo della formazione".