ROMA - Il bottino di serata è incoraggiante, 10 punti contro Philadelphia, un paio di triple, una schiacciata, qualche assist e addirittura tre stoppate. Il Garden applaude, Gigi Datome è tornato. Dov'era finito? Bisognerebbe chiederlo ai Detroit Pistons, che lo scorso anno lo hanno portato in America senza però dargli mai una vera chance. Pochissimi minuti in campo, la frustrazione di allenarsi come un dannato e non vedere mai o quasi il parquet. La ruota è iniziata a girare a poche ore dalla fine dell'ultima finestra di mercato, Datome finisce in uno scambio che lo porta a Boston a vestire la maglia dei Celtics e torna finalmente a sentirsi un giocatore.
Da non considerato a Detroit agli applausi del pubblico del Boston Garden. Datome, come si sente in questo momento?
"Avverto che c'è stato un cambiamento. Lo aspettavo da tempo, ma ho in me la consapevolezza che non ho fatto nulla, anzi che devo lavorare ancora moltissimo per guadagnarmi sempre di più la fiducia del coach".
Perché Detroit non le ha dato una chance?
"E' una domanda che andrebbe fatta ad altri. Me lo chiedo, ma non capisco perché. Il primo anno c'erano delle motivazioni di adattamento che potevo anche comprendere. Ma in questa stagione no. Mi è stato detto che avevo altri giocatori davanti e ho dovuto accettarlo".
Per fortuna è arrivata la chiamata di Boston.
"Non sapevo nulla, ma non nego che anche col mio agente abbiamo cercato di fare il possibile per cambiare aria. Ho scoperto tutto quando mancavano pochi minuti alla fine del mercato. Ero in spogliatoio, mi ha chiamato Van Gundy (coach dei Pistons, ndr) e mi ha detto "ti abbiamo scambiato, vai a Boston". E da lì è iniziato tutto".
Non è cascato male, Boston è in una fase di rinnovamento ma resta una delle franchigie storiche della Nba.
"E' una casacca che trasuda storia. Gli anelli, le maglie ritirate, ce ne sono mille di motivi per essere orgogliosi di essere un Celtic. Ho amato Bird, ovviamente, anche se non sono cresciuto con lui".
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Cosa le ha chiesto coach Stevens?
"E' stato chiaro da subito e mi ha accolto in modo molto familiare. Mi ha detto di dare il massimo e far vedere ciò che so fare, senza promettermi nulla né illudermi".
Ha scelto come numero di maglia il 70. Perché?
"Il 13 era occupato, allora ho scelto il 70 in onore della Santa Croce Olbia, la società della mia famiglia".
Dica la verità, ha mai pensato di mollare tutto e tornare in Europa?
"No, non sono arrivato mai a pensare di mollare. Lo stato d'animo a volte non era dei migliori, non posso nasconderlo, ma credo fosse normale visto che non vedevo mai il campo. Ho cercato di isolarmi dal mondo e rifugiarmi nelle mie certezze: la famiglia, gli amici e appunto la pallacanestro, intesa come lavoro quotidiano in palestra, sul mio fisico, sui fondamentali e col pallone. Era l'unica cosa giusta da fare per farmi trovare pronto qualora l'occasione fosse arrivata. Dentro di me sapevo che mi ero dato una scadenza biennale per provare questa carta Nba e mollare prima non avrebbe avuto senso. E ora sono qui".
Con quale obiettivo?
"Il futuro per me è domani, la prossima partita. E così sarà fino alla fine della stagione, dove cerco di ritagliarmi sempre più spazio qui con i Celtics. Poi ciò che sarà lo vedremo più avanti. Spero di ricevere offerte importanti dalla Nba, perché vorrebbe dire che questi mesi che restano di qui a fine stagione sono andati per il verso giusto".
La prossima sarà l'estate dell'Europeo che assegnerà anche i pass per le Olimpiadi. Lei è il capitano azzurro, che Italia vedremo?
"Non siamo stati fortunati nel sorteggio (Germania, Spagna, Turchia, Serbia e Islanda le avversarie) e sappiamo che non possiamo sbagliare nulla. Siamo consapevoli che sulla carta non possiamo partire favoriti, ma dovremmo esser bravi a farci rispettare. Come dice il presidente Petrucci, sono sicuro che anche le nostre compagne di girone non saranno felicissime di affrontare l’Italia. I Giochi di Rio? Sono un sogno, un'occasione. Mi vengono in mente tante cose, ma allo stesso tempo sto coi piedi per terra perché la concorrenza è spietata. Noi comunque abbiamo la voglia di provarci e di stupire".
Germania, Spagna, Serbia, Turchia e Islanda. Da temere perché?
"La Germania oltre a essere una squadra solida gioca in casa, quindi avrà una carica in più, a maggior ragione se sarà l'ultima annata di Nowitzki. La Spagna non ha bisogno di presentazioni, né tantomeno la Serbia che sta crescendo prepotentemente ed ha fatto un mondiale di primo livello, seconda sola agli Stati Uniti. La Turchia storicamente è una Nazionale fisica e con talento, mentre l'Islanda può giocare con la leggerezza di essere la cenerentola del girone. Dovremo essere bravi a tramutare i nostri difetti in pregi e sfruttarli a nostro vantaggio".
Su cosa si sente di mettere la mano sul fuoco?
"Sul gruppo e l'impegno. Siamo uniti, ci sentiamo anche durante l'anno e sono certo che una cosa che non mancherà sarà lo spirito di unità che c'era l'anno scorso e nelle stagioni passate. Uno spirito che ci lega anche a livello di impegno quotidiano, perché andiamo in palestra motivati e consapevoli di lavorare per qualcosa di molto molto importante".
Tutto chiarito con Hackett?
"Daniel ha sbagliato, ha pagato per il suo errore e adesso sta mostrando l'atteggiamento giusto, quello che ha sempre avuto. Sono sicuro che una cosa del genere non succederà di nuovo".
Con voi ''americani'' tutti arruolabili è un'Italia che può far sognare?
"Capisco l'attenzione mediatica su di noi, anche negli anni scorsi si faceva così, ma sono sicuro che all'Europeo non saremo solo noi quattro i protagonisti ma anche chi gioca in Europa, sono tutti giocatori di livello. Ribadisco che siamo un gruppo, ognuno è importante e tutti possiamo dare una mano preziosa. Riusciremo a superare le difficoltà basandoci su questo concetto".
Da non considerato a Detroit agli applausi del pubblico del Boston Garden. Datome, come si sente in questo momento?
"Avverto che c'è stato un cambiamento. Lo aspettavo da tempo, ma ho in me la consapevolezza che non ho fatto nulla, anzi che devo lavorare ancora moltissimo per guadagnarmi sempre di più la fiducia del coach".
Perché Detroit non le ha dato una chance?
"E' una domanda che andrebbe fatta ad altri. Me lo chiedo, ma non capisco perché. Il primo anno c'erano delle motivazioni di adattamento che potevo anche comprendere. Ma in questa stagione no. Mi è stato detto che avevo altri giocatori davanti e ho dovuto accettarlo".
Per fortuna è arrivata la chiamata di Boston.
"Non sapevo nulla, ma non nego che anche col mio agente abbiamo cercato di fare il possibile per cambiare aria. Ho scoperto tutto quando mancavano pochi minuti alla fine del mercato. Ero in spogliatoio, mi ha chiamato Van Gundy (coach dei Pistons, ndr) e mi ha detto "ti abbiamo scambiato, vai a Boston". E da lì è iniziato tutto".
Non è cascato male, Boston è in una fase di rinnovamento ma resta una delle franchigie storiche della Nba.
"E' una casacca che trasuda storia. Gli anelli, le maglie ritirate, ce ne sono mille di motivi per essere orgogliosi di essere un Celtic. Ho amato Bird, ovviamente, anche se non sono cresciuto con lui".
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Cosa le ha chiesto coach Stevens?
"E' stato chiaro da subito e mi ha accolto in modo molto familiare. Mi ha detto di dare il massimo e far vedere ciò che so fare, senza promettermi nulla né illudermi".
Ha scelto come numero di maglia il 70. Perché?
"Il 13 era occupato, allora ho scelto il 70 in onore della Santa Croce Olbia, la società della mia famiglia".
Dica la verità, ha mai pensato di mollare tutto e tornare in Europa?
"No, non sono arrivato mai a pensare di mollare. Lo stato d'animo a volte non era dei migliori, non posso nasconderlo, ma credo fosse normale visto che non vedevo mai il campo. Ho cercato di isolarmi dal mondo e rifugiarmi nelle mie certezze: la famiglia, gli amici e appunto la pallacanestro, intesa come lavoro quotidiano in palestra, sul mio fisico, sui fondamentali e col pallone. Era l'unica cosa giusta da fare per farmi trovare pronto qualora l'occasione fosse arrivata. Dentro di me sapevo che mi ero dato una scadenza biennale per provare questa carta Nba e mollare prima non avrebbe avuto senso. E ora sono qui".
Con quale obiettivo?
"Il futuro per me è domani, la prossima partita. E così sarà fino alla fine della stagione, dove cerco di ritagliarmi sempre più spazio qui con i Celtics. Poi ciò che sarà lo vedremo più avanti. Spero di ricevere offerte importanti dalla Nba, perché vorrebbe dire che questi mesi che restano di qui a fine stagione sono andati per il verso giusto".
La prossima sarà l'estate dell'Europeo che assegnerà anche i pass per le Olimpiadi. Lei è il capitano azzurro, che Italia vedremo?
"Non siamo stati fortunati nel sorteggio (Germania, Spagna, Turchia, Serbia e Islanda le avversarie) e sappiamo che non possiamo sbagliare nulla. Siamo consapevoli che sulla carta non possiamo partire favoriti, ma dovremmo esser bravi a farci rispettare. Come dice il presidente Petrucci, sono sicuro che anche le nostre compagne di girone non saranno felicissime di affrontare l’Italia. I Giochi di Rio? Sono un sogno, un'occasione. Mi vengono in mente tante cose, ma allo stesso tempo sto coi piedi per terra perché la concorrenza è spietata. Noi comunque abbiamo la voglia di provarci e di stupire".
Germania, Spagna, Serbia, Turchia e Islanda. Da temere perché?
"La Germania oltre a essere una squadra solida gioca in casa, quindi avrà una carica in più, a maggior ragione se sarà l'ultima annata di Nowitzki. La Spagna non ha bisogno di presentazioni, né tantomeno la Serbia che sta crescendo prepotentemente ed ha fatto un mondiale di primo livello, seconda sola agli Stati Uniti. La Turchia storicamente è una Nazionale fisica e con talento, mentre l'Islanda può giocare con la leggerezza di essere la cenerentola del girone. Dovremo essere bravi a tramutare i nostri difetti in pregi e sfruttarli a nostro vantaggio".
Su cosa si sente di mettere la mano sul fuoco?
"Sul gruppo e l'impegno. Siamo uniti, ci sentiamo anche durante l'anno e sono certo che una cosa che non mancherà sarà lo spirito di unità che c'era l'anno scorso e nelle stagioni passate. Uno spirito che ci lega anche a livello di impegno quotidiano, perché andiamo in palestra motivati e consapevoli di lavorare per qualcosa di molto molto importante".
Tutto chiarito con Hackett?
"Daniel ha sbagliato, ha pagato per il suo errore e adesso sta mostrando l'atteggiamento giusto, quello che ha sempre avuto. Sono sicuro che una cosa del genere non succederà di nuovo".
Con voi ''americani'' tutti arruolabili è un'Italia che può far sognare?
"Capisco l'attenzione mediatica su di noi, anche negli anni scorsi si faceva così, ma sono sicuro che all'Europeo non saremo solo noi quattro i protagonisti ma anche chi gioca in Europa, sono tutti giocatori di livello. Ribadisco che siamo un gruppo, ognuno è importante e tutti possiamo dare una mano preziosa. Riusciremo a superare le difficoltà basandoci su questo concetto".