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Recalcati: ''I miei 70 anni, tutti basket e vittorie''

Icona della pallacanestro italiano, protagonista in azzurro e nei club, Charlie si racconta nel giorno del suo compleanno: ''Myers il più forte che ho allenato, Messina un grande. Rigiocherei volentieri la finale di Korac persa con Cantù. A Venezia chiedo un altro scudetto''

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Carlo Recalcati compie oggi 70 anni, di questi oltre 50 passati con un pallone di basket tra le mani. Milanese, sposato con Giovanna, "Charlie" (il soprannome che gli hanno dato i compagni di squadra a Cantù con l'arrivo dei primi americani) è un'icona del basket italiano, ct della nazionale bronzo agli europei del 2003 e argento alle Olimpiadi di Atene dell'anno dopo, tre scudetti con tre squadre diverse (il decimo di Varese, il primo di Fortitudo Bologna e Siena), l'allenatore con più partite vinte in serie A.
Tanti auguri Recalcati. Le va di aprire l'album dei ricordi?
"Perché no".
Allora partiamo. La partita che da giocatore non dimenticherà mai?
"A parte l'esordio con Cantù, contro Treviso, quella che ricordo con maggiore piacere è la sfida decisiva giocata nel 68 in casa contro la Simmenthal. Una partita che per me aveva un valore speciale essendo io un milanese che non aveva mai giocato con Milano. Vincendo quella partita regalammo il primo scudetto a Cantù".
E da allenatore?
"Da allenatore sono state molte di più. Con la Nazionale tutti potrebbero pensare all'argento di Atene, in realtà al primo posto metto il bronzo vinto all'Europeo in Svezia. Senza quel risultato non ci sarebbe stata Atene e le Olimpiadi. L'avventura in Svezia fu emotivamente molto intensa. Da allenatore di club sono molto legato al periodo di Reggio Calabria, la prima volta lontano da casa, ma è chiaro che lo scudetto vinto a Varese, quello della stella, ha un sapore particolare. Varese ha significato un momento importante della mia carriera''.
Potendo quale partita le piacerebbe rigiocare?
"Non ho dubbi. Da allenatore rigiocherei volentieri la finale di coppa Korac del 1989 persa con Cantù contro il Partizan di Danilovic, Divac e Djordjevic. Da giocatore invece la sfida che giocammo con la nazionale alle Olimpiadi di città del Messico nel 1968 con l'allora Jugoslavia, quella sconfitta di costò la possibilità di giocarci una medaglia".
Passiamo ai giocatori: quello che proprio non digeriva quando era in campo.
"In realtà erano pochi gli avversari che mi facevano soffrire (ride, ndr), ma quello che mi dava più noia era Aldo Ossola. Mi conosceva troppo bene, era sempre molto dura avere a che fare con lui. Da allenatore ne ho visti tanti di giocatori, ma quando c'era da affrontare Danilovic non ero mai tranquillo''.
Il giocatore più forte che ha allenato?
"Sono molto legato a Sandro Riminucci, che è quello che mi ha fatto innamorare di questo sport, ma dico Carlton Myers. Per completezza il miglior giocatore italiano di sempre. Magari ci sono stati giocatori sotto certi aspetti migliori di lui, che hanno vinto molto di più, ma se devo scegliere un giocatore che racchiuda leadership, qualità atletiche, tecniche, sia offensive che difensive, dico senza dubbio Myers".
Il collega che stima di più?
"Ettore Messina. Credo che non solo io ma tutti gli allenatori italiani devono essere riconoscenti a Messina. La sua grandezza mi costringeva e costringeva i suoi avversari a lavorare sempre di più per migliorarsi. Come allenatore devo ringraziare gli allenatori che ho avuto, tre persone che hanno segnato molto il mio modo di essere prima giocatore e poi allenatore. Taurisano, con cui ho iniziato a giocare, è stato lui ad insegnarmi i fondamentali. Gianni Consolini, che mi ha portato a Cantù e mi ha fatto esordire in serie A. Infine Boris Stankovic, quando lui è arrivato a Cantù ha trasformato la mia carriera da giocatore normale a giocatore convinto. Quando ho iniziato ad allenare ho cercato di prendere da ciascuno dei tre le cose che erano più adatte al mio modo di essere".
A 70 anni cos'è oggi il basket per Recalcati?
"Continua ad essere quello che è sempre stato da 50 anni a questa parte. Prima di tutto un divertimento, non fosse così sarebbe impossibile continuare ad allenare. E poi riesco ancora ad emozionarmi, seppur più raramente di prima. Per una vittoria, per una partita contro un avversario particolare. Quando non ci saranno più questi momenti sarà arrivata l'ora di farsi da parte".
Il basket italiano come se la passa?
"E' un momento in cui stiamo cercando di tornare ad essere una realtà importante a livello europeo. Mi fa piacere che la nazionale stia facendo buone cose all'Europeo. La partita contro la Spagna mi ha ricordato la semifinale olimpica con la Lituania, una delle partite più belle della storia azzurra. Speriamo di tornare ad avere presto un ruolo centrale. ll campionato non è più quello di una volta, la crisi ha abbassato il livello tecnico. L'aspetto positivo è che c'è un torneo molto più equilibrato del passato, più incerto. E questo crea maggiore interesse".
Che regalo chiede alla 'sua' Venezia?
"Quest'anno abbiamo il vantaggio di poter lavorare sulla base gettata lo scorso anno, abbiamo avuto la possibilità di fare pochi cambiamenti che secondo noi hanno migliorato la squadra. Il regalo? Visto che siamo in tema di desideri mi piacerebbe davvero vincere qualcosa di importante. E se devo scegliere allora datemi un altro scudetto".
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