ROMA - Ci sa fare, Vincenzino. Altroché se ci sa fare. Del resto che Esposito avesse stoffa lo si era capito la scorsa stagione quando da debuttante su una panchina di serie A portò Caserta - presa quando era mestamente ultima con un bilancio di 0 vinte e 14 perse - a sfiorare una salvezza sfumata solo all'ultima giornata.
Una quasi impresa che gli è valsa in estate la chiamata di Pistoia, alla ricerca di un allenatore sanguigno dopo la conclusione dell'era Moretti. In pochi mesi El Diablo - che a Pistoia c'era già stato da giocatore - ha costruito una squadra che dopo quattro giornate è l'unica imbattuta del campionato. Prima a punteggio pieno, mai successo nella storia della società toscana.
Ce n'è abbastanza per sognare, Esposito.
"A sognare devono pensarci i tifosi. Io se guardo la classifica vedo solo che mancano ancora 26 partite alla fine del campionato. Un'eternità".
Ci riprovo: negli ultimi dieci anni chi ha vinto le prime quattro partite a fine stagione ha fatto quantomeno i playoff.
"Ed io non sono un amante delle statistiche, non ci facevo caso neanche quando giocavo. Non nego che sono numeri interessanti, ma servono soprattutto a riempire le chiacchiere da bar".
Non potrà negare che neanche il più ottimista dei tifosi poteva immaginare una partenza simile. Lei ad esempio che sensazioni aveva?
"Non sono uno che fa pensieri a lungo termine, sono abituato a vivere alla giornata. E' ovvio che speri sempre nella miglior partenza possibile, la nostra dal punto di vista statistico è stata perfetta. Ma non possiamo guardare oltre. Il nostro obiettivo non cambia, raggiungere prima possibile la salvezza".
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Nessuna concessione a fantasie diverse?
"Siamo appena alla quarta giornata, rischieremmo di farci ridere dietro parlando di obiettivi diversi. Capisco che vedere Pistoia da sola in testa alla classifica fa un certo effetto, ma il campionato è iniziato da troppo poco tempo per guardare a qualcosa di diverso. Fossimo stati alla decima giornata... Dobbiamo essere strafelici per questi otto punti e continuare a lavorare, perché sappiamo che arriveranno momenti meno felici''.
Che squadra è Pistoia?
"Una squadra di ragazzi giovani che ogni giorno vengono in palestra con voglia di migliorare. Una squadra che - lo dimostra il modo in cui ha reagito in partita a momento negativi - è molto più matura dell'età che ha. Una squadra con cui è bello lavorare in palestra".
Parliamo un po' dei suoi ragazzi: contro Avellino si è visto finalmente Blackshear.
"Ho sempre detto che bisognava aspettarlo, non è facile arrivare in un mondo tutto nuovo e dimostrare subito le proprie qualità. Lui ne ha tante, arriva da un'università importante (Louisville, ndr), è stato allenato da un mito come Pitino. Ci sono rookie che si ambientano in poche settimane, altri che hanno bisogno di più tempo. Wayne avrà ancora alti e bassi, ma ha le capacità per essere un protagonista di questo campionato".
La sorpresa è senza dubbio Kirk, un centro che tratta la palla come una guardia.
"E' un lungo che ha le mani di un esterno e soprattutto il cervello di un play. Ha un'intelligenza cestistica elevata, sa leggere il gioco, riesce a fare sempre la scelta giusta al momento giusto. Moore invece è il classico play di una volta, più portato a far giocare i compagni che a pensare a se stesso. Antonutti e Filloy sono ormai due certezze del basket italiano, fondamentali nel mix giovani-esperti. Poi c'è Knowles, anche lui un passato a Louisville, esperienza europea in Israele, giocatore di grande energia su entrambi i lati del campo".
Quanto c'è dell'allenatore nei successi di una squadra?
"Io credo che l'allenatore conti tantissimo, più del 50%. Non è soltanto una questione di tecnica, non si tratta solo di disegnare schemi o insegnare un gioco, bisogna costruire un rapporto, creare un feeling con i giocatori. Se c'è fiducia i momenti no si superano più in fretta. Se mi ha aiutato il passato di giocatore? In realtà mi hanno aiutato di più le esperienze, completamente diverse, fatte in panchina".
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Quella nella sua Caserta, la prima in serie A, cosa le ha lasciato?
"Tantissimo. Al di là della salvezza sfiorata, è come se avessi fatto un corso accelerato. Ho dovuto lavorare a 360° con poco tempo a disposizione. E' mancata solo la ciliegina finale".
A Caserta ha conosciuto Marcelletti. E' lui l'allenatore a cui si ispira?
"Sono stato fortunato perché da giocatore ho avuto grandi allenatori. Scariolo, Messina, Vujosevic, in nazionale da giovanissimo anche Sandro Gamba. Marcelletti è quello con cui ho passato più tempo e discusso maggiormente. La sua impronta è forte, però ho cercato di carpire un po' da tutti mettendoci poi del mio. Al momento sembra che vada bene".
Pistoia capolista, Capo d'Orlando subito dietro, Reggio Emilia che ormai è una realtà. Comanda la provincia.
"La provincia ha alcuni vantaggi che la metropoli o le grandi società non possono darti. Parlo del calore, di quella passione che nelle metropoli spesso e volentieri diventa pressione. Anche con i cambiamenti avvenuti negli anni Pistoia non ha mai perso la sua identità di club quasi a conduzione familiare. Tifosi, squadra e società sono un tutt'uno. Per un giocatore giovane che lascia casa per la prima volta questo è molto importante, è un aspetto che accelera il processo di inserimento".
Domenica a Milano, con quale spirito?
"Quello avuto finora. Non andiamo in gita al Forum. Dobbiamo giocare la nostra pallacanestro e cercare di restare in partita il più a lungo possibile".
Un primo giudizio sul campionato?
"Molto equilibrato e tutt'altro che livellato verso il basso. Equilibrato perché le grandi alla fine arriveranno ma ora sono un po' in ritardo. Dietro le favorite, che si divideranno le prime 4-5 posizioni, si giocherà un altro campionato in cui potrà succedere di tutto. Sarà importante mantenere la calma nei momenti di difficoltà''.
Nel suo futuro di allenatore cosa c'è?
"Sono una persona che nonostante la giovane età ha raggiunto la necessaria tranquillità e serenità, sia in campo che fuori. Ho la fortuna, rispetto a tanti altri allenatori, di vivere per la pallacanestro e non di pallacanestro. Da questo mondo ho già ricevuto tantissimo, d'ora in avanti tutto ciò che arriva sarà di guadagnato. Adesso mi godo la palestra, le partite e Pistoia''. E anche un inaspettato primo posto.
Una quasi impresa che gli è valsa in estate la chiamata di Pistoia, alla ricerca di un allenatore sanguigno dopo la conclusione dell'era Moretti. In pochi mesi El Diablo - che a Pistoia c'era già stato da giocatore - ha costruito una squadra che dopo quattro giornate è l'unica imbattuta del campionato. Prima a punteggio pieno, mai successo nella storia della società toscana.
Ce n'è abbastanza per sognare, Esposito.
"A sognare devono pensarci i tifosi. Io se guardo la classifica vedo solo che mancano ancora 26 partite alla fine del campionato. Un'eternità".
Ci riprovo: negli ultimi dieci anni chi ha vinto le prime quattro partite a fine stagione ha fatto quantomeno i playoff.
"Ed io non sono un amante delle statistiche, non ci facevo caso neanche quando giocavo. Non nego che sono numeri interessanti, ma servono soprattutto a riempire le chiacchiere da bar".
Non potrà negare che neanche il più ottimista dei tifosi poteva immaginare una partenza simile. Lei ad esempio che sensazioni aveva?
"Non sono uno che fa pensieri a lungo termine, sono abituato a vivere alla giornata. E' ovvio che speri sempre nella miglior partenza possibile, la nostra dal punto di vista statistico è stata perfetta. Ma non possiamo guardare oltre. Il nostro obiettivo non cambia, raggiungere prima possibile la salvezza".
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Nessuna concessione a fantasie diverse?
"Siamo appena alla quarta giornata, rischieremmo di farci ridere dietro parlando di obiettivi diversi. Capisco che vedere Pistoia da sola in testa alla classifica fa un certo effetto, ma il campionato è iniziato da troppo poco tempo per guardare a qualcosa di diverso. Fossimo stati alla decima giornata... Dobbiamo essere strafelici per questi otto punti e continuare a lavorare, perché sappiamo che arriveranno momenti meno felici''.
Che squadra è Pistoia?
"Una squadra di ragazzi giovani che ogni giorno vengono in palestra con voglia di migliorare. Una squadra che - lo dimostra il modo in cui ha reagito in partita a momento negativi - è molto più matura dell'età che ha. Una squadra con cui è bello lavorare in palestra".
Parliamo un po' dei suoi ragazzi: contro Avellino si è visto finalmente Blackshear.
"Ho sempre detto che bisognava aspettarlo, non è facile arrivare in un mondo tutto nuovo e dimostrare subito le proprie qualità. Lui ne ha tante, arriva da un'università importante (Louisville, ndr), è stato allenato da un mito come Pitino. Ci sono rookie che si ambientano in poche settimane, altri che hanno bisogno di più tempo. Wayne avrà ancora alti e bassi, ma ha le capacità per essere un protagonista di questo campionato".
La sorpresa è senza dubbio Kirk, un centro che tratta la palla come una guardia.
"E' un lungo che ha le mani di un esterno e soprattutto il cervello di un play. Ha un'intelligenza cestistica elevata, sa leggere il gioco, riesce a fare sempre la scelta giusta al momento giusto. Moore invece è il classico play di una volta, più portato a far giocare i compagni che a pensare a se stesso. Antonutti e Filloy sono ormai due certezze del basket italiano, fondamentali nel mix giovani-esperti. Poi c'è Knowles, anche lui un passato a Louisville, esperienza europea in Israele, giocatore di grande energia su entrambi i lati del campo".
Quanto c'è dell'allenatore nei successi di una squadra?
"Io credo che l'allenatore conti tantissimo, più del 50%. Non è soltanto una questione di tecnica, non si tratta solo di disegnare schemi o insegnare un gioco, bisogna costruire un rapporto, creare un feeling con i giocatori. Se c'è fiducia i momenti no si superano più in fretta. Se mi ha aiutato il passato di giocatore? In realtà mi hanno aiutato di più le esperienze, completamente diverse, fatte in panchina".
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Quella nella sua Caserta, la prima in serie A, cosa le ha lasciato?
"Tantissimo. Al di là della salvezza sfiorata, è come se avessi fatto un corso accelerato. Ho dovuto lavorare a 360° con poco tempo a disposizione. E' mancata solo la ciliegina finale".
A Caserta ha conosciuto Marcelletti. E' lui l'allenatore a cui si ispira?
"Sono stato fortunato perché da giocatore ho avuto grandi allenatori. Scariolo, Messina, Vujosevic, in nazionale da giovanissimo anche Sandro Gamba. Marcelletti è quello con cui ho passato più tempo e discusso maggiormente. La sua impronta è forte, però ho cercato di carpire un po' da tutti mettendoci poi del mio. Al momento sembra che vada bene".
Pistoia capolista, Capo d'Orlando subito dietro, Reggio Emilia che ormai è una realtà. Comanda la provincia.
"La provincia ha alcuni vantaggi che la metropoli o le grandi società non possono darti. Parlo del calore, di quella passione che nelle metropoli spesso e volentieri diventa pressione. Anche con i cambiamenti avvenuti negli anni Pistoia non ha mai perso la sua identità di club quasi a conduzione familiare. Tifosi, squadra e società sono un tutt'uno. Per un giocatore giovane che lascia casa per la prima volta questo è molto importante, è un aspetto che accelera il processo di inserimento".
Domenica a Milano, con quale spirito?
"Quello avuto finora. Non andiamo in gita al Forum. Dobbiamo giocare la nostra pallacanestro e cercare di restare in partita il più a lungo possibile".
Un primo giudizio sul campionato?
"Molto equilibrato e tutt'altro che livellato verso il basso. Equilibrato perché le grandi alla fine arriveranno ma ora sono un po' in ritardo. Dietro le favorite, che si divideranno le prime 4-5 posizioni, si giocherà un altro campionato in cui potrà succedere di tutto. Sarà importante mantenere la calma nei momenti di difficoltà''.
Nel suo futuro di allenatore cosa c'è?
"Sono una persona che nonostante la giovane età ha raggiunto la necessaria tranquillità e serenità, sia in campo che fuori. Ho la fortuna, rispetto a tanti altri allenatori, di vivere per la pallacanestro e non di pallacanestro. Da questo mondo ho già ricevuto tantissimo, d'ora in avanti tutto ciò che arriva sarà di guadagnato. Adesso mi godo la palestra, le partite e Pistoia''. E anche un inaspettato primo posto.