ROMA - Era da sei anni che i giocatori italiani non restavano così tanti minuti sul parquet. I dati pubblicati dalla Giba, l'associazione che riunisce tutti i giocatori di pallacanestro, fotografano quella che è un'inversione di tendenza che fa ben sperare. Rispetto alle prime cinque giornate di andata dello scorso torneo, l'impiego di giocatori italiani è passato da 4.287 minuti (26,54%) a 5.353 minuti (32,94%), con un aumento in termini di minuti di 1.066 e in termini di percentuali del 6,4%.
Alessandro Dalla Salda, lei è l'amministratore delegato della Pallacanestro Reggiana, la squadra più italiana del campionato che lo scorso anno è andata ad un soffio dallo scudetto.
"Penso che il nostro quasi scudetto sia stato un po' rivoluzionario. Una nostra vittoria avrebbe avuto una valenza ancora superiore e avrebbe dato ancora più coraggio a tante altre realtà. C'è chi inizia a seguire la nostra strada, molte lo fanno con i giocatori europei, ancora poche purtroppo con gli italiani. Trento ad esempio è una società con la quale ci siamo confrontati in passato, hanno creduto in una progettualità che oggi li ha portati al nostro stesso livello. Sono competitivi in Italia e in Europa e lo fanno con tanti italiani protagonisti. Sono stati bravi ad individuarli nelle categorie inferiori, a formarli e a puntarci".
Perché in Europa si incontrano squadre con una forte impronta indigena mentre in Italia, tolto il vostro esempio e qualche altro caso, è così difficile costruire con i giocatori italiani?
"I motivi sono due. Il basket è il secondo sport nazionale ma da noi i ragazzini non nascono con una palla in mano. Cosa che invece succede in Croazia, in Serbia, paesi che hanno la pallacanestro nel sangue. In più con l'attuale crisi è molto più facile costruire una squadra laddove le scelte sono tantissime e il prezzo di base volendo lo fai tu. Il mercato americano ti mette a disposizione un'infinità di giocatori, per quei club che non hanno un'idea chiara di quale proiezione dare alla loro attività è molto più facile riempire la squadra di americani senza preoccuparsi di programmare".
Professionismo e mercato libero mal si conciliano con chi vorrebbe imporre dei paletti all'uso dei giocatori del nostro paese.
"L'importante è la continuità delle regole. Da anni Reggio Emilia è la squadra che più di tutte fa giocare gli italiani (753 minuti nei primi sei turni, ndr) ed è anche storicamente il club che ha prodotto più giocatori professionisti. Vado controcorrente, secondo me un'azienda che fa sport professionistico deve avere la libertà d'azione che preferisce. Un club ha il diritto di scegliersi i giocatori migliori in base alle qualità e non alla nazionalità".
E invece cosa succede?
"E' da troppi anni che i mercati vengono condizionati dal passaporto con cui si accompagna un giocatore. A me interessa se sei bravo o meno, non se hai il passaporto europeo piuttosto che americano. Per l'altissimo livello, e parlo della serie A, mai come oggi sarebbe giusto dare ai club ampia libertà. Se un giovane è bravo io società devo avere la possibilità di prenderlo in qualsiasi paese, non essere obbligato a tesserarlo il prima possibile perché altrimenti non diventa di formazione italiana. Ci sono una serie di situazioni che penalizzano la progettualità all'interno di un club professionistico. Quello che serve, se si vuole creare una lega forte, è investire sul serio sulla formazione".
Cosa che Reggio Emilia fa da sempre. Quanto investite nel settore giovanile?
"Circa 400 mila euro circa a stagione. Non so se siamo quelli che spendono di più, di sicuro siamo quelli che lo fanno con più continuità e che hanno creato degli spazi per i giovani".
In termini di immagine la vostra scelta di prediligere il tricolore quanto vi ha dato?
"A livello locale meno di quello che si possa pensare. Siamo sold out da anni ma perché abbiamo un palazzo piccolo e perché qui c'è sempre stata una grande tradizione. Purtroppo a livello locale il successo del pubblico viaggia sull'altare della tradizione e dei risultati, se perdi difficilmente hai la fila fuori per entrare. A livello nazionale questo exploit ci ha dato un'immagine straordinaria, ci siamo sentiti un po' la squadra di tutti quegli appassionati che non tifavano Sassari. E' cresciuto l'interesse intorno alla squadra, sono aumentati gli sponsor. L'intenzione, finché ce lo potremo permettere, è quella di continuare su questa strada. Abbiamo tutti gli italiani sotto contratto pluriennale, la nostra speranza è che capiscano che rimanere con noi può voler dire non solo crescere ma anche provare a vincere. Le tre finali giocate negli ultimi due anni con due trofei vinti sono la prova che nel basket puoi vincere anche se sei italiano''.
Alessandro Dalla Salda, lei è l'amministratore delegato della Pallacanestro Reggiana, la squadra più italiana del campionato che lo scorso anno è andata ad un soffio dallo scudetto.
"Penso che il nostro quasi scudetto sia stato un po' rivoluzionario. Una nostra vittoria avrebbe avuto una valenza ancora superiore e avrebbe dato ancora più coraggio a tante altre realtà. C'è chi inizia a seguire la nostra strada, molte lo fanno con i giocatori europei, ancora poche purtroppo con gli italiani. Trento ad esempio è una società con la quale ci siamo confrontati in passato, hanno creduto in una progettualità che oggi li ha portati al nostro stesso livello. Sono competitivi in Italia e in Europa e lo fanno con tanti italiani protagonisti. Sono stati bravi ad individuarli nelle categorie inferiori, a formarli e a puntarci".
Perché in Europa si incontrano squadre con una forte impronta indigena mentre in Italia, tolto il vostro esempio e qualche altro caso, è così difficile costruire con i giocatori italiani?
"I motivi sono due. Il basket è il secondo sport nazionale ma da noi i ragazzini non nascono con una palla in mano. Cosa che invece succede in Croazia, in Serbia, paesi che hanno la pallacanestro nel sangue. In più con l'attuale crisi è molto più facile costruire una squadra laddove le scelte sono tantissime e il prezzo di base volendo lo fai tu. Il mercato americano ti mette a disposizione un'infinità di giocatori, per quei club che non hanno un'idea chiara di quale proiezione dare alla loro attività è molto più facile riempire la squadra di americani senza preoccuparsi di programmare".
Professionismo e mercato libero mal si conciliano con chi vorrebbe imporre dei paletti all'uso dei giocatori del nostro paese.
"L'importante è la continuità delle regole. Da anni Reggio Emilia è la squadra che più di tutte fa giocare gli italiani (753 minuti nei primi sei turni, ndr) ed è anche storicamente il club che ha prodotto più giocatori professionisti. Vado controcorrente, secondo me un'azienda che fa sport professionistico deve avere la libertà d'azione che preferisce. Un club ha il diritto di scegliersi i giocatori migliori in base alle qualità e non alla nazionalità".
E invece cosa succede?
"E' da troppi anni che i mercati vengono condizionati dal passaporto con cui si accompagna un giocatore. A me interessa se sei bravo o meno, non se hai il passaporto europeo piuttosto che americano. Per l'altissimo livello, e parlo della serie A, mai come oggi sarebbe giusto dare ai club ampia libertà. Se un giovane è bravo io società devo avere la possibilità di prenderlo in qualsiasi paese, non essere obbligato a tesserarlo il prima possibile perché altrimenti non diventa di formazione italiana. Ci sono una serie di situazioni che penalizzano la progettualità all'interno di un club professionistico. Quello che serve, se si vuole creare una lega forte, è investire sul serio sulla formazione".
Cosa che Reggio Emilia fa da sempre. Quanto investite nel settore giovanile?
"Circa 400 mila euro circa a stagione. Non so se siamo quelli che spendono di più, di sicuro siamo quelli che lo fanno con più continuità e che hanno creato degli spazi per i giovani".
In termini di immagine la vostra scelta di prediligere il tricolore quanto vi ha dato?
"A livello locale meno di quello che si possa pensare. Siamo sold out da anni ma perché abbiamo un palazzo piccolo e perché qui c'è sempre stata una grande tradizione. Purtroppo a livello locale il successo del pubblico viaggia sull'altare della tradizione e dei risultati, se perdi difficilmente hai la fila fuori per entrare. A livello nazionale questo exploit ci ha dato un'immagine straordinaria, ci siamo sentiti un po' la squadra di tutti quegli appassionati che non tifavano Sassari. E' cresciuto l'interesse intorno alla squadra, sono aumentati gli sponsor. L'intenzione, finché ce lo potremo permettere, è quella di continuare su questa strada. Abbiamo tutti gli italiani sotto contratto pluriennale, la nostra speranza è che capiscano che rimanere con noi può voler dire non solo crescere ma anche provare a vincere. Le tre finali giocate negli ultimi due anni con due trofei vinti sono la prova che nel basket puoi vincere anche se sei italiano''.