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Basket, Bianchini: ''A Milano serve tempo, Messina ci porterà a Rio''

Il Vate, che a gennaio tornerà in panchina per sfidare Peterson all'All Star Game, fotografa il momento della pallacanestro italiana. Bocciando chi cambia in continuazione e promuovendo la scelta di affidare la nazionale all'attuale coach di San Antonio

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ROMA - Mai banale, il Vate. Tra una battuta sul suo ritorno in panchina previsto per l'All Star Game della serie A in programma a gennaio del prossimo anno (''più che una panchina mi aspetto un sofà, meglio ancora se mi fanno trovare anche la Ferilli'') e un messaggio al suo storico 'rivale' Dan Peterson (''distruggerò una volta per tutte il suo mito''), Valerio Bianchini fotografa con la solita schiettezza il momento del basket italiano. Bocciando l'ormai consolidata abitudine di fare e disfare le squadre e promuovendo la scelta di affidare la nazionale a Messina.

Di questo campionato cosa le piace Bianchini?
"Tolta qualche squadra, poco. In Italia si gioca una pallacanestro povera di contenuti tecnici e strategici, però siamo contenti così. Quello di oggi è un basket dominato dagli agenti, i giocatori ormai cambiano maglia alla velocità della luce. Ai miei tempi valeva il motto 'squadra che vince non si cambia', da noi le ultime due squadre che hanno vinto lo scudetto  -  Milano e Sassari - hanno dato un pessimo esempio rivoluzionando tutto. Il basket non è un gioco spontaneo, ha bisogno di costruzione quotidiana, di lavoro nel tempo. Di una parola, programmazione".

Il risultato è che appena mettiamo il naso fuori dall'Italia collezioniamo figuracce.
"Con uno scenario simile è normale non essere competitivi a livello internazionale. Milano ha uno splendido talento come Gentile ma un contorno che sta insieme da troppo poco tempo. Tra giocatori arrivati in ritardo per l'Europeo, gli infortuni e i viaggi continui quanti allenamenti ha fatto al completo Repesa? Anche Sassari purtroppo soggiace alle leggi del mercato e così va a finire che uno come Lawal, dominante l'anno scorso, finisce al Barcellona. I club dovrebbero fare uno sforzo e riuscire a legare i propri giocatori con contratti più lunghi. E' difficile ma bisogna provarci. Reggio Emilia e Trento hanno aperto una strada, Siena lo ha fatto per tanti anni, anche se poi il reperimento delle risorse economiche non era limpido. Però era la formula giusta, giocatori presi dalla A2, fatti crescere in un sistema protetto, stesso allenatore per anni, e rivenduti a fior di quattrini appena iniziavano la fase calante. Una ricetta che ha portato scudetti e coppe ma che come metodo nessuno ha saputo imitare''.

Lei usa molto i social network e nei suoi post non manca mai di sottolineare la poca qualità che si vede sui campi di serie A.
"I social sono uno strumento di comunicazione bellissimo, dispiace che la nostra categoria ne faccia un uso così limitato. La qualità? Mi piace Reggio Emilia, la sua idea. Il bilanciamento in una squadra è la cosa più importante, l'equilibrio del gioco dentro-fuori, quello tra italiani e stranieri e l'equilibrio nell'età. Una squadra deve avere dei saggi veterani che aiutano i giovani a crescere e dei giovani in grado di dare energia ai veterani''.

Cosa ne pensa di Vincenzino Esposito in testa al campionato?
"E' una sorpresa. Come giocatore andava un po' per conto suo, da allenatore è maturato un po' alla volta. Credo che l'esperienza della scorsa stagione a Caserta sia stata decisiva".

Via Pianigiani e nazionale affidata a Messina. Una scelta che condivide?
"Assolutamente si. A parte il carisma e l'esperienza di Messina, c'è un aspetto che in molti non hanno sottolineato. La nostra nazionale è fatta di due blocchi, quello italiano e quello degli americani, ragazzi che giocano un basket completamente diverso da quello europeo. La nazionale di Pianigiani aveva dei grandi personaggi ma poco gioco di insieme. La fusione si è creata sul piano psicologico perché il gruppo stava bene assieme, non si è creata sul piano tecnico. Messina è stato un grande allenatore in Europa e in più ha fatto un'esperienza preziosa in Nba. E' l'uomo più adatto per operare questa sintesi. Avrà poco tempo a disposizione ma ha tutto per riuscire a portare l'Italia alle Olimpiadi".

Da pochi mesi ha intrapreso una nuova avventura, responsabile delle relazioni esterne dell'Eurobasket Roma. Ce ne parla?
"Faccio un sacco di cose e mi diverto. Operiamo all'Eur, un quartiere che è stato il testimone di tutto il grande basket romano, la Stella Azzurra, il Banco Roma, la Virtus di Toti nei suoi momenti di splendore. C'è un deposito di tifo silente che può essere risvegliato. Lavoriamo con le società vicine e le scuole per tener viva questa fiamma che è sotto la cenere. La forza di questa società è il vivaio, solo negli ultimi due anni ha dato uno sguardo più in alto con l'idea di affiancare la Virtus in un campionato superiore. Giochiamo in B, finora stiamo andando bene ma il vero test saranno i play off. E' triste una serie A senza Roma, ci sarebbe spazio in una città come questa per avere anche più squadre ad alto livello. Serve lavorare duro, avere passione e idee". 
 
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