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Nba, Golden State riscrive la storia: arriva il record di vittorie

Con il successo ai danni dei Memphis Grizzilies è festa in casa Warriors, che chiudono la regular season con il miglior record di sempre (73-9), battendo il 72-10 dei Bulls del 1996. Dopo i complimenti di Obama e Michael Jordan, ora la squadra di Kerr punta al secondo titolo NBA. Il quadro dei play off

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NEW YORK - Settantadue-dieci. Avvicinarsi al mondo del basket NBA comporta, presto o tardi, la familiarità con l'incredibile regular season 1995-96 dei Chicago Bulls. Una stagione da 72 vittorie e 10 sconfitte, culminata con il primo anello del secondo three-peat dei tori. Dal 1996, il settantadue-dieci, da dire tutto d'un fiato, evocava un'impresa apparentemente impossibile da replicare. In quei Bulls, pronto a uscire dalla panchina, giocava un biondino con il numero 25 che conquistò la fiducia di Michael Jordan anche grazie a una folle rissa in allenamento. Un biondino di nome Steve Kerr, che oggi guida una squadra capace non solo di replicare, ma addirittura di migliorare quell'incredibile record. Con il successo sui Memphis Grizzlies, il 73esimo stagionale, i Golden State Warriors hanno riscritto la storia. Provocando confronti inevitabili tra chi sostiene che tra la Chicago del 1996 e la banda Curry non ci sarebbe partita e tra chi crede che ci si trovi davanti a una squadra in grado di cambiare il corso della pallacanestro. Per loro si è scomodato anche Barack Obama: "Congratulazioni ai Warriors - ha tweettato -, un grande gruppo dentro e fuori dal campo. Se qualcuno doveva infrangere il record dei Bulls, sono contento che siano stati loro".

Warriors 73, nessuno mai come Golden State

I RECORD - Quel che è sicuro è che i numeri della regular season sono per certi versi spaventosi. La sconfitta con Boston di inizio aprile ha posto fine a una serie di 54 vittorie casalinghe; sono la prima squadra di sempre a superare quota 1.000 triple in una stagione (933 era il record precedente); Draymond Green è diventato il primo giocatore a registrare almeno 1.000 punti, 500 rimbalzi, 500 assist, 100 palle rubate e 100 rubate in un anno; hanno blindato la loro qualificazione ai playoff dopo sole 58 partite (record scippato per un soffio ai Boston Celtics 85-86); Steph Curry ha demolito già nel mese di febbraio il precedente primato di triple realizzate in una sola stagione, superando il suo stesso record (286) fissato un anno fa. Voleva chiudere con un acuto da fuoriclasse, i 46 punti realizzati contro Memphis lo portano a superare quota 400 triple in stagione (402) e sono arrivati anche gli omaggi di Michael Jordan. "Mi voglio congratulare con i Warriors per la loro straordinaria stagione. Il gioco del basket è in continua evoluzione e i record sono fatti per essere infranti. È stato un piacere guardare giocare Golden State e non vedo l'ora di vederli nei playoff". Una frecciatina? Considerando il carattere di MJ, probabile. I Bulls, nel 1996, si presentarono con una maglia che aveva ben poco di celebrativo: "72-10: don't mean a thing without a ring". Senza l'anello, tutto quello che si è fatto fin lì non conta. CURRY: LA STAR - Scrivere di Steph Curry inizia a diventare complesso. È forse la prima grande star NBA che non divide il pubblico per questioni caratteriali ma per ragioni meramente tecniche: per alcuni il suo modo di giocare rischia di rivelarsi dannoso per i giovani che si avvicinano al gioco e che tentano in ogni modo di emulare un fuoriclasse che tira da centrocampo come se fosse a due passi dal canestro e che fa del "ball-handling" frenetico uno dei suoi marchi di fabbrica. Ma il basket giocato da Curry in questa stagione ha qualcosa di sovrannaturale. È il padrone di una squadra in missione per il secondo anello consecutivo, nell'ultima sfida di regular season contro i San Antonio Spurs, con i quali quasi sicuramente si giocheranno l'accesso alle finali, ha dimostrato di sapersi anche adattare a quello che la difesa neroargento voleva offrirgli. Il 45% al tiro da tre punti non riesce minimamente a raccontare il suo dominio: il numero di tentativi è spropositato (poco più di 11 a partita) e, soprattutto, parte di quei tiri arriva in condizioni che per qualsiasi altro giocatore sarebbero impossibili. La scienza continua a studiarne il tiro, i programmatori dei videogiochi stanno iniziando a riconsiderare alcuni parametri sin qui utilizzati. Mike Wang, "gameplay director" di NBA 2K, una delle serie più note a livello mondiale, lo ha confessato apertamente. "Per essere onesti, stiamo cercando delle strade per poter inserire al meglio la sua tipologia di gioco all'interno del videogame. Sta rompendo le regole, è difficile riportare in un videogioco alcune delle sue decisioni: noi cerchiamo di portare i nostri giocatori verso l'idea che alcuni tiri semplicemente non andrebbero presi, ma sono gli stessi che lui riesce a realizzare". Steph guida con disinvoltura la squadra da battere: anche stavolta, ai playoff, bisognerà prendere la targa del numero 30, il primo esterno dal 1991-92 a chiudere la stagione regolare con almeno 30 punti e il 50% dal campo. Chi fu l'ultimo? Michael Jordan, ovviamente.

Kerr: "Nessuno supererà il record dei Warriors"

THOMPSON E GREEN: L'ALTRO "SPLASH BROTHER" E IL LEADER - Le altre due stelle di Golden State hanno profili ben diversi. Klay Thompson, che con Curry condivide il soprannome di "Splash brother", è l'esecutore silenzioso: è l'uomo perfetto per andare ad esplorare le zone morte lasciate dalla lucida follia di Steph, quello che sa sempre come mettere i piedi per sparare da tre punti e colpire al cuore gli avversari. Nel mese di marzo ha scollinato quota 1.000 triple in NBA, è il primo di sempre a riuscirci nei cinque anni iniziali di carriera: lo stesso Curry, complice qualche infortunio di troppo, ci è arrivato alla sesta stagione. Draymond Green è invece adrenalina allo stato puro. Una scarica di energia che attraversa le partite di Golden State e le trasforma. Ala grande per definizione, playmaker occulto, centro tattico nei momenti cruciali delle partite, difensore capace di oscurare anche la migliore delle guardie: non c'è cosa che Green non riesca a fare, il tutto condito da una leadership vocale che esalta i compagni di squadra. Scelto nel secondo giro del Draft 2012, alla numero 35, è diventato ben presto uno dei giocatori di riferimento di Mark Jackson prima e di Steve Kerr poi: "Money" è l'arma totale di una squadra che vuole continuare a scrivere la storia.

GLI ALTRI - Senza collettivo non si vince. Alle spalle dei tre grandi c'è una schiera di gregari più o meno di lusso pronti a dare una mano e a prendersi la scena se necessario. Lo insegna Andre Iguodala, che dopo una carriera con il peso dei riflettori addosso tra Philadelphia e Denver ha saputo riciclarsi come uomo-chiave in una franchigia vincente. E quando nessuno se lo aspettava, ha fatto pesare il suo status, diventando l'MVP della scorsa serie finale contro Cleveland. C'è anche Harrison Barnes, quasi sempre in quintetto e collante perfetto, insieme a Andrew Bogut, per una squadra che gli chiede concentrazione e tiri piazzati. Differente l'apporto del gigante australiano, un altro che non ha mantenuto tutte le aspettative riposte su di lui a inizio carriera - venne scelto alla numero 1 in un draft, quello del 2005, che al suo interno nascondeva delle perle come Chris Paul e Deron Williams - e che, al netto di qualche problema fisico, garantisce ai Warriors una adeguatissima protezione del ferro quando è in campo. Anche grazie ai suoi insegnamenti sta crescendo Festus Ezeli, tormentato dagli infortuni quest'anno (solo 46 presenze) ma importantissimo nei suoi 16 minuti abbondanti di utilizzo. Per i punti facili dalla panchina basta bussare a Leandrinho Barbosa fra gli esterni (6.4 punti in 15.9 minuti) e a Marreese Speights tra i lunghi (7.1 punti in 11.6 minuti). Ma la storia più bella è forse quella di Shaun Livingston, sulla cui rinascita in pochi avrebbero scommesso. Entrato in NBA con una delle etichette più pesanti, quella di nuovo Magic Johnson, venne scelto con la numero 4 dai Clippers nel 2004. Un terribile infortunio al ginocchio sinistro, il 26 febbraio del 2007, lo ha portato a un passo dall'amputazione dell'arto. Tornato in campo dopo oltre 600 giorni di stop, ha dovuto ricostruire gradualmente il suo gioco, senza mai arrendersi. Oggi è il cambio perfetto di Steph Curry ed è un piacere anche vederli giocare assieme.

Nba, super Curry firma la vittoria da 10 metri

KERR E WALTON, LE DUE FACCE DELLA PANCHINA - La stagione di Golden State si era aperta con un bel problema: dopo un intervento chirurgico per curare un'ernia del disco, subito seguito da un'altra operazione, Steve Kerr ha dovuto iniziare una cura riabilitativa per evitare danni permanenti alla schiena. I campioni NBA partivano con l'handicap di un allenatore fermo ai box. In sella è salito Luke Walton, figlio del grande Bill e assistente di Kerr. Mentre i problemi alla schiena e alla testa - tuttora soffre di terribili emicranie - laceravano l'head coach, Walton iniziava il suo percorso da allenatore in prima. "Sta avendo sicuramente molta importanza - raccontava Steph Curry a inizio anno, con Golden State capace di infilare 24 vittorie prima di conoscere la sconfitta - e sfruttiamo la chimica raggiunta in questi anni. Siamo concentrati sul sistema che coach Kerr ha pensato per noi e il messaggio che ci trasmette Walton ogni sera è lo stesso: dobbiamo scendere sul parquet e dare tutti, mantenendo il nostro stile di gioco". E proprio Walton, che ha chiuso la sua esperienza con 39 vittorie e 4 sconfitte prima di restituire lo scettro al capo allenatore, ha sempre attribuito a Kerr tutti i meriti. "Qui abbiamo cercato di sostituire soprattutto la figura di un amico, di qualcuno che noi tutti amiamo e tiene insieme la squadra. Tentiamo di aiutare i giocatori in attesa che il vero capitano torni a bordo della nave". Kerr è tornato in sella, pur combattendo ancora contro diversi problemi. I "suoi" Golden State Warriors hanno scavalcato i "suoi" Chicago Bulls. È lui il filo che lega due squadre distanti vent'anni. Quanto a quel 72-10, bisognerà via via dimenticarne il suono e abituarsi al fatto che 73-9, da dire rigorosamente tutto d'un fiato, può suonare altrettanto bene.
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