ROMA - L'uomo più atteso del campionato che scatta domani è lui, Simone Pianigiani. L'allenatore dei sei scudetti consecutivi con Siena, ex ct della Nazionale, due esperienze all'estero con Fenerbahce e Hapoel Gerusalemme (con cui la scorsa stagione ha vinto il titolo israeliano) prima di accettare la proposta di Milano, la grande delusa a caccia del riscatto.
Facciamo un passo indietro, Pianigiani. Fino a qualche mese fa raccontava che si vedeva a lavorare all'estero ancora per un po'. Invece eccola a Milano, per convincerla a cambiare idea è bastato il fascino dell'Olimpia o la parolina magica 'progetto'?
"Entrambe le cose. L'Olimpia non è solo una squadra di basket ma un progetto sportivo moderno che vuole crescere ancora e in cui mi sono sentito subito coinvolto. Questo lo rende particolare, intrigante. Alla fine capisci che non puoi dire di no".
Ha iniziato come meglio non poteva, vincendo subito la Supercoppa italiana. Ma quando l'Olimpia ha annunciato il suo ingaggio qualche tifoso l'ha presa così male da creare l'hashtag #noPianigiani.
"Non si può piacere a tutti ma va bene lo stesso. Milano ha fatto tantissimo per avvicinare la gente alla squadra. Dopo sta alla squadra creare empatia con la tifoseria mostrando sul campo i valori che la gente apprezza. Se la squadra lotta il concetto 'passa' e arriva alla gente. E' quello che vogliamo fare".
Cosa le ha chiesto Giorgio Armani?
"Ho conosciuto un uomo che tiene tantissimo alla sua creatura ma ancora di più vuole che la squadra sul campo rifletta i valori sui quali si basa la sua azienda: impegno totale, serietà, lavoro di squadra, stile, rispetto. Tutto senza isterismi".
Immaginiamo però che dopo il mezzo flop della scorsa annata anche un capo pacato come il re della moda voglia tornare a vincere qualcosa.
"Costruire un programma vincente è sempre complesso ma quello che conta ed è realmente difficile è mantenere alta la qualità del progetto. Vincere, rivincere e continuare ad avere fame e voglia di superarsi sempre: questo è veramente difficile. Ma è ciò a cui devi aspirare, soprattutto in una realtà come questa di Milano".
Che rapporto ha con la pressione?
"Ci convivo da sempre. A Gerusalemme era senza precedenti sia a livello mediatico che emotivo. E quando ho cominciato a Siena il 10% della popolazione veniva ad ogni partita. Se fai questo lavoro con la pressione impari a convivere".
I volti nuovi nel roster di Milano sono nove. Una rivoluzione in piena regola.
"Vogliamo aprire un ciclo, compiere un percorso portando avanti un'idea insieme al club. Abbiamo gettato le basi di un senso comune, un'identità tecnica ed equilibrata che con il tempo venga implementata, con addizioni e correzioni, da effettuare magari tra un anno o magari in quello successivo".
La Supercoppa sembra aver già chiarito quali saranno i ruoli all'interno del gruppo.
"Il point-man, quindi da noi Theodore, in ogni squadra deve avere leadership. Goudelock ha le risorse per essere la nostra punta, Micov per il suo vissuto, soprattutto in Eurolega, esperienza, età è un altro giocatore che dovrà esserci da guida nel processo di crescita. Ma aggiungerei quanto sarà importante il nucleo degli italiani. Li conosco tutti da anni e sono uniti da un'etica di lavoro straordinaria, attaccamento alla maglia. Loro ci daranno anima".
Come si fa ad arrivare in fondo a campionato ed Eurolega?
"La nuova formula dell'Eurolega con una regular season di 30 gare ti obbliga a costruire una squadra profonda, ma anche equilibrata e duttile. Solo così puoi superare i momenti di difficoltà, i minuti di gioco che possono variare, gli acciacchi dentro un sistema con regole diverse tra Eurolega e campionato. Abbiamo cercato persone mature, abbastanza forti mentalmente da resistere ai momenti in cui devi andare in campo distrutto, senza energia, venendo da chissà quale posto. Ecco perché volevamo persone equilibrate".
Quanto tempo servirà per vedere la Milano che ha in mente?
"Dipenderà da tanti fattori, ma ho sempre detto che soprattutto quando alleni una squadra nuova è sempre gennaio-febbraio il momento in cui raggiungi un'identità riconoscibile. La chiave è rimanere comunque all'interno delle competizioni, per questo fin da subito voglio vedere l'idea di uno sforzo comune, che si percepisca subito e ci sostenga".
Lavorare all'estero cosa le ha lasciato?
"Lavorare all'estero allarga la mente, perché devi adattarti ad abitudini differenti e io ho avuto la fortuna di farlo in paesi molto emotivi e in squadre (Fenerbahce e Hapoel Gerusalemme, ndr) con un seguito enorme".
Che campionato ritrova?
"Un torneo in fase di rilancio dopo un periodo difficile per una congiuntura economica sfavorevole. Troviamo tante avversare ambiziose, tra chi ha già vinto come Venezia e Sassari, chi essendoci andato vicino è convinto di poterlo fare come Avellino, Reggio Emilia o Trento. Per noi di Milano sarà interessante vedere come reagiremo all'impegno di Eurolega. Lo scorso anno l'Olimpia ha tenuto in campionato salvo prosciugarsi di energie e salute. Invece dovremo arrivare pronti a tutti, sapendo prima che ovunque, per tutti, battere Milano varrà doppio anche se verremo da una gara durissima appena giocata o da un viaggio disagiato. Dovremo sempre avere la mentalità giusta per resistere e farsi trovare pronti".
Facciamo un passo indietro, Pianigiani. Fino a qualche mese fa raccontava che si vedeva a lavorare all'estero ancora per un po'. Invece eccola a Milano, per convincerla a cambiare idea è bastato il fascino dell'Olimpia o la parolina magica 'progetto'?
"Entrambe le cose. L'Olimpia non è solo una squadra di basket ma un progetto sportivo moderno che vuole crescere ancora e in cui mi sono sentito subito coinvolto. Questo lo rende particolare, intrigante. Alla fine capisci che non puoi dire di no".
Ha iniziato come meglio non poteva, vincendo subito la Supercoppa italiana. Ma quando l'Olimpia ha annunciato il suo ingaggio qualche tifoso l'ha presa così male da creare l'hashtag #noPianigiani.
"Non si può piacere a tutti ma va bene lo stesso. Milano ha fatto tantissimo per avvicinare la gente alla squadra. Dopo sta alla squadra creare empatia con la tifoseria mostrando sul campo i valori che la gente apprezza. Se la squadra lotta il concetto 'passa' e arriva alla gente. E' quello che vogliamo fare".
Cosa le ha chiesto Giorgio Armani?
"Ho conosciuto un uomo che tiene tantissimo alla sua creatura ma ancora di più vuole che la squadra sul campo rifletta i valori sui quali si basa la sua azienda: impegno totale, serietà, lavoro di squadra, stile, rispetto. Tutto senza isterismi".
Immaginiamo però che dopo il mezzo flop della scorsa annata anche un capo pacato come il re della moda voglia tornare a vincere qualcosa.
"Costruire un programma vincente è sempre complesso ma quello che conta ed è realmente difficile è mantenere alta la qualità del progetto. Vincere, rivincere e continuare ad avere fame e voglia di superarsi sempre: questo è veramente difficile. Ma è ciò a cui devi aspirare, soprattutto in una realtà come questa di Milano".
Che rapporto ha con la pressione?
"Ci convivo da sempre. A Gerusalemme era senza precedenti sia a livello mediatico che emotivo. E quando ho cominciato a Siena il 10% della popolazione veniva ad ogni partita. Se fai questo lavoro con la pressione impari a convivere".
I volti nuovi nel roster di Milano sono nove. Una rivoluzione in piena regola.
"Vogliamo aprire un ciclo, compiere un percorso portando avanti un'idea insieme al club. Abbiamo gettato le basi di un senso comune, un'identità tecnica ed equilibrata che con il tempo venga implementata, con addizioni e correzioni, da effettuare magari tra un anno o magari in quello successivo".
La Supercoppa sembra aver già chiarito quali saranno i ruoli all'interno del gruppo.
"Il point-man, quindi da noi Theodore, in ogni squadra deve avere leadership. Goudelock ha le risorse per essere la nostra punta, Micov per il suo vissuto, soprattutto in Eurolega, esperienza, età è un altro giocatore che dovrà esserci da guida nel processo di crescita. Ma aggiungerei quanto sarà importante il nucleo degli italiani. Li conosco tutti da anni e sono uniti da un'etica di lavoro straordinaria, attaccamento alla maglia. Loro ci daranno anima".
Come si fa ad arrivare in fondo a campionato ed Eurolega?
"La nuova formula dell'Eurolega con una regular season di 30 gare ti obbliga a costruire una squadra profonda, ma anche equilibrata e duttile. Solo così puoi superare i momenti di difficoltà, i minuti di gioco che possono variare, gli acciacchi dentro un sistema con regole diverse tra Eurolega e campionato. Abbiamo cercato persone mature, abbastanza forti mentalmente da resistere ai momenti in cui devi andare in campo distrutto, senza energia, venendo da chissà quale posto. Ecco perché volevamo persone equilibrate".
Quanto tempo servirà per vedere la Milano che ha in mente?
"Dipenderà da tanti fattori, ma ho sempre detto che soprattutto quando alleni una squadra nuova è sempre gennaio-febbraio il momento in cui raggiungi un'identità riconoscibile. La chiave è rimanere comunque all'interno delle competizioni, per questo fin da subito voglio vedere l'idea di uno sforzo comune, che si percepisca subito e ci sostenga".
Lavorare all'estero cosa le ha lasciato?
"Lavorare all'estero allarga la mente, perché devi adattarti ad abitudini differenti e io ho avuto la fortuna di farlo in paesi molto emotivi e in squadre (Fenerbahce e Hapoel Gerusalemme, ndr) con un seguito enorme".
Che campionato ritrova?
"Un torneo in fase di rilancio dopo un periodo difficile per una congiuntura economica sfavorevole. Troviamo tante avversare ambiziose, tra chi ha già vinto come Venezia e Sassari, chi essendoci andato vicino è convinto di poterlo fare come Avellino, Reggio Emilia o Trento. Per noi di Milano sarà interessante vedere come reagiremo all'impegno di Eurolega. Lo scorso anno l'Olimpia ha tenuto in campionato salvo prosciugarsi di energie e salute. Invece dovremo arrivare pronti a tutti, sapendo prima che ovunque, per tutti, battere Milano varrà doppio anche se verremo da una gara durissima appena giocata o da un viaggio disagiato. Dovremo sempre avere la mentalità giusta per resistere e farsi trovare pronti".