L'ultimo ballo di Michael Jordan: così è nata la serie-evento
Michael Jordan
The Last Dance ha potuto attingere a 500 ore di pellicola girata nel 1997/98 al seguito dei Chicago Bulls. Ma solo nel 2016 Michael ha dato l'assenso per utilizzarle.
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L’accordo in fondo era semplice: voi filmate pure tutto, io deciderò se le immagini potranno essere pubblicate, un giorno. Per dare questo permesso, il più grande giocatore della storia del basket ci ha messo 18 anni. Ma poi ha detto sì.
The Last Dance, la serie tv che racconta l’ultima, strepitosa stagione di Michael Jordan con i Chicago Bulls, con la conquista del suo sesto anello e l’annuncio del suo ritiro per la seconda (e penultima) volta, nasce da un’intuizione di Andy Thompson, figlio e fratello d’arte, producer Nba, che nel 1997 ottenne l’autorizzazione a seguire da vicino, molto da vicino, le giornate di Jordan & C.. Bisognava convincere Phil Jackson, il coach dei Bulls, che capì subito l’importanza del progetto: “Ma quando voglio parlare in privato ai giocatori le telecamere devono sparire”, avvisò. E poi serviva stringere un patto con Jordan e il suo agente David Falk, convinto che il valore dell’immagine di “His Airness” fosse inversamente proporzionale al suo utilizzo. Qui nacque allora quell’accordo: voi intanto girate, io vi farò sapere.
Le puntate, 10 da 50 minuti, sono il frutto di 500 ore di pellicola, custodite in un archivio speciale a Secaucus, New Jersey. Solo in pochi, all’Nba Entertainment, ne conoscevano l’esistenza. E per molto tempo Jordan non ha dato il consenso a utilizzarle. Spike Lee e Danny De Vito, fra gli altri, avevano provato a convincerlo a realizzare un prodotto con quel tesoro. A convincere MJ fu il producer Mike Tollin, nel 2016: per incontrare Jordan e proporgli l’idea di una serie tv, non un semplice film, volò di notte, gli consegnò una lettera allegando i suoi precedenti lavori. Fu fortunato. Perché Jordan aveva visto e amato “Iverson”, il docufilm sull’ex giocatore dei 76ers. E disse quel fatidico "yes".
Nel 2018 è stata annunciata la realizzazione di una miniserie in coproduzione fra Espn (che la trasmette negli Usa) e Netflix (in Europa): l’uscita è stata anticipata ad aprile per placare l’astinenza da basket dell’America fermata dal Covid 19. Il primo episodio, su Espn, ha registrato 7,2 milioni di spettatori negli Stati Uniti, record per un documentario: per fare un raffronto, la sfida di Los Angeles fra Lakers e Clippers a Natale ne aveva avuti 8,8 milioni. Gli ultimi due episodi saranno trasmessi domenica 17 maggio negli States e lunedì 18 in Italia.
Il regista è Jason Hehir, che ha diretto già “Andre the Giant” – biopic sul lottatore di wrestling – e “Down in the Valley”, in cui seguiva Kevin Johnson, l’ex stella dei Kings diventato nel frattempo sindaco di Sacramento nel 2008 (e fino al 2016). Jordan ha avvisato i suoi fan: “Vedendo la serie, molti penseranno di quanto fossi orribile”. Perché non ci sono solo assist, linguacce e canestri impossibili: ma anche i pugni a Steve Kerr, la visita mancata alla Casa Bianca per giocare a golf, le parolacce. A giudicare dagli ascolti, il pubblico ama anche il suo lato più buio.