Ettore Messina e la Superlega: "Il modello Nba non è applicabile al calcio"
di Walter Fuochi , di Walter FuochiImpegnato da ieri nei playoff di Eurolega, guidandovi la sua Milano contro il Bayern Monaco, Ettore Messina fu l'allenatore che vinse, vent'anni fa, la prima coppa europea di basket varata dai "ribelli". Correva l'anno 2001, la sua Virtus Bologna era uno dei club fondatori, ossia scissionista, passato dall'Eurolega vecchia a quella nuova. Dell'odierna progettata Superlega ci sono ampie tracce nella storia dello sport. Piani realizzati in altri sport che paiono, a ritroso, test di laboratorio.
Messina, ricorda? Per noi del basket questo sembra un film già visto.
"Certo. Altri tempi, anche se, allora come oggi, sono in campo club che chiedono di contare di più: nella governance, nella possibilità di programmare sul lungo termine, nella redistribuzione degli utili. Si era agli albori dei diritti tv, si voleva contare più della Fiba, la federazione internazionale. Ci furono tensioni, per fortuna la guerra vera non inizi&ograv…
Impegnato da ieri nei playoff di Eurolega, guidandovi la sua Milano contro il Bayern Monaco, Ettore Messina fu l'allenatore che vinse, vent'anni fa, la prima coppa europea di basket varata dai "ribelli". Correva l'anno 2001, la sua Virtus Bologna era uno dei club fondatori, ossia scissionista, passato dall'Eurolega vecchia a quella nuova. Dell'odierna progettata Superlega ci sono ampie tracce nella storia dello sport. Piani realizzati in altri sport che paiono, a ritroso, test di laboratorio.
Messina, ricorda? Per noi del basket questo sembra un film già visto.
"Certo. Altri tempi, anche se, allora come oggi, sono in campo club che chiedono di contare di più: nella governance, nella possibilità di programmare sul lungo termine, nella redistribuzione degli utili. Si era agli albori dei diritti tv, si voleva contare più della Fiba, la federazione internazionale. Ci furono tensioni, per fortuna la guerra vera non iniziò mai".
In quella stagione 2000-01 lo scisma portò a due Coppe dei Campioni. Una dei "ribelli", vinta da Bologna, una dei legalisti, vinta dal Maccabi. Di peso quasi pari.
"Beh, la divisione dei club non fu proprio a metà. Credo che la nuova Eurolega pesasse di più. Di là c'erano Maccabi, Panathinaikos, Efes, Cska. Che poi arrivarono da noi l'anno dopo".
La Fiba scelse di alzare le mani e dare via libera ai "privati". Il calcio giura che non lo farà mai.
"Altre dimensioni, imparagonabili, e altra peculiarità, per cui con le analogie e i film già visti mi fermerei qui. Probabilmente Stankovic, il segretario generale della Fiba, decise con un atto di realismo di non opporsi ai club e di tutelare l'attività delle nazionali, che infatti non ne scapitò. Le organizzazioni erano ai ferri corti, ma poi nessuno arrivò a combattere davvero una guerra. Non si pensò mai di vietare alle squadre scissioniste di partecipare ai campionati nazionali, come per me, personalmente, sarebbe stata una rinuncia dolorosa, né di proibire ai giocatori di andare in nazionale. Ora sento questo, le squalifiche brandite come arma e come minaccia. D'altra parte chi produce lo spettacolo, e cioè i club pagando i giocatori, ciclicamente chiede di ridiscutere la distribuzione degli utili. E ridimensionamenti della struttura di governance, quando non ricambi".
Lei è stato nella evocatissima Nba. Paragoni?
"Zero. Da non evocare proprio. Vado per punti, così è più chiaro. Uno: negli Stati Uniti c'è una sola lega, la Nba, qui tante. Due: là i club godono d'ottima salute economica, qui sento che meditano questi passi estremi a fronte di situazioni debitorie spaventose. Tre: il salary cap. Un tetto salariale che non si può superare, con un accordo tra i club che si rinnova periodicamente e fissa la percentuale sui ricavi da destinare agli stipendi dei giocatori. Vuoi spendere di più per ingaggiare l'asso? Luxury tax. Cioè: ogni dollaro che esce te ne costa altri tre, da conferire su un monte da dividere fra i tuoi avversari. Quattro: il sistema delle scelte. Le squadre peggiori possono scegliere il giocatore migliore, con fini di riequilibrio. Cinque: non si fa nero, vigila la Fbi, e fa sul serio".
Tutto improponibile qui?
"Al di là della volontà sui controlli, l'Europa ha regimi fiscali diversi, una tassazione che va dal 20 al 50%. Un giocatore in Russia o in Turchia costa uno più tot, in Italia o Spagna uno più due o tre tot. L'equità competitiva salta già lì. E non parliamo dei contratti d'immagine, diversi in ogni paese. O delle leggi ad hoc. Beckham in Spagna, anni fa".
Da tifoso anche di calcio, oltreché da professionista di basket, che cosa prova?
"Smarrimento. E un senso di privazione se domani non dovessi avere un campionato italiano completo. Tifassi Bologna, vorrei giocarci con Inter, Juve, Milan. Non farlo mi parrebbe un torto. I campionati nazionali hanno una componente storica e romantica che in Italia non si può eliminare".
Che cosa si augura?
"Di rivedere nel calcio il processo che il basket è riuscito ad armonizzare, sia pure tra qualche scompenso. C'è la coppa europea, c'è il campionato, ci sono le nazionali. E' dura trovare date per tutto, giochiamo troppo e il calendario andrà ridotto, pensando che, se la Nba si permette 30 squadre professionistiche nel paese più ricco del mondo, noi qui non possiamo arrivare a 20 o a 18. S'allargheranno le rose, nei top club, ma poi quelli bravi sono sempre gli stessi, giocano troppo, rischiano infortuni ed usure".
Mettendo da parte le guerre di religione, la storia dice che in questi vent'anni l'Eurolega di basket è almeno diventata un prodotto sportivo di successo. Tradotto: la qualità vince.
"Esatto, un gran bel torneo, che forse ha centrato di più, finora, il suo obiettivo sportivo che economico, non arrivando ancora dove sognava di essere".