Nba, la resurrezione di Chris Paul: l'uomo in missione che fa sognare Phoenix
di Massimo Basile , di Massimo BasilePer gli amanti delle leggende questa storia potrebbe fermarsi alle prossime due parole: Chris Paul. Ma tutti gli altri vorrebbero sapere cosa sia successo in questi due anni, dal momento in cui quello che adesso chiamano "Point God" era a un passo dal viale del tramonto, reduce dall'ennesimo infortunio, sfiduciato dai compagni, dal coach, dalla proprietà, dai texani, dai venditori di popcorn, infine mandato via da Houston a Oklahoma in cambio di Russell Westbrook e un paio di scelte al Draft. "La realtà - dice adesso - è che due anni fa tutti pensavano fossi finito".
Sì, tutti. E lo pensavano anche all'inizio di questa stagione. Anche se con un contratto da 41 milioni di dollari l'anno fino al 2022, terzo più pagato della Nba, ma sportivamente in una bara di vetro. Houston è sparita, lui è rinato. Forse c'è un segreto dietro tutto questo e ci arriveremo.
A 36 anni CP3 è div…
Per gli amanti delle leggende questa storia potrebbe fermarsi alle prossime due parole: Chris Paul. Ma tutti gli altri vorrebbero sapere cosa sia successo in questi due anni, dal momento in cui quello che adesso chiamano "Point God" era a un passo dal viale del tramonto, reduce dall'ennesimo infortunio, sfiduciato dai compagni, dal coach, dalla proprietà, dai texani, dai venditori di popcorn, infine mandato via da Houston a Oklahoma in cambio di Russell Westbrook e un paio di scelte al Draft. "La realtà - dice adesso - è che due anni fa tutti pensavano fossi finito".
Sì, tutti. E lo pensavano anche all'inizio di questa stagione. Anche se con un contratto da 41 milioni di dollari l'anno fino al 2022, terzo più pagato della Nba, ma sportivamente in una bara di vetro. Houston è sparita, lui è rinato. Forse c'è un segreto dietro tutto questo e ci arriveremo.
A 36 anni CP3 è diventato l'uomo in missione per conto di dio, l'Araba Fenice della Nba: 37 punti e 14 su 19 al tiro, senza neanche una tripla, nella vittoria decisiva (125-118) che ha chiuso la serie a zero con Denver. Giocatore più vecchio con almeno 35 punti e il 70 per cento al tiro in una partita dei playoff dal '65. Diciotto giorni più vecchio di Kareem Abdul-Jabbar, 119 più di LeBron James. Miglior prestazione al tiro (84 per cento) in una serie negli ultimi 25 anni. Nelle quattro partite con Denver, in cui i Suns hanno costruito lo "sweep", la scopa, l'equivalente del nostro 'cappotto' per 4-0, Paul ha segnato 102 punti, preso 20 rimbalzi, distribuito 41 assist, fatto 22 liberi su 22. Domenica notte, CP3 ha portato a spasso la difesa avversaria. Tra le fine del secondo quarto e il terzo, l'ha bucata otto volte in meno di dieci minuti con il tiro in cui è maestro: dalla media distanza e dal lato destro, arrivando in palleggio.
Ha martellato Denver con la precisione del suo basket, al punto che il pubblico di casa non sapeva più se piangere o applaudire, o fare tutte e due le cose insieme. Quando è stato preso, l'estate scorsa, da Phoenix, gli avevano chiesto di portare un gruppo di talento il più lontano possibile: lo ha fatto. I Suns sono tornati alle finali di Conference dopo undici anni, primi nella storia Nba a centrare l'obiettivo dopo aver mancato i playoff per dieci stagioni. Ci sono riusciti vincendo le ultime sette partite dei playoff, tre contro i campioni dei Lakers e le quattro con Denver, cioè le due finaliste a ovest di un anno fa. Il coach dei Nuggets, Mike Malone, adesso dice che CP3 "può essere considerato tranquillamente la migliore point guard della storia".
E' un riconoscimento di alto livello e arriva da uno appena buttato fuori dai playoff. Ma il futuro membro della Hall of Fame ha fatto ancora di più: dopo sedici stagioni in Nba è diventato la migliore versione di se stesso. L'ultimo quarto delle partite è diventato il suo palcoscenico: in quella frazione, nelle quattro con Denver, ha segnato 43 punti, fornito 10 assist, perso zero palloni e tirato con il 97,4. Attorno ha una batteria molto hot di razzi e cannoni, da Devin Booker a Deandre Ayton, da Jae Crowder a Cameron Payne e Mikal Bridges, e in panchina un signore elegante di due metri, Monty Williams, che dieci anni fa perse la moglie per un cancro e trovò l'amicizia di una star: Chris Paul. "A volte hai coach che sono solamente coach - commenta adesso CP3 - a volte relazioni che durano tutta una vita".
In Arizona Paul ha trovato l'oasi ideale, ma se adesso siamo qui a parlarne come fosse un unicorno è grazie anche alla sua scelta, fatta due anni fa dopo aver toccato il punto più basso a Houston: è diventato vegano, come Lewis Hamilton, Serena Williams, Jermain Defoe, ma anche come il campione di snooker Neil Robertson, il wrestler Daniel Bryan e l'ultramaratoneta Scott Jurek. Gli amici dicono che Paul è ringiovanito, è diventato più freddo. Nello spot che inonda le tv americane da un anno, con una compagnia assicurativa, Paul fa il testimonial e dice che il "basket è vita". Lui ha preso tutto alla lettera. Mette due gambe di sedano sul piatto, si allena per ore, anche da solo, anche alzandosi all'alba. Adesso aspetta l'altra finalista di Conference e anche lì potrebbe accadere qualcosa di altamente simbolico. Se si guarda intorno, non vede traccia di Houston, ma potrebbe ritrovare una vecchia conoscenza: i Los Angeles Clippers, sei stagioni e un brusco addio, nel 2017, quando già cominciavano a dire che per il Point God la carriera era ai titoli di coda.