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Basket, Italia alle Olimpiadi: i meravigliosi ragazzi di Sacchetti, ora che fare con i big che avevano detto no?

Gli azzurri festeggiano la qualificazione alle Olimpiadi dopo la vittoria contro la Serbia (afp)
La nazionale che torna ai Giochi dopo 17 anni ricorda il meglio di Atene 2004, o di Parigi '99. Con un ct col contratto in scadenza e una squadra che sa di futuro a partire dai vent'anni di Mannion. Il problema ora è capire se portare a Tokyo chi - come Belinelli e Datome - aveva detto no al preolimpico
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Meravigliosi come i fratelli del calcio, decisi a prendersi tutto dal mese di larga grazia improvvisamente attraversato, gli azzurri più alti, quelli del basket, hanno stupito il mondo a Belgrado e si sono pigliati quel che i canestri negavano all'Italia da 17 anni, resi dispari, come tanto altro, dalla pandemia: un posto alle Olimpiadi. Azzurra sarà a fine mese a Tokyo, con questa ciurma inattesa e magnifica, rinverdendo un ricordo cui toccava fino a ieri risalire fino ad Atene 2004. Fu pure allora una favola a lieto fine, alzandovi una sorprendente medaglia d'argento dietro l'Argentina dorada. Nelle suggestioni festose di una notte storica, come quest'ultima nella casa di chi s'atteggia da sempre a padrone del gioco, almeno in Europa, ne riaffiorano prepotenti altre del passato, come lampi che squarciano il buio.

Proprio di Atene 2004, somiglia a questa ebbra goleada ai serbi la semifinale con la Lituania, segnata da un'altra irreale scarica di…

Meravigliosi come i fratelli del calcio, decisi a prendersi tutto dal mese di larga grazia improvvisamente attraversato, gli azzurri più alti, quelli del basket, hanno stupito il mondo a Belgrado e si sono pigliati quel che i canestri negavano all'Italia da 17 anni, resi dispari, come tanto altro, dalla pandemia: un posto alle Olimpiadi. Azzurra sarà a fine mese a Tokyo, con questa ciurma inattesa e magnifica, rinverdendo un ricordo cui toccava fino a ieri risalire fino ad Atene 2004. Fu pure allora una favola a lieto fine, alzandovi una sorprendente medaglia d'argento dietro l'Argentina dorada. Nelle suggestioni festose di una notte storica, come quest'ultima nella casa di chi s'atteggia da sempre a padrone del gioco, almeno in Europa, ne riaffiorano prepotenti altre del passato, come lampi che squarciano il buio.

Proprio di Atene 2004, somiglia a questa ebbra goleada ai serbi la semifinale con la Lituania, segnata da un'altra irreale scarica di triple della banda Recalcati. Ma poi ci sono echi pure di Parigi '99, quando l'Italia di Tanjevic che vinse l'oro europeo piegò in semifinale una Jugoslavia piena di grandi firme. O, ancora più indietro, c'è chi rammenterà Mosca '80, quando l'argento degli azzurri di Gamba fu propiziato da uno dei primattori di quest'ultima impresa, il Meo Sacchetti oggi coach e allora agile come un ballerino del Bolscioi che ammanettò in difesa la stella sovietica Sergei Belov.

Riaccesi i fari su quei quadri di grande storia patria, pure l'ultima Italia se n'è insomma regalato uno di quelle dimensioni, per di più in anni di deprimente carestia. Eppure sarà giusto non viverlo al passato, un successo come questo, che profuma soprattutto di futuro. Perché l'Italia rifatta nuova da Sacchetti, col poco o tanto che c'era, è sbocciata al di là di ogni previsione e scetticismo, dopo essersi ritrovata amputata di illustri assenze, per farsi farfalla, da bruco, nei giorni della verità. E anche lui, il ct con contratto in scadenza a settembre, e indicazioni di fine corsa ancor più nitide di questa stampigliatura da scatoletta di tonno, s'è preso la sua bella rivincita, nell'anno in cui sembrano vincere tutti i guidatori a termine: Conte nell'Inter, Djordjevic nella Virtus Bologna, e ora Sacchetti appunto, se il trionfo non ispirerà ribaltoni all'oggi impronosticati. Intanto, in Giappone guiderà lui, poi si vedrà.    

Sorride stavolta il torneo preolimpico che l'ultima volta, a Torino 2016, chiuse la porta in faccia all'Italia di Ettore Messina, beffata dalla Croazia, e non dev'essere l'ideale affrontare questo giudizio di Dio in casa, da favoriti, come stavolta però sarà la Serbia a dover raccontare ai nipotini. O almeno la mezza Serbia che a Kokoskov non è bastata, assenti non meno di 4-5 giocatori primari, fuori forma le stelle Micic e Teodosic, dopo i trionfi stagionali a Istanbul e a Bologna, imbarazzanti tutti a recitare una difesa inesistente, crivellata con 102 punti dal fuoco azzurro, di suo splendido, ma beneficiato anche da colpevoli complicità altrui.

Anche l'Italia però non aveva le sue grandi firme, e questo lustra ancor più i meriti di chi c'era, oltre ad aprire subito un dibattito da portarsi fino a Tokyo. Mancavano i grandi vecchi Gallinari, Belinelli e Datome, impossibilitati o rinunciatari, e se alla disponibilità del Gallo, assente giustificato dal playoff Nba giocato per Atlanta, verrà riaperta la porta, espressa la sua volontà ieri pomeriggio a poche ore dal match, quasi come un presagio, più delicata è la posizione degli altri due, spedito a Belgrado, anziché il borsone da gioco, il certificato medico. "Deciderà il tecnico", esalava ieri sera a bordo ring il presidente federale Gianni Petrucci, spirata "la mia serata più bella da quando sono tornato nel basket". Sulla carta questa Azzurra non era dunque la migliore possibile, ma l'idea che gli assenti appartenessero già al passato, ossia ad una generazione sfiorita cumulando promesse e ripagando in fallimenti, s'è unita ora alla prova maestosa di chi dovrà prendere il testimone, imbracciando il futuro.

Non c'è di meglio nel giardino italiano d'oggidì, e chi ha giocato con più durezza e brillantezza veniva, non a caso, da più formative stagioni all'estero. Leggere il tabellino della notte magica aiuta a far l'elenco. 24 i punti di Nico Mannion, il regista di vent'anni che sfida tutti senza paura perché cresce, a urti ingoiati non facendo una piega, nella Nba di Golden State. 22 quelli di Polonara, emerso tra i baschi di Vitoria. 21 quelli di Fontecchio, diventato giocatore vero a Berlino, dopo scampoli e scarti a Bologna e a Milano. Tutti cervelli e muscoli all'estero, come il capitano Melli, stavolta più utile che brillante, però leader, anche nelle notti di luna povera. La salvaguardia del prodotto italiano che il nostro campionato delega alle quote, imponendo un minimo di sei indigeni per squadra, garantisce solo stipendi ai giganti e percentuali agli agenti, ma sta proteggendo dietro obsolete cinte daziarie crescite insufficienti. Solo il coraggio di farli giocare davvero, gli italiani, ne asseconda lo sviluppo. E ieri infatti, nell'atto finale, sono svettati Tonut (15 punti), che era stato a Venezia stando in campo a lungo il miglior giocatore della serie A, e Pajola (10), il ragazzo di bottega che alla Virtus scudettata, a forza di rubare il mestiere a Teodosic, c'è riuscito tanto bene da soverchiarlo, in marcatura e non solo, in uno dei duelli che ieri sera hanno piegato con più forza la partita delle incredulità. Dolorosa quella dei serbi, che vedevano col passare dei minuti un'Italia sempre più convinta e baldanzosa (+24 a 12' dalla fine un irreale massimo vantaggio). Leggera e felice quella degli azzurri, che traevano fiducia da ogni giocata, difensiva ed offensiva. A Tokyo, adesso. Senza ombre. Solo con pieni meriti.