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I giganti del basket, l'Italia e gli anni d'oro dei canestri perduti

Dino Meneghin con la maglia dell'Ignis Varese contro la Simmenthal al Palalido di Milano nel 1972 
La stagione del boom e il titolo europeo del 1983 vinto dalla Nazionale perfetta. Un libro di Antonio Dipollina fa rivivere quell'epopea
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Sport intelligente per gente intelligente, di questa autocertificazione il basket campa da oltre un secolo: soprattutto in Italia, dove non è nato, ma dove è cresciuto, più che mai negli anni Settanta, sua mitica e tramandata età dell'oro, da prolungarsi fino al capolinea glorioso di Nantes '83, l'Europeo che fu vinto dalla Nazionale perfetta, per quantità di campioni e loro ideale dosaggio nei ruoli di primattori e di spalle. Così almeno traccia e spiega la parabola Antonio Dipollina, critico televisivo di questo giornale, nonché membro emerito della tribù dei baskettari, setta sparsa in ogni strato della popolazione che s'annusa e si riconosce attraverso comuni parole d'ordine. E soprattutto attraverso nomi e facce. Facce delle stesse medaglie.

Quelle di Meneghin e Villalta, Marzorati e D'Antoni, Kenney e Jura, Bianchini e Peterson, Rubini e Porelli, Vinci e De Michelis, spesso proposte in coppie gi&agr…

Sport intelligente per gente intelligente, di questa autocertificazione il basket campa da oltre un secolo: soprattutto in Italia, dove non è nato, ma dove è cresciuto, più che mai negli anni Settanta, sua mitica e tramandata età dell'oro, da prolungarsi fino al capolinea glorioso di Nantes '83, l'Europeo che fu vinto dalla Nazionale perfetta, per quantità di campioni e loro ideale dosaggio nei ruoli di primattori e di spalle. Così almeno traccia e spiega la parabola Antonio Dipollina, critico televisivo di questo giornale, nonché membro emerito della tribù dei baskettari, setta sparsa in ogni strato della popolazione che s'annusa e si riconosce attraverso comuni parole d'ordine. E soprattutto attraverso nomi e facce. Facce delle stesse medaglie.

Quelle di Meneghin e Villalta, Marzorati e D'Antoni, Kenney e Jura, Bianchini e Peterson, Rubini e Porelli, Vinci e De Michelis, spesso proposte in coppie già inscatolate per sane polemiche, Dipollina le ha raccolte in un libro, "La nostra America - Gli anni d'oro del basket italiano". Sono i giganti della narrazione di un boom, passato da un'ovvia importazione made in Usa a originali riscritture locali. Con ciascuno di loro è andato a parlare, legando a schizzi di ritratto interviste corpose e complici. Una ventina in tutto e, quando il protagonista risultava iscritto all'anagrafe dei più, il lascito è toccato agli eredi: come Marco Giordani, figlio di Aldo, che di quella generazione che leggeva le stesse pagine (e sovente le scriveva, quorum lo stesso Dipollina agli esordi), fu volto e voce, nel geniale sdoppiamento di cui cibava la chiesa dei fedeli: nitido divulgatore sui canali istituzionali della Rai e fervido polemista sul piombo di "Superbasket", la rivista che tutti unificava. Erano i tempi in cui il calcio non sfruttava appieno il suo arsenale, razionando la diretta: altri tempi, già, digiuni di spezzatini. E così le dirette se le prendevano altri sport. Pallacanestro in testa, una partita a domenica, per innescare una popolarità propria, non residuale. Più i dieci minuti serali sulla tavola monopolista della Domenica sportiva, unico altro pallone servito in un piatto fisso.

Un particolare della copertina del libro "La nostra America" di Antonio Dipollina 

A raccontare questo viaggio nel passato sono allora, in viva voce, gli attori del tempo in cui la pallacanestro diventa basket: "Una vicenda sentimentale - la introduce Dipollina - , da tifosi e appassionati imberbi allora, da fottuti nostalgici ora". Dopodiché vi aggiunge una dozzina di "Storie di una bella storia", momenti di svolta fermati in istantanee: poche righe ciascuna, chi frequenta la parrocchia già sa e all'assist dell'autore bastano un nome o una data per la messa a fuoco.

La modernità del basket s'affermò coi nomi delle sue squadre che odoravano di Italia del boom. La carne Simmenthal, i frigoriferi Ignis, le tv Sinudyne furono sponsor con diritto di cittadinanza (e di citazione, il che ne attrasse i denari). I fondali dei palasport donavano eleganti calori invernali negati a stadi ancora postbellici. Le stature non solo fisiche dei campioni, la vivacità dialettica di allenatori e dirigenti aggiungevano colore e sapore. Con quelli, secondando gli umori del tifo, ogni ragazzo da curva, e spesso anche da palestra, componeva il suo pantheon. E alle 17.30 di fuoco della domenica pomeriggio il rito della partita univa tutti quelli che si sentivano migliori a seguire atleti che erano anche studenti, ingegneri, medici, avvocati, "muscolari di clamorosa consistenza umana, morale, verrebbe da dire intellettuale". Come eravamo e come, dissolta quella spinta nel piatto professionismo quotidiano, oggi non siamo più.