Gli scugnizzi del basket: l’epopea di Caserta in una docu-serie Rai
di Walter FuochiBorbonico e cosmopolita, miracoloso prodotto di fusione di orgoglio sudista e classe internazionale, lo scudetto di Caserta solcò come una cometa i cieli di un basket italiano trapuntato per storia e abitudini dalle proprie stelle fisse, tutte conficcate su al Nord. Accadde trentadue anni or sono, l'estate del '91, apogeo di un ciclo che fra ascesa e caduta si dilatò a una dozzina di stagioni, da metà '80 a metà '90. Gonfie di gioco e di vita, sono quelle raccontate da "Scugnizzi per sempre", sei puntate in bilico fra cronaca e memoria, facce d'allora e volti d'attori, in onda in questi giorni su RaiDue (e fruibile pure su RaiPlay). Capitava all'epoca, ben più d'adesso, di fare la storia con una favola.
Più che l'"Oi vita, oi vita mia" che rotolava giù dalle curve del PalaMaggiò, la colonna sonora di quella parabola fu Pino Daniele, il suo sound di pari energia innovativa. I luoghi: un palazzetto e poi un palazzone tirato su dal nulla in cento giorni, ma anche stradine e campetti del…
Borbonico e cosmopolita, miracoloso prodotto di fusione di orgoglio sudista e classe internazionale, lo scudetto di Caserta solcò come una cometa i cieli di un basket italiano trapuntato per storia e abitudini dalle proprie stelle fisse, tutte conficcate su al Nord. Accadde trentadue anni or sono, l'estate del '91, apogeo di un ciclo che fra ascesa e caduta si dilatò a una dozzina di stagioni, da metà '80 a metà '90. Gonfie di gioco e di vita, sono quelle raccontate da "Scugnizzi per sempre", sei puntate in bilico fra cronaca e memoria, facce d'allora e volti d'attori, in onda in questi giorni su RaiDue (e fruibile pure su RaiPlay). Capitava all'epoca, ben più d'adesso, di fare la storia con una favola.
Più che l'"Oi vita, oi vita mia" che rotolava giù dalle curve del PalaMaggiò, la colonna sonora di quella parabola fu Pino Daniele, il suo sound di pari energia innovativa. I luoghi: un palazzetto e poi un palazzone tirato su dal nulla in cento giorni, ma anche stradine e campetti della città vecchia, nonché i tavoli complici dove la squadra trasmutava in famiglia, da Leucio e all'Antica Locanda Massa, feudo dei Piccolo, stirpe di basket (e non solo, più tardi, di Francesco scrittore, che fra gli intervistati della serie racconta del contagio di quell'eccentrico gioco americano nelle terre consacrate a Maradona). I protagonisti furono fiori spontanei, scugnizzi appunto, come Nando Gentile ed Enzo Esposito, che prestano al racconto le voci più veraci, e poi quelli arrivati da fuori, le rigogliose piante di serra qui trapiantate al momento giusto.
Sia a Boscia Tanjevic, allenatore bosniaco, che ad Oscar Schmidt, torrenziale tiratore brasiliano, toccò poi di non vincerlo, lo scudetto dei sogni. Laicamente raccontando d'esser venuti per soldi ("pieno di debiti" l'uno, "avvertito da colleghi brasiliani che in Italia pagavano bene" l'altro), si fermarono a lungo per amore, ma erano già ripartiti quando, costruita la casa della gloria, furono altri a piantare sul tetto il tricolore dei lavori conclusi. Vi salirono cioè Gentile, fatto capitano a 16 anni per profili subito indubbi di capogiocatore, ed Esposito, che ne aveva due di meno, e sfondò pensando ogni giorno che se ce l'aveva fatta Nando doveva farcela anche lui, gemello di giochi fin da bambini. Con loro svettò Sandro Dell'Agnello, l'ala livornese che in poche ore disse no alla magna Milano e sì alla piccola Caserta, e in panchina cucinò per tutti Franco Marcelletti, "O' professore" cresciuto all'ombra di Boscia, tanto da potersi poi mettere in proprio e vincere lui.
Il racconto scorre allegro, tra i ricordi d'autore di amici e avversari, sgranati bianchi e neri e prime immagini a colori feroci delle nascenti tv locali. Arrampicata sulla sua impresa, Caserta fece simpatia a tanti. Spostando a sud i canestri, li nazionalizzava rompendo le egemonie del nord, il sempiterno triangolo Milano-Varese-Cantù, poi allungato fino a Bologna e a Pesaro, al massimo a Roma. Erano i nuovi itinerari del gioco che cercava di piacere a tutti, le tappe coperte perdendo e piangendo, perché di lì fa passare lo sport, prima di vincere. Toccata nell'86 la prima finale tricolore, contro Milano padrona, persa ad Atene col Real di Drazen Petrovic un'epica finale di coppa, lo scudetto più a sud dello Stivale sbocciò finalmente nel '91, dentro una saga infinita di cinque partite che la Juventus di Campania risolse sbancando alla bella il Forum meneghino. Tra chi non vide l'impresa, scomparso nell'87, ci fu anche l'uomo che più l'aveva immaginata e modellata, Giovanni Maggiò. Sceso da Brescia a Caserta a cercar fortuna, il costruttore ci trovò una reggia e ne lasciò due. Terra di Lavoro si chiamava la collina del nuovo palasport. Senza, quei bravi scugnizzi non sarebbero mai cresciuti.