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Gentile, il rilancio a Scafati: “Diventare padre mi ha cambiato. La Nazionale? Un capitolo chiuso, ma non da me”

Gentile in azione contro Milano (foto Carotenuto ufficio stampa Scafati)

Gentile in azione contro Milano (foto Carotenuto ufficio stampa Scafati)

 

Nel giorno del suo 31° compleanno l’ala campana ha guidato la Givova al successo contro la ‘’sua’’ Olimpia: “A Milano ho dato tutto quello che avevo, poteva andare meglio ma anche peggio. A Scafati con un nuovo ruolo, meno minuti in campo ma di grande qualità. La nascita di mio figlio mi ha maturato tantissimo. La Nazionale una parentesi chiusa, ma non per colpa mia”

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Il miglior italiano dell’ultimo turno di Serie A ha messo a segno 15 punti, catturato 8 rimbalzi e devastato l’Olimpia Milano. Era il giorno del suo 31° compleanno e Alessandro Gentile l’ha festeggiato con una delle partite più belle della sua carriera. Una carriera atterrata finalmente in Campania, alla Givova Scafati, dopo un lungo peregrinare, tanti alti e bassi, infortuni, promesse, passaggi a vuoto. “In Campania sì, finalmente, perché ora sono a 40 minuti da casa mia, e anche perché il calore del pubblico a Scafati è qualcosa di speciale, che ti fa giocare con l’uomo in più sempre”.

Obiettivi?
“Una rapida salvezza, e giocare un bel basket, collettivo e vivo, coinvolgente per chi lo guarda, per chi viene al PalaMangano”.

Obiettivi personali?
“Giocare con continuità, anche in un nuovo ruolo: meno minuti in campo, ma possibilmente di grande qualità”.

Milano è stata la sua grande occasione ma è anche il suo grande rimpianto.
“Non lo definirei rimpianto: ho dato tutto quello che avevo, ho vinto il primo scudetto del’era Armani da capitano, come aveva fatto mio padre Nando nel ’96, e questo resterà. Poteva andare meglio, senz’altro, gli infortuni ci hanno messo del loro, a un certo punto per una lesione a un legamento del pollice destro ho dovuto persino cambiare meccanica di tiro. Ma poteva anche andare peggio, alla fine mi sento in pari con il basket, che resta la mia passione numero uno”.

Alessandro Gentile (foto Schettino)

Alessandro Gentile (foto Schettino)

 

La sua è sempre stata considerata una carriera only if, di campione potenziale mai esploso del tutto: se Gentile eccetera eccetera. Lei come ha convissuto con tutto questo?
“Ho sempre badato solo al campo, a dove mi portava la vita, alle esperienze fatte, ai paesi visitati, alle occasioni di crescita che ho avuto. Ora che sono padre di Dusan, nato a maggio, mi rendo conto di quanto conti tutto questo nella vita di una persona. Un figlio è una cosa che ti cambia. E io mi sento cambiato, maturato tantissimo in pochissimi mesi”.

Nel 2021, in piena pandemia, lei parlò apertamente di depressione, di attacchi di panico e d’ansia. Ha lavorato su questo?
“Molto. Non c’è un tasto per spegnere tutto questo, la malattia mentale non è un fallimento o qualcosa di cui vergognarsi. La salute mentale non è una destinazione, è un processo ma bisogna lavorare su se stessi, sui propri tempi, sulle priorità. Il primo passo è iniziare a conoscersi meglio e a trovare il proprio posto in un mondo che corre sempre più veloce intorno a noi. Lavoro con un’equipe di psicoterapeuti, ho imparato diverse tecniche di rilassamento, ho un programma settimanale che seguo, e giornalmente dedico 10-15 minuti alla meditazione. Ho trovato enorme giovamento, è una cosa che ti spinge oltre le tue paure”.

Suo padre Nando è stato uno dei protagonisti dello storico scudetto della Juvecaserta nel 1991. Le gesta di quella squadra sono tornate attuali grazie alla docu-serie “Scugnizzi per sempre”. A Scafati può crearsi qualcosa di simile?
“Nel basket di oggi è molto difficile. In quella squadra tanti erano di origini casertane, il mercato non era aperto tutto l’anno, c’era meno viavai di giocatori, lo zoccolo duro resisteva nel tempo. Quello scudetto e quel mondo resteranno qualcosa di irripetibile e mi rende orgoglioso sapere che mio padre era in campo allora con quella squadra davvero mitica. A Scafati abbiamo la forza del pubblico, una piazza che ci fa sentire il suo fiato e la sua passione, come a Caserta allora”.

Nei prossimi due turni di A affronterà una sua ex, Varese, e Sassari, dove gioca suo fratello Stefano. Ha pezzi di cuore sparsi dovunque.
“Con Varese non è finita bene, ma non serbo rancore. Ritrovare mio fratello da avversario non è una cosa nuova per me. Avversari per 40 minuti, ma legati per la vita”.

La storia con la Nazionale si è interrotta dopo il Mondiale cinese del 2019, con Sacchetti ct. L’ultima partita, contro Porto Rico, la giocò a Wuhan, nella città che ha determinato il destino del mondo negli anni successivi. Contatti recenti con Pozzecco e il suo staff?
“Nessuno. Quella con la Nazionale è una parentesi chiusa, ma non da me”.

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