Sport

Ragione o sentimento? I canestri di Pistol Pete Maravich

Pete Maravich
Pete Maravich 

Il numero del 30 marzo di S-Print, la newsletter di Emanuela Audisio. Iscriviti gratuitamente attraverso il link che trovi sotto al primo paragrafo

4 minuti di lettura

Ragione e Sentimento. Ogni epoca ha la sua Jane Austen. Ma nella versione sportiva sarebbe meglio trasformarlo in Ragione o Sentimento? Se si vuole realizzare l’impresa a chi dare ascolto: ai grafici delle onde cerebrali o ai battiti del cuore? La vita è sempre più tech, app e fast, oltre che AI, intelligenza artificiale. Lo sport anche, non si concede ai fremiti di piacere: tutto si abbrevia, vince la statistica, Moneyball, la sabermetrica, la scienza dei casi. La razionalità al posto dell’istinto ha prodotto il gol più rapido in 152 anni di calcio internazionale. Anzi, due, in una sola notte. Sei e sette secondi per cambiare la storia. Superfast. Più rapidi di Bolt, roba da videogame.

«Iscriviti a S-Print, la newsletter gratuita di Emanuela Audisio»

Sabato scorso l’austriaco Christoph Baumgartner ha segnato contro la Slovacchia a sei secondi dal fischio d’inizio. E poche ore più tardi il tedesco Florian Wirtz ha fatto lo stesso in un’amichevole contro la Francia, mettendoci un secondo in più. Nessuno c’era riuscito in un secolo e mezzo di storia. Aspetti un’eternità e poi nella stessa sera arrivano due gol flash che magari non fai nemmeno in tempo a vedere perché ti stai ancora accomodando sul seggiolino dello stadio o sul divano di casa . E tutti a dire: non può essere un caso, ci sarà di mezzo qualche algoritmo da Deep Mind.

Stanno studiando anche il laser, pardon il tiro di Caitlin, come fa a prenderci sempre? Saprete che una ragazza americana di 22 anni, Caitlin Clark, è il nuovo braccio d’oro del basket collegiale Usa. Con 3.685 punti. Come tira lei, nessuno, nemmeno tra gli uomini. Tanto che è diventata una superstar, anzi la Taylor Swift dei canestri. Non ha un’altezza stratosferica (1,83) e gioca per le Hawkeyes, la squadra di Iowa. Ha battuto un record che durava da 54 anni. E anche il ragazzo che lo deteneva, Pete Maravich, il leader universitario che con Louisiana nel 1970 aveva raggiunto la cifra record di 3.667 punti. In tre stagioni e 83 partite, quando però il tiro da tre ancora non esisteva.

I complimenti a Caitlin non sono mancati, nemmeno quelli di Obama. Ma appunto molta ragione e poco sentimento, tanto che due professori, Larry Silverberg e Chau Tran, del dipartimento di ingegneria meccanica e aerospaziale dello stato della Carolina del Nord, si sono messi a esaminare le traiettorie di Clark (che di cognome porta il nome di Superman), con tanto di equazione della parabola e angolo d’ingresso che nemmeno alla Nasa per il rientro delle navicelle spaziali. Negli States il basket è scienza e la fisica del caso sulla lavagnetta non esiste.

Peccato perché Pete Maravich, quello del record, è stato il giocatore più fuori schema di tutti. Solo sentimento. Fisico smilzo, capelli lunghi e ribelli, calzettoni flosci. I fan gli chiedevano per lettera i suoi floppy socks, anche sporchi, ma molto di moda. Pete faceva quello che sentiva e che gli veniva benissimo: slalom, tiri in acrobazia, veloci cambi di mano, alzate senza guardare, passaggi dietro la schiena, dietro la testa e tra le gambe. In più era un ottimo realizzatore dalla media-lunga distanza. A sensational player da tutto esaurito. Gli stessi arbitri erano così spiazzati dalle sue giocate che non sapevano se sanzionarle o meno come infrazioni, tanto che lui una volta si lamentò: «Non puoi fischiare una cosa che non avevi mai visto».

Rese il basket molto glamour, inventò il concetto di showtime nello sport, prima che diventasse il marchio dei Los Angeles Lakers di Gerry Buss. Il soprannome Pistol (glielo misero anche dietro la maglia) era per la sua meccanica di tiro, effettuato partendo dall’anca, come se stesse estraendo una pistola. Era troppo strano e selvaggio per i tempi, gli piaceva sognare il gioco e realizzarlo, non aveva bisogno degli altri, lui si divertiva con la palla. Let’s have fun. E inventava. Il mitico coach John Wooden, al padre Press che lo allenava in maniera anticonformista disse: «Con queste stravaganze, lo rovinerai, sono principi contrari alla disciplina».

Pete era nato ad Aliquippa, un sobborgo di Pittsburgh, Pennsylvania, da una famiglia di origine serba, con un padre che da piccolo lo obbligava a training insoliti: Press andava avanti e indietro con la macchina e il bimbo disteso a pancia in giù nei sedili posteriori doveva palleggiare fuori con la portiera aperta, costretto a intuire i cambi di direzione e velocità. Pistol non era uno scansafatiche, al talento abbinava l’applicazione. Era The Big White Hope, la Grande Speranza Bianca, con un super contratto da due milioni di dollari, ma in squadra era mal sopportato, guai a chiedergli palla. Nel 1976, a soli 28 anni e 240 giorni, Maravich raggiunse quota 10.000 punti, l’anno dopo chiuse la partita contro i New York Knicks facendone 68. Hanno calcolato che con le nuove regole avrebbe raggiunto medie di 57 punti e 12 triple a partita.

Ancora oggi tutti gli riconoscono un incredibile controllo di palla. Quando a fine carriera a Boston registrò gli esercizi per insegnare a diventare Maravich, persino Red Auerbach, leggendario coach dei Celtics, gli chiese durante le riprese di rifare un movimento perché non ci aveva capito niente. Tanto da dire: «Molti atleti sovvertono le leggi della gravità, Pete ruppe quelle della fisica». E si ruppe pure lui. Il ginocchio sinistro per aver tentato un passaggio sotto la gamba contro i Buffalo Braves. Evitabile, ma da Maravich. La madre si sparò in testa. Lui attraversò depressione, alcol e passioni per allora strane: yoga, Ufo, induismo, dieta vegana, per un periodo si alimentò solo con succhi di frutta. Molto coerente, rifiutò di rinnovare un contratto con la Pepsi perché «le bevande gassate e piene di zuccheri fanno male». Sul tetto della sua casa aveva scritto: «Take me». Prendetemi. Rivolto agli alieni, che sentiva fratelli. Poi disse di aver udito la voce di Gesù Cristo e divenne un cristiano rinato.

L’avrete capito: Pistol incantò, ma non vinse mai niente di importante, né andò oltre il primo turno dei play-off. E tutti erano soddisfatti di aver predetto che quel ragazzo era un perdente. Troppo Peter Pan, eccentrico, libero. L’avevano detto loro: il basket non è gioia, ma ragione. Pete nell’88 andò a Pasadena per un programma della Chiesa Evangelica e si fermò in un campetto da basket a fare qualche tiro. Crollò subito a terra. Aveva 40 anni. Le sue ultime parole: «I feel great». Sto alla grande. Era il suo sentimento quando aveva la palla. Bob Dylan che andava a vedere le sue partite ci scrisse Dignity. L’autopsia rivelò che Pistol aveva giocato per tutta la vita senza l’arteria coronaria sinistra. Tutta quella meraviglia con solo mezzo sistema circolatorio a portare ossigeno al cuore. Alieni, era roba vostra.

I commenti dei lettori