Lo specchietto retrovisore. Usatelo. Serve a non scontrarsi con chi arriva da dietro. Come il passato. Avverte: «Gli oggetti nello specchio sono più vicini di quanto appaiano». Già, e allora perché non usarlo anche nella vita? Guardare avanti è importante, serve a scoprire il nuovo, a valorizzarlo. Tutto è new, cool, beautiful. Originale, unico, mai visto prima.
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Saprete che c’è una ragazza yankee straordinaria nel giocare a basket, si chiama Caitlin Clark, è appena sbarcata nella Wnba (Women’s National Basketball Association), la Lega Pro femminile, nella squadra Indiana Fever. È la Wonder Woman dei canestri, nessuno nella storia del basket universitario ha segnato quanto lei, nemmeno tra gli uomini. L’America è impazzita per Caitlin e anche l’audience: 18,9 milioni di spettatori per vederla giocare con il college di Iowa la finale del campionato, vinta però dalla squadra avversaria. Cifre alle stelle anche per i diritti tv, la Wnba intende rinegoziare il contratto. L’effetto Clark vale 200 milioni di dollari. Non male se si considera che il campionato americano femminile di calcio (Nwsl) ha firmato per 80 e il calcio maschile italiano di Serie A riceve da Dazn 700 milioni.
Caitlin è il nuovo oggetto del desiderio, la cocca d’America. A 22 anni ha sponsor per tre milioni di dollari e nel giorno del draft, quando le squadre scelgono le giocatrici, Clark si è presentata vestita Prada: minigonna di raso bianco, camicia oversize, top di strass. Anche le altre non scherzavano. Se vuoi diventare la principessa dei canestri un po’ di glamour non fa male.
The Queen of Basketball. L’hanno definita così nel documentario che ha vinto gli Oscar. E anche The Forgotten Queen. La regina dimenticata. Si chiamava Lusia Harris, detta Lucy, prima donna a segnare un canestro alle Olimpiadi a Montreal. Aveva 21 anni, era il ’76 e la pallacanestro si apriva alle donne con quaranta anni di ritardo rispetto al torneo maschile. Lucy con quel canestro entra nella storia. E nel ’77 ci resta: unica giocatrice a essere scelta ai draft da una squadra Nba. Avete capito bene, non è uno scherzo: la ritenevano degna di giocare con i professionisti uomini, con i giganti del basket come Kareem Abdul Jabbar. Perché no? Era una tipa da 30 punti di media a partita. Strapotere fisico, eleganza, capacità di tiro. Un’aliena.
Lusia nasce nell’inverno 1955 a Minter City, una piccola città del Mississippi del sud, in una famiglia afroamericana di nove figli. I suoi genitori lavorano nelle piantagioni di cotone, anche lei, rientrata da scuola, deve aiutare nei campi. La sfida è davanti a casa dove c’è appeso un canestro di fortuna. «Era una vita semplice, non avevamo nulla, ma non ci serviva nulla. Scuola, lavoro, infinite partite di basket con i miei fratelli e sorelle. Di notte, ben oltre l’orario in cui dovevo andare a letto, mettevo un lenzuolo sopra la tv per filtrare la luce e guardavo per ore la Nba: Kareem, Bill Russell e Oscar Robertson, il mio idolo».
Quando arriva al liceo è già oltre il metro e ottanta. La deridono: Long, tall and that’s all. «Mi dicevano che ero lunga, alta e basta, e non avrei potuto fare niente nella vita». Lei si dedica al basket, studia i fondamentali, impara il gioco. Altro che mostro inutile, ha muscoli per dominare, mano destra dolce per segnare e un grande talento. Quando è il momento di andare al college, ci sarebbe l’Alcorn State University, storico istituto per neri che è però sprovvisto di squadra di basket femminile mentre la più piccola Delta State University è vicino a casa e ne ha una. C’è un problema e non è l’altezza, ormai è 1.91: al college sono tutte bianche. Mississippi Burning. La convivenza non è semplice. Lucy per quattro anni è l’unica giocatrice nera della formazione allenata dall’ambiziosa Margaret Wade che sa di poter contare su un fenomeno.
Lo sport integra in campo, ma non sana le diseguaglianze fuori. «Essere l’unica ragazza nera del team non è stata una passeggiata. Non ero davvero amica di nessuna delle mie compagne, eravamo troppo diverse, ma una volta che scendevamo in partita e cominciavamo a giocare avevamo un’intesa fenomenale». La tattica è una sola: passare la palla a Harris che trascina la squadra per tre anni consecutivi al titolo mentre lei si laurea per tre volte All American. Si fa conoscere, l’ammirano anche al Madison Squadre Garden, tempio del grande basket. Tecnica, dinamismo, capacità ai rimbalzi. La canzone The winner takes it all però gli Abba non l’hanno ancora scritta.
Terminata l’università Lucy vorrebbe continuare a giocare, but there was no place to go, non c’era spazio, non esisteva ancora la Wnba, sarebbe nata nel ’97. E per un’atleta donna era abbastanza impossibile mantenersi con lo sport, il basket pagava il college, non il futuro. La sorpresa arriva a giugno 1977 al draft Nba: i New Orleans Jazz (oggi Utah) la scelgono al settimo giro, precede i nomi di 33 uomini. Una manovra pubblicitaria, un modo per imitare i Kansas City Kings che hanno puntato sull’allora Bruce Jenner (ora Caytlin), oro a Montreal nel decathlon? Lewis Schaffel, general manager del club, smentisce: «Crediamo abbia il fisico per giocare con noi e non lo dico in modo ironico».
La battaglia dei sessi è del 1973: Billie Jean King ha sconfitto su un campo di tennis Bobby Riggs, ma la partita sulla parità è appena iniziata. Chiamano Lucy al telefono per avere una sua dichiarazione. È realista, modesta, non si vanta. «Sono rimasta piuttosto scioccata, gioco piuttosto bene nel basket femminile ma tra gli uomini sarebbe tutta un’altra cosa».
New Orleans insiste e la invita al rookie-camp estivo. Ma lei è fidanzata dai tempi del liceo con George Stewart e resta incinta della prima figlia. Le viene anche diagnosticato il disturbo bipolare, il basket esce dal suo radar, lei scivola nell’anonimato. Non è più una stella, solo una donna che deve mandare avanti la famiglia. Fa l’assistente a Delta State, dove ottiene un master in Education nell’84. Dopo un’esperienza da head coach a Texas Southern University e un crollo nervoso legato alla sua malattia, decide di tornare a casa e accetta il ruolo di capo allenatrice nel suo ex liceo a Greenwood, Mississippi. Lì trova finalmente un po’ di serenità e può riflettere su quella che (non) è stata la sua carriera. «In tutti quegli anni non avevo mai letto un articolo su di me, né avevo mai capito l’impatto che avevo avuto e i successi che avevo raggiunto. Quando ho ripreso in mano un po’ di ritagli di giornale mi sono detta: wow, impressionante».
Nel 1992 Lucy diventa la prima afroamericana a entrare nella Hall of Fame e viene accompagnata sul palco dal suo idolo di sempre, Oscar Robertson. Bel riconoscimento, anche se al mondo non interessa. È la prima giocatrice moderna, glielo riconoscono tutti, ma viene dimenticata. Fa quattro figli, divorzia, non ha sponsor. Lusia Harris? E chi è? Bisogna aspettare la sera del 27 marzo 2022 per diradare la nebbia e guardare bene nel retrovisore. Il regista canadese Ben Proudfoot vince l’Oscar per il miglior cortometraggio documentario, prodotto dal New York Times, con la collaborazione e la riconoscenza di due grandi campioni Nba, Shaquille O’Neal e Steph Curry. The Queen of Basketball racconta le vicende di una donna che ha segnato il mondo del basket, ma è rimasta ignota al grande pubblico. E che dice: «Non ho nessun rimpianto per non aver continuato a giocare o aver rifiutato la Nba. I miei figli sono tutti andati all’università, hanno dottorati, master, uno è avvocato. Certo, se fossi stata un uomo avrei potuto proseguire la mia carriera cestistica, ne sarebbe valsa la pena economicamente, sarei famosa, avrei potuto fare cose che nella mia vita ho solo sognato. Ma non è successo, quindi non mi pongo il problema».
Nessuna rivalsa, molta moderazione e ricordi di uno sport che allora era solo un tempo della vita. Lucy non ha goduto dell’Oscar. È morta due mesi prima, a 66 anni. Objects in the mirror are closer than they appear. Auguri a Miss Clark e una carezza alla signora Harris.