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Nba, la notte amara di Jokic: i campioni in carica di Denver eliminati da Minnesota

Nba, la notte amara di Jokic: i campioni in carica di Denver eliminati da Minnesota

Il fuoriclasse serbo, miglior giocatore della stagione, è tutto il contrario di tutto nella gara7 persa dai Nuggets contro i Timberwolves

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New York - Tutti i volti di Nikola Jokic nei quarantotto minuti finali della sua stagione: prima vendicativo, poi spaesato. Prima spietato, poi affranto. Fino all’aria disperata dell’ovest, con Minnesota avanti di dieci punti a una manciata di minuti dalla fine e il pubblico raggelato. Jokic sembrava sul punto di spaccare il ghiaccio con l’ascia e poi incapace di trovare il manico. Milioni di americani hanno rischiato di consumarsi la faccia a furia di cercare in quella di Jokic una espressione che spiegasse cosa stesse succedendo, quale meccanismo si fosse inceppato. Non poteva essere lui, ma era completamente lui. E stava svanendo la finale di conference dell’anno: il serbo contro lo sloveno, Luka Doncic, star di Dallas. Niente da fare. Il miglior giocatore di questa stagione, il tre volte Mvp negli ultimi quattro anni, esce dai giochi in semifinale, in casa, contro i Timberwolves.

Esce con i campioni in carica di Denver, quelli che, dopo aver spazzato via i Los Angeles Lakers di LeBron James, sembravano avviati a una nuova finale con Boston, la seconda di fila, come le grandi saghe Nba degli anni ‘80, quando Boston e Lakers si ritrovavano spesso di fronte. Minnesota vince la gara decisiva in trasferta (98-90) dopo aver rimontato venti punti di svantaggio, e chiuso i primi due quarti sotto 38-53. Al ritorno in campo dopo l’intervallo i Wolves hanno sbagliato niente, aprendo voragini in area e dall’arco e infliggendo ai Nuggets un parziale di 60 a 37 che ha stravolto tutti i pronostici e riscritto la storia di questi playoff, poche ore dopo la sconfitta in casa, anche questa sorprendente, dei New York Knicks nella gara decisiva, seppelliti di canestri da Indiana (130-109).

Alla fine i commentatori non cercavano Jokic, ma Anthony Edwards, un ragazzo del 2001 visto come il nuovo Michael Jordan: 16 punti, 8 rimbalzi e 7 assist in 44 minuti. Uno che gioca come un veterano e risponde alle domande in tv come se fosse un vecchio comedian. Alla leggenda del basket Charles Barkley, che gli faceva i complimenti dallo studio e gli chiedeva una lista di buoni ristoranti a Minneapolis, gli ha risposto: “Muovi il tuo culo” e poi “ci vediamo, baby”. Baby, a Barkley.

Jokic era già negli spogliatoi da un pezzo, dopo essere stato spremuto in campo, tenuto in panchina solo per 84 secondi. Nei restanti quarantasei minuti e spiccioli ha segnato 34 punti e raccolto 19 rimbalzi, più 7 assist. Il suo fratellino, Jamal Murray, ne ha firmati 35, ma sono mancati gli altri: Aaron Gordon fermo a 4 punti, Michael Porter 7, Justin Holiday 0. E’ stato il finale shock di una serie uscita dagli schemi fin dall’inizio: Minnesota ha vinto le prime due a Denver, Denver le seconde due a Minneapolis. Poi i Nuggets sono andati avanti 3-2 e i Timberwolves hanno pareggiato con una vittoria record di 45 punti (115-70). Il coach dei campioni, Michael Malone, aveva pronosticato una gara 7 decisa nel finale. Ci è andato vicino, ma non come immaginava: negli ultimi due minuti era già tutto deciso. Jokic ha continuato a giocare alla sua maniera, scuotendo il capo, facendosi portare via il pallone dalle mani degli avversari, che spuntavano da tutte le parti.

Era la quinta volta che il serbo si trovava in una gara del dentro o fuori: finora aveva vinto contro i Clippers e gli Utah Jazz nel 2020, e contro i San Antonio Spurs nel 2019. Solo con Portland, due settimane dopo, era arrivata la sconfitta. Questa è la seconda assoluta, ma la più dolorosa, perché la prima da campioni in carica. E adesso? Jokic resterà in ballo nei molti passaggi pubblicitari che inondano le partite dei play-off trasmesse sui canali americani: lui in hotel che porta a spasso un pony, lui che prende il sole e sempre lui che dice, con finta aria disinteressata, che “i play-off non sono tutto questo granché”. Si rifugerà nei suoi cavalli, infilerà le gambone sotto un tavolinetto di un bar all’aperto nel suo paese in Serbia e, al massimo, ma non lo giureremmo, potrebbe spulciare sul cellulare qualche highlight delle due finali di conference, che decideranno chi si contenderà il titolo di suoi eredi: a est Boston Celtics-Indiana Pacers. O ovest, Minnesota Timberwolves-Dallas Mavericks.

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