Dalla Russia con (poco) amore. Capita che i campioni dello sport a volte deraglino e altre che diventino ostaggi di guerre fredde e calde. Di correnti più forti di loro. L’aria poco serena dell’Est e dell’Ovest fa il resto. Brittney Griner, giocatrice professionista americana di basket, due ori olimpici (2016 e 2020), è una di quelle finite nelle ostilità permanenti Russia-Usa. Puoi essere anche brava a schiacciare a canestro, ma se il momento è sbagliato non c’è acrobazia che ti salvi.
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La sua storia l’ha raccontata in un libro uscito un mese fa, Coming Home, da non confondere con il film con Jane Fonda del 1978, dove documenta il suo calvario in Russia e il suo ritorno a casa. Brittney la vedrete probabilmente ai Giochi di Parigi con la nazionale statunitense che cerca l’ottavo titolo olimpico consecutivo. Il carcere è duro per tutti, figurarsi per un’atleta smisurata, alta 2.03 centimetri, per una stella della Wnba, la lega di basket professionistica femminile statunitense. Se poi si finisce dietro le sbarre all’estero in un paese nemico di cui non parli la lingua è ancora peggio. Griner, gay e militante dei diritti Lgbtq+, è stata sulla copertina di Vogue e tra i cento personaggi afroamericani più influenti. C’è sempre un po’ di intimo e non dichiarato piacere quando una star abituata fuori a poter fare tutto finisce dentro condannata al niente.
Di Mike Tyson, ex re dei pesi massimi, in carcere tre anni e mezzo dopo una condanna per stupro, si sottolineava che ora lavava i cessi della prigione per cinquanta centesimi al giorno. Ben gli stava, al nero miliardario con 300 paia di scarpe e 19 automobili, a uno che a 13 anni era già stato arrestato 38 volte e che a 21 era stato così stupido da vantarsi in tv davanti a Barbara Walters, regina dei talk-show, di essere psicopatico. «È una bella parola, vero?».
Quando andò dentro O.J. Simpson, la stella del football americano e di Hollywood, con l’accusa di aver ammazzato la moglie e il suo amico, i fan furono sollevati: alla Men’s Central Jail di Los Angeles, vicino al Coliseum dove Simpson aveva giocato, il prigioniero numero bk 4013970 aveva una cella singola con aria condizionata, purtroppo più piccola della sua villa a Brentwood, ma poteva ricevere visite quotidiane di parenti e amici (20 minuti), parlare due ore e mezza al telefono ogni giorno (a carico del destinatario), fare ginnastica nel cortile, una cyclette a disposizione, ma niente campo da basket. Ah, cuscino anti-cervicale ordinato dal giudice, che si sa che il sonno è importante, pranzi serviti in cella, uova strapazzate, cereali, latte e caffè, succo d’arancia a colazione, pazienza se il menu non era quello di Toscana, suo ristorante preferito, e se a cena mancava il suo adorato pesce spada ai ferri con olio e rosmarino. L’ala era quella isolata, di massima sicurezza (high power unit), soprannominata Hollywood suite, spesso destinata ai ricchi e famosi e ai divi del cinema, insomma se ci avevano dormito Sean Penn e Christian Brando era una garanzia. Il personale era gentile, sapeva che sarebbe stato ricompensato. Simpson, giudicato non colpevole, fu rilasciato a tempo di record: 24 minuti e 35 secondi dopo l’annuncio della sentenza. Ma la libertà gli costò cara perché il suo Dream Team di 15 avvocati gli dissanguò il conto bancario. Quando invece nel 2008 fu condannato per rapina a mano armata e si fece nove anni al Lovelock Correctional Center in Nevada, gli toccò lavorare come istruttore di fitness. I privilegi erano finiti e anche la gloria.
Brittney Griner il 17 febbraio 2022 fa scalo all’aeroporto di Mosca. Ha 31 anni, è nata in Texas, arriva da Phoenix dove vive con la moglie Cherelle, deve andare a Ekaterinburg, la città dove fu uccisa tutta la famiglia dell’ultimo zar, Nicola Romanov. Da otto anni gioca per la squadra locale, quando la stagione in America si ferma lei si trasferisce nel campionato russo. Come stipendio non c’è paragone: 200 mila dollari contro un milione. Parte senza molta voglia, fa il bagaglio a mano in fretta, è in ritardo, rischia di perdere l’aereo. Quando a Mosca le sue borse passano sotto il metal detector iniziano i problemi, l’agente doganale in una tasca interna allo zaino trova una cartuccia per la sigaretta elettronica con olio di marijuana terapeutica. È stata prescritta da un medico in Arizona per scopi curativi, ma è illegale in Russia. Brittney, che soffre di un dolore cronico, ne ha un’altra nella seconda borsa. Va nel panico, inizia a mandare messaggi, ma nessuno risponde. In America è notte fonda. Le ritirano il passaporto, la costringono a firmare un documento in russo, la mettono in una macchina che non ha segni distintivi, la portano in un edificio di mattoni rossi. E le comunicano i risultati della perquisizione: 0,7 grammi di olio di cannabis. L’accusa: possesso illegale di droga e contrabbando di una “quantità significativa” di stupefacenti.
Pochi giorni dopo la Russia invade l’Ucraina. Griner smette di essere prigioniera per diventare qualcosa di più: un ostaggio, una pedina, un affare di stato, un caso di politica internazionale. È intrappolata, per la Russia è una preda perfetta: americana, atleta, gay. Viene sottoposta a una valutazione psichiatrica, le chiedono dei suoi pensieri omosessuali malati. A luglio al processo di primo grado si presenta non a caso con una maglietta di Jimi Hendrix (arrestato con l’accusa di droga nel ’69 a Toronto e dichiarato non colpevole), ammette che la sostanza era sua, sostiene di averla portata in Russia per errore, nega ogni traffico, non voleva violare la legge. Su consiglio degli avvocati si dichiara colpevole, nell’idea che un’americana che si umilia davanti a Putin favorisca il rientro a casa. La cella puzza, a terra un buco macchiato di feci funge da gabinetto, il letto è troppo corto, il cibo scaduto la fa stare male. Non ha modo di pulirsi: niente asciugamani, sapone, dentifricio, shampoo. Strappa le sue magliette in più pezzi, le usa per asciugarsi e come carta igienica. «Non sono mai stata così sporca in vita mia». Il 4 agosto viene condannata a nove anni di carcere, uscita prevista il 20 ottobre 2031. A novembre viene trasferita a Yavas in Mordovia, a 330 chilometri da Mosca, in un centro di detenzione femminile dove cuce uniformi per l’esercito russo. 20 donne per cella, un bagno per 50. L’uniforme le sta corta, il cibo è sempre avariato, si taglia i dreadlocks, le treccine rasta, perché non ha un phon con cui asciugarli. Con le altre detenute c’è solidarietà, ma non è mai stata così lontana dallo sport che l’ha resa famosa: non ha più addominali, né massa muscolare, né fiato. Anche perché ha iniziato a fumare un pacchetto di sigarette al giorno.
A volte si offre volontaria per spalare la neve attorno alla prigione, almeno così si allena un po’. In America lo sport si attiva e chiede la sua liberazione, il presidente Biden fa sapere di seguire il caso. A fine novembre la informano che forse ci sarà uno «scambio di prigionieri», il 2 dicembre la trasferiscono, lei ha paura, non c’è un traduttore, solo guardie. Sarà un tranello? Le dicono di spogliarsi, di togliersi tutto, la fotografano. Poi viene messa sullo stesso aereo da cui scende un uomo che mentre la incrocia le allunga la mano e si congratula. È Viktor Bout, il trafficante d’armi russo con il quale è stata scambiata. «Aveva mani morbide, io ruvide». Dopo 10 mesi è libera.
Il 9 maggio 2023 Bittney è tornata sul parquet Wnba a giocare per i Phoenix Mercury. Poi si è presa una pausa, troppi ricordi soffocanti. È cambiata: «Apprezzo ogni momento, sono impegnata nella campagna affinché i prigionieri americani tornino a casa». A Parigi 2024 (a meno di tagli all’ultimo momento) sarà il volto del basket Usa e il simbolo del successo della Casa Bianca democratica. Un’altra volta prigioniera di altri giochi.