MILANO - In fondo a una finale di poco splendore e troppi schizzi di fango - non ultimi i berci che accompagnano virtussini nervosissimi verso il tunnel - brilla di luce la barba da re magio di Nikola Mirotic, che porta in dote a Giorgio Armani il 31° scudetto Olimpia (85-73, serie chiusa sul 3-1), terzo in fila che sana al fotofinish una stagione macchiata dalla debacle europea. Le urla di ‘mvp’ , premio meritatissimo, santificano una serata Nba del montenegrino: 30 punti, 16 su 18 dalla lunetta, una tripla siderale per cancellare i tremori finali, 12 rimbalzi perché i re sanno anche lottare. Come capitan Nicolò Melli, il cui rinnovo a Milano è in bilico, non la capacità di decidere i campionati con energia e difesa: da manuale quella con cui ha cancellato Shengelia mentre l’altro spauracchio virtussino si è spento da sé. Belinelli a 0 punti, per l’Olimpia, era già mezza partita.
Settimo scudetto per Messina
Ettore Messina festeggia il suo tricolore numero 7 in carriera in capo alla più tormentata delle sue stagioni armaniane, con una squadra nata male, corretta in corsa, spesso eterogenea e scollata ma alla fine salda e capace di dimenticare la crisi di rigetto con cui venne accolto proprio Mirotic, preso last minute dal Barcellona per annaffiare sogni europei ma spesso vissuto all’interno più come un orpello da ignorare che come un fuoriclasse da innescare. Trovata una tardiva quadra, con Melli che ha accettato il ruolo di pivot che fu di Meneghin e Shields retrocesso suo malgrado a secondo violino (ma primissimo nel colpo esterno di Gara 1 che ha deciso la finale), il più forte ha fatto pesare la sua legge. “Abbiamo trovato la determinazione e l’umiltà per giocare insieme - sintetizza Messina - il terso scudetto in fila è un’enorme soddisfazione”.
A Bologna non basta il cuore
Cade la Virtus, scintillante per mezza stagione anche in coppa, prima in stagione regolare ma apparsa via via sempre più logora, bruciata due volte al fotofinish e infine capace solo di arginare la valanga, non di ribaltarla, grazie al cuore azzurro di Pajola, Abass e Polonara e alle rasoiate del suo atletone francese Isaia Cordinier. Ma il profeta vero, si diceva, è stato Mirotic in un match dominato dai padroni di casa fino al 61-40 di metà terzo quarto, margine che l’Olimpia ha provato a scialacquare con una delle sue classiche crisi di nervi fatte di palle perse e attacchi grippati. Finché il montenegrino, danzando sulle punte come Nureyev per non cadere fuori dal campo, ha infilato un impossibile dardo da nove metri.
Il gesto più cristallino dell’anno. Finisce con Melli che cede la coppa a Hines (all’addio?) e poi arrampicato in tribuna alla sua gente. Altro addio? Sarà l’enigma principale dell’estate dei cesti. “Stagione difficile, alcune cose non sono andate bene ma abbiamo rimesso in piedi l’annata tutti insieme”, chiude don Ettore. “Ma non è una partita vinta o persa che ci può definire”.