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Fuga da Oakland, la città spogliata delle sue squadre

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La rubrica: “È sempre domenica”
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Se Milano avesse il mare e perdesse lo stadio, sarebbe una piccola Oakland? Altroché addio alla finale di Champions 2027, potrebbe andare peggio. Prova a immaginare: disaccordo totale sulla sostituzione o ristrutturazione dell’attuale Meazza, l’Internazionale acquistata da un misterioso fondo che sposta la sede della squadra a Messina dove un consorzio voluto dal milanista ministro delle infrastrutture costruisce non soltanto il ponte sullo stretto, ma una nuova e modernissima arena in cui tutta la Sicilia possa tifare per i “suoi” nerazzurri. Fantacalcio, qui. A Oakland, una tragedia sportiva. In dieci anni tre squadre hanno abbandonato la città. Prima il basket: i Golden State Warriors sono passati alla vicina San Francisco. Poi il football: i Raiders sono migrati a Las Vegas. Adesso il baseball: questa settimana gli Athletics hanno chiuso lo spogliatoio e si sono trasferiti a Sacramento in attesa, anche loro, di una cattedrale nel deserto, un altro stadio a Las Vegas. Sabbia nel ve…

Se Milano avesse il mare e perdesse lo stadio, sarebbe una piccola Oakland? Altroché addio alla finale di Champions 2027, potrebbe andare peggio. Prova a immaginare: disaccordo totale sulla sostituzione o ristrutturazione dell’attuale Meazza, l’Internazionale acquistata da un misterioso fondo che sposta la sede della squadra a Messina dove un consorzio voluto dal milanista ministro delle infrastrutture costruisce non soltanto il ponte sullo stretto, ma una nuova e modernissima arena in cui tutta la Sicilia possa tifare per i “suoi” nerazzurri. Fantacalcio, qui. A Oakland, una tragedia sportiva. In dieci anni tre squadre hanno abbandonato la città. Prima il basket: i Golden State Warriors sono passati alla vicina San Francisco. Poi il football: i Raiders sono migrati a Las Vegas. Adesso il baseball: questa settimana gli Athletics hanno chiuso lo spogliatoio e si sono trasferiti a Sacramento in attesa, anche loro, di una cattedrale nel deserto, un altro stadio a Las Vegas. Sabbia nel vento gli appelli, ultimo quello di Tom Hanks che, come un Di Maio qualsiasi, alle partite degli Athletics da ragazzino aveva fatto il bibitaro.

Perché il tifo non emigra da un luogo all’altro?

Questa storia di spoliazione sportiva di una grande città della California insegna molte morali. La prima è che in America un attore famoso (George Clooney) può mandare in pensione un presidente (Joe Biden), ma anche se ha vinto due Oscar non può influenzare il destino della sua squadra preferita, a meno di non comprarsela. La seconda è che “no stadio, no party, si parte”: l’amministrazione di Oakland non ha voluto o potuto partecipare alle spese per la sostituzione del Coliseum e i proprietari dei team sono andati a cercarne una più collaborativa, che scaricherà i costi sui contribuenti e neo-tifosi. La terza, più complessa, riguarda la ragione per cui si sostiene una squadra. Per che cosa gioivano e penavano veramente i cittadini di Oakland? Per un nome, una divisa, un gruppo di uomini che la indossava? Perché non continueranno allora a sostenere i Las Vegas Athletics? La passione del tifoso è soltanto una questione di prossimità e non regge la lunga distanza? È un po’ come il fatto che s’incensa il primo amore e più avanti ci si accorge di aver scelto la vicina di casa o la compagna di banco, ovvero quel che c’era? E che gli originali si sono buttati su chi vinceva (gli juventini lontani da Torino o qualche settantenne di Forlì che tifa ancora Cagliari)? Perché un tassista di Bologna tifa per i Boston Red Sox? Tutto si tiene, tranne l’Internazionale Messina e chissà se terrebbe il ponte.

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