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Nba, Oklahoma vince per la prima volta. Indiana perde Haliburton e crolla in gara 7

Oklahoma festeggia la vittoria 

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I Thunder, dominatori della stagione regolare, conquistano le Finals chiudendo la serie alla settima e decisiva partita: 103-91. Shai Gilgeous-Alexander Mvp. Settima franchigia diversa a diventare campione negli ultimi sette anni
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Nella Bibbia del basket c’è posto per la storia di riscatto dei Thunder e per la sofferenza vigliacca di Tyrese Haliburton. I blu di Oklahoma City, dominatori della stagione regolare, vincono Gara 7 in casa, battendo gli Indiana Pacers 103-91 e conquistano il loro primo titolo Nba della storia, dopo un testa a testa durato quasi tre quarti, quando il vantaggio tra le due finaliste non aveva mai superato i 5 punti. Poi Oklahoma ha messo a segno un parziale di 9-0 e da lì è scappata a più venti, fino al trionfo.

Per il settimo anno di fila un campione diverso

Settima franchigia diversa a diventare campione negli ultimi sette anni, ma questa è la rivincita di una città che per decenni ha vissuto nell’ombra - dei tornado, dell’industria, dell’oblio - e stavolta ha potuto alzare un trofeo che vale molto più del suo metallo e della somma fusa di tutti gli anelli da campione che adorneranno le mani dei giocatori. Il titolo va a una società piccola e coraggiosa, capace di mandare via tut…

Nella Bibbia del basket c’è posto per la storia di riscatto dei Thunder e per la sofferenza vigliacca di Tyrese Haliburton. I blu di Oklahoma City, dominatori della stagione regolare, vincono Gara 7 in casa, battendo gli Indiana Pacers 103-91 e conquistano il loro primo titolo Nba della storia, dopo un testa a testa durato quasi tre quarti, quando il vantaggio tra le due finaliste non aveva mai superato i 5 punti. Poi Oklahoma ha messo a segno un parziale di 9-0 e da lì è scappata a più venti, fino al trionfo.

Per il settimo anno di fila un campione diverso

Settima franchigia diversa a diventare campione negli ultimi sette anni, ma questa è la rivincita di una città che per decenni ha vissuto nell’ombra - dei tornado, dell’industria, dell’oblio - e stavolta ha potuto alzare un trofeo che vale molto più del suo metallo e della somma fusa di tutti gli anelli da campione che adorneranno le mani dei giocatori. Il titolo va a una società piccola e coraggiosa, capace di mandare via tutte le stelle, alle quali serviva un pallone a testa, per costruire una squadra.

Il miracolo di Sam Presti

E’ il miracolo di Sam Presti, il general manager, che in più di quindici anni ha montato il puzzle di cui solo lui conosceva il disegno, fatto di giocatori in cerca di riscatto, seconde linee e giovani sconosciuti. Per anni il suo è stato uno dei lavori più impopolari d'America: ha mandato via James Harden, Kevin Durant, Serge Ibaka, Victor Oladipo, Domantas Sabonis, Paul George, Russell Westbrook, Chris Paul, Dennis Schroeder, Danilo Gallinari, Steven Adams. Ha dato via tre Mvp (i migliori giocatori della stagione) e più di dieci All-Star, presenti e future, e i Thunder ripartivano dal fondo della classifica.

Shai Mvp anche delle Finals

Presti ha lavorato con pazienza, inserendo un anno dopo l’altro ragazzi tipo Shai Gilgeous-Alexander, premiato come miglior giocatore della stagione regolare e delle finali (29 punti in Gara 7), Chet Holmgren (18 punti) e Jalen Williams (20). Quando il commissioner Adam Silver l’ha chiamato per consegnargli il premio, Shai, in seconda fila, ha risposto timidamente “sono io” e si è fatto avanti. L’arena ha chiamato il suo nome, tutti i compagni lo hanno celebrato, mentre il figlio piccolo di Isaiah Hartenstein, un altro dei dioscuri di questa squadra meraviglia, dormiva sul petto del padre come fosse nella sua cameretta e non al centro del palco, in mezzo a un’arena in fiamme.

L’infortunio di Haliburton

I giocatori di Indiana, gli altri grandi protagonisti, erano già andati via tutti, in lacrime, passando dal corridoio dove li aspettava Haliburton, il loro miglior giocatore, in piedi, ma curvo, con le stampelle. Lui è l’altra storia di questa finale. Ha passato dieci mesi a sudare, notti insonni, viaggiando da un aeroporto a l’altro, a inseguire un cerchio di 45 centimetri. Poi in quella che doveva essere la notte della vetta, il suo corpo si è spezzato. E non con una scena epica da gladiatore. A 4’55’’ dalla fine del primo quarto, dopo uno scatto in palleggio, Haliburton, già alle prese con un problema al polpaccio in Gara 6, è crollato a terra, bloccato da un dolore alla caviglia destra. Il giocatore ha cominciato a battere il pugno sul parquet. Lì ha capito che la sua stagione era finita. E che non sarebbe stato l’avversario a sconfiggerlo.

Haliburton a terra dopo l'infortunio 

Lo hanno portato via a braccia. Il padre dirà che l’infortunio ha riguardato il tendine d’Achille. Haliburton non ha perso sul campo. E’ stato abbandonato. Dal suo corpo, dai tendini, dalla fortuna, un po’ dal suo Dio, da lui aveva invocato più volte in passato. Su quel crack si è decisa la storia del ragazzo, dei compagni e della partita.

L’allungo di Oklahoma

Fino a quel momento Oklahoma e Indiana erano state una attaccata all’altra come nelle altre sei sfide. La squadra aveva stretto i denti ed era andata all’intervallo avanti di uno (48-47). Partita a scacchi. Dieci sorpassi, nove volte in parità, vantaggio massimo di cinque punti. Ma tutti sapevano che Indiana non sarebbe potuta durare senza il suo regista, mago degli assist e tiratore da tre. Nel terzo quarto i Pacers hanno passato tre minuti senza segnare, tolto TJ McConnell (16 punti) sono spariti tutti nel momento chiave, mentre Oklahoma ha cominciato ad allungare, per chiudere a +13 (81-68).

La festa finale

L’ultimo quarto è stato un lento scivolare verso il finale. I Thunder hanno avuto persino il tempo di assaporare la vittoria negli ultimi due minuti, con il vantaggio ormai incolmabile. E’ il premio dei giusti. La squadra migrata da Seattle come una promessa non mantenuta, che ha passato anni indicata da tutti come il prototipo eterno: giovani di talento, futuro luminoso, ma sogni spezzati. Fino a questa stagione. Fino a ieri. Quando la città ha potuto dire: non siamo solo un mercato piccola, di passaggio, il luogo del quasi. In un’America in cui il rumore vince spesso sul contenuto, c’è una nuova città nella mappa della gloria sportiva. Quella di ieri è stata la fine di un percorso. E sarà l’inizio.

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