✕

Lorela Cubaj: “Da cittadina del mondo, ora sogno l’Europeo. Il basket mi ha regalato una bella vita”

Ascolta l'audio

Intervista all’azzurra, grande protagonista finora: domani al Pireo la sfida al Belgio per un posto in finale
2 minuti di lettura

Dopo quarantacinque minuti di un’intensità mai vista, dopo aver superato la Turchia e scritto una pagina di storia in prima serata (e su Raidue, evento più unico che raro), le azzurre del basket guardano alla semifinale dell’Europeo con il fuoco nel cuore. Lo stesso che ha animato Lorela Cubaj nel supplementare: tre canestri pesantissimi. «Ma io lo sapevo, me lo sentivo, anche durante l’attesa tra la fine del quarto quarto e l’inizio dell’overtime. Potevamo perderci e invece ci siamo unite come mai prima». Centro azzurro di 192 centimetri, «tutto merito di papà», nata a Terni da genitori di origini albanesi (la madre è kosovara), Cubaj è una delle giocatrici più determinanti dell’Europeo. «Questa squadra gioca meglio quando gioca insieme, quando tutte danno il loro contributo, quando diciamo noi anziché io. Ci siamo amalgamate piano durante il ritiro, abbiamo superato lo shock dell’infortunio al crociato di Matilde Villa e abbiamo trovato altri equilibri. Così funziona il basket: biso…

Dopo quarantacinque minuti di un’intensità mai vista, dopo aver superato la Turchia e scritto una pagina di storia in prima serata (e su Raidue, evento più unico che raro), le azzurre del basket guardano alla semifinale dell’Europeo con il fuoco nel cuore. Lo stesso che ha animato Lorela Cubaj nel supplementare: tre canestri pesantissimi. «Ma io lo sapevo, me lo sentivo, anche durante l’attesa tra la fine del quarto quarto e l’inizio dell’overtime. Potevamo perderci e invece ci siamo unite come mai prima». Centro azzurro di 192 centimetri, «tutto merito di papà», nata a Terni da genitori di origini albanesi (la madre è kosovara), Cubaj è una delle giocatrici più determinanti dell’Europeo. «Questa squadra gioca meglio quando gioca insieme, quando tutte danno il loro contributo, quando diciamo noi anziché io. Ci siamo amalgamate piano durante il ritiro, abbiamo superato lo shock dell’infortunio al crociato di Matilde Villa e abbiamo trovato altri equilibri. Così funziona il basket: bisogna cercare il segreto che ogni partita ha. A volte resta nascosto, e perdi. A volte lo capisci. E allora vinci».

Cittadina del mondo

Ha 26 anni, una passione per i suoi lunghi capelli ricci («ma in ritiro ho dovuto tagliarli, mi finivano davanti agli occhi»), gioca nella Reyer Venezia ed è tra le poche italiane, una decina in tutta la storia del nostro basket, ad aver giocato nel campionato Wnba, tra Atlanta e New York. Una cittadina del mondo, Cubaj: «In America sei costretta a crescere, a diventare una persona adulta, lontana da casa. Sono arrivata al college, Georgia Tech, e mi sono laureata in Business Administration. Ad Atlanta sono stata quasi 6 anni e per me è una seconda casa. A New York ho vissuto qualche mese, ma è un posto molto importante, che mi ha cambiata. Ho abitato sul Barclays Center, dove giocano i Brooklyn Nets, proprio sopra. Noi vivevamo al 25° piano, qualche piano sotto di noi c’era il palazzetto. La vita newyorkese è tosta se non sei abituato, la città può soffocarti. Ma posso dire di aver vissuto nella Grande Mela, quanti possono raccontarlo? E ora sono a Mestre, a poco dalla meraviglia di Venezia. Ringrazierò sempre il basket per le occasioni che mi dà».

La Settimana Enigmistica

Ha messo furia e cuore in quegli attimi decisivi. Poi ha trovato la chiave contro le turche e contro Teaira McCowan, 204 centimetri, americana naturalizzata, la giocatrice più alta dell’Europeo. La stessa spremuta di anima Cubaj l’aveva prodotta contro Serbia, Slovenia e Lituania: cuore e spirito quando le energie iniziavano a scarseggiare e l’ansia a salire. «Mi aiuta molto la Settimana Enigmistica. È un piccolo rito con la mia compagna di camera Sara Madera. Aiuta la concentrazione e ci permette soprattutto di staccare gli occhi dal cellulare».

I messaggi

Lo smartphone, però, dopo la partita è quasi esploso: «Ho ricevuto una valanga di messaggi, alcuni davvero divertenti. La cosa più bella è pensare alle bambine che avranno guardato la partita in prima serata. Tante da domani magari inizieranno a guardare in alto, verso un canestro. Come ho fatto io da piccola: a 8 anni entravo in campo nell’intervallo delle partite di mio zio, a Terni, e iniziavo a tirare palloni. A parte una piccola parentesi nella danza classica, ho sempre pensato al basket. Mi piacerebbe fare l’allenatrice di college un giorno, tornare negli Usa, insegnare la pallacanestro. Prima però con la maglia azzurra voglio vincere. Qui al Pireo, sì. È un posto che porta bene al basket italiano». Già: l’argento olimpico del 2004, l’ultimo podio di sempre di una nazionale italiana. È tempo di tornare a provarci. Contro il Belgio, domani.

Leggi i commenti