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Messina si dimette: “Ero diventato un fattore di divisione”. A Milano inizia l’era Poeta

Ettore Messina, alle sue spalle (a destra) Peppe Poeta

 

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La decisione dopo la sconfitta in campionato a Trieste e un avvio di stagione complicato
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Alle sette della sera, Ettore Messina fa sapere che è il caso di fermarsi qui. Non sarà più l’allenatore dell’Olimpia Milano, e se anche il comunicato del club chiarirà, un’ora dopo, che resterà come presidente dell’area tecnica, il botto è egualmente epocale. Uomo di palestra e condottiero di panchina, Messina è un allenatore fatto e finito (sulla seconda, astenersi ironie: troppo facili, ora). Le dimissioni segnano una svolta secca, di vita e di carriera. In una lettera aperta, Messina ha raccontato così la svolta: “Ho capito di essere diventato - non da oggi - un fattore di divisione e, di conseguenza, di distrazione. Anche impegnandomi a svolgere il mio lavoro nel miglior modo possibile, ogni circostanza si trasformava in un’occasione per aprire un referendum pro o contro la mia persona. Per questo motivo (e soltanto per questo) ho deciso di eliminare una situazione che era diventata per me fonte di grande tensione e per la squadra e la società causa di danno. Eliminando la causa …

Alle sette della sera, Ettore Messina fa sapere che è il caso di fermarsi qui. Non sarà più l’allenatore dell’Olimpia Milano, e se anche il comunicato del club chiarirà, un’ora dopo, che resterà come presidente dell’area tecnica, il botto è egualmente epocale. Uomo di palestra e condottiero di panchina, Messina è un allenatore fatto e finito (sulla seconda, astenersi ironie: troppo facili, ora). Le dimissioni segnano una svolta secca, di vita e di carriera. In una lettera aperta, Messina ha raccontato così la svolta: “Ho capito di essere diventato - non da oggi - un fattore di divisione e, di conseguenza, di distrazione. Anche impegnandomi a svolgere il mio lavoro nel miglior modo possibile, ogni circostanza si trasformava in un’occasione per aprire un referendum pro o contro la mia persona. Per questo motivo (e soltanto per questo) ho deciso di eliminare una situazione che era diventata per me fonte di grande tensione e per la squadra e la società causa di danno. Eliminando la causa delle tensioni, ritengo di esercitare al meglio la responsabilità affidatami dal Signor Giorgio Armani e dal club fin dal mio primo giorno in Olimpia”.

Che cosa verrà dopo, ai suoi bei 66 anni, restando Messina accanto al presidente Leo Dell’Orco in una sorta di consulenza che salda al rapporto professionale quello personale, lo dirà solo il tempo. Nell’agenda del suo ruolo operativo figurava da tempo un imminente viaggio a New York per trattare il futuro di Milano a bordo della nuova Nba Europe. Non rimane che imbarcarsi, la palestra finisce qui. A governarla sarà Giuseppe Poeta, il vice promosso capo. Una linea apparentemente retta, in realtà tracciata lungo fitte tortuosità.

La sconfitta di domenica a Trieste ha dato l’ultimo colpo alla guida tecnica del migliore di tutti, per resistente unanimità. La vacillante convinzione di non poter più timonare la barca ha indotto la scelta concordata di lasciare ad altri il compito della virata. Dieci sconfitte in 23 partite, 6 in Eurolega per esservi oggi undicesimo in classifica, 4 in campionato per occupare l’ottavo posto, hanno spento in fretta il flebile hurrah della Supercoppa alzata a settembre, il minore dei quattro trofei cui la squadra era iscritta. A raddrizzare la rotta proverà Poeta, prelevato in estate da Brescia, assunto come vice e già nominato, anzi contrattualizzato, come erede designato per la stagione prossima.

Peppe Poeta

 

Un’azzardata convivenza in bilico, generata da tensioni già latenti a giugno ed esposta in modo invitante a possibili spallate, le trova oggi puntualmente verificate, sbrogliando la matassa con un drastico anticipo sulle agende previste. Le gocce su gocce viste scendere dentro partite inodori e insapori a colmare il vaso ricolmo hanno incrociato anche segni del destino beffardamente ostili. Nell’ultimo mese Messina s’era ammalato e, guidata da Poeta per due partite, l’Olimpia le aveva vinte. Poi era tornato il titolare e tre di fila erano state perse.

Lo sgradimento della minoranza chiassosa dei social s’è ispessito in modo insostenibile, soprattutto contro le empatie fra tecnico e squadra, viste dalla platea scostanti e faticose. E così alla fine, stremato pure da una catena rara degli infortuni più disparati (e disperanti), s’è arreso anche lui, Messina, l’allenatore più vincente del basket italiano, forte di un palmares di 35 trofei, con gemme di spicco come le 4 Euroleghe, i 7 scudetti italiani dei 16 titoli nazionali vinti, le varie coppe e coppette.

Arrivato a Milano nel 2019, i trofei portati dentro la casa biancorossa sono stati tre scudetti, due Coppe Italia e tre Supercoppe, oltre a una partecipazione alle Final Four di EuroLeague del 2021. Non un bottino trascurabile, ma il paragone scomodo del suo regno ora monco era sempre e soprattutto la stessa Olimpia: quella che avrebbe potuto essere e non è stata, quella che doveva prendersi di più, senza riuscirci, vantando il budget di gran lunga più alto del basket italiano. Messina ne ha preso atto, togliendo il disturbo come aveva fatto una sola altra volta in carriera, e allora il club lasciato di propria volontà fu il Real Madrid, abbandonato a giochi in corso nella primavera del 2011.

Stavolta non c’è trauma apparente, a valutare che ogni mattina Messina andrà in ufficio, a sedersi sulla sua poltrona di Pobo (President of Basketball Operations, alla maniera Nba). Non in tuta in palestra, però, ed è così che l’avevamo conosciuto, per quasi mezzo secolo di canestri, Ettore Messina.

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