✕

Marco Belinelli: “Nba Europe un progetto interessante per il nostro basket, ma serve chiarezza”

Ascolta l'audio

Intervista all’ex capitano della Virtus sul suo documentario e sulla sua carriera: “Ora mi piacerebbe lavorare con i giovani”
2 minuti di lettura

Il 25 marzo Marco Belinelli ha compiuto 40 anni. Buona parte di essi l’ha trascorsa su un campo da basket, dal primo, senza reti ai canestri, a San Giovanni in Persiceto, a quelli iperrealistici dell’Nba, la più grande conquista dell’ex Kid della provincia bolognese, unico italiano di sempre a possedere l’anello di campione del torneo americano (2014 con i San Antonio Spurs). In The Basketball Dream, documentario prodotto da Red Private in collaborazione con Rai Documentari, per la regia di Giorgio Testi, ci sono il viaggio più che la meta, la parabola della palla a spicchi più che il ciuff della retina. L’uomo più che l’atleta.

Il principio del docu-film è la fine: lo scudetto con la Virtus Bologna del 2025, gli ultimi atti del Beli atleta.

«L’idea è nata l’anno scorso, durante la stagione, il mio ultimo campionato. La cosa importante era raccontare il mio sogno, la mia storia, i momenti complicati della mia carriera, la mia famiglia, i miei amici. Provare a essere d’esempio per i gi…

Il 25 marzo Marco Belinelli ha compiuto 40 anni. Buona parte di essi l’ha trascorsa su un campo da basket, dal primo, senza reti ai canestri, a San Giovanni in Persiceto, a quelli iperrealistici dell’Nba, la più grande conquista dell’ex Kid della provincia bolognese, unico italiano di sempre a possedere l’anello di campione del torneo americano (2014 con i San Antonio Spurs). In The Basketball Dream, documentario prodotto da Red Private in collaborazione con Rai Documentari, per la regia di Giorgio Testi, ci sono il viaggio più che la meta, la parabola della palla a spicchi più che il ciuff della retina. L’uomo più che l’atleta.

Il principio del docu-film è la fine: lo scudetto con la Virtus Bologna del 2025, gli ultimi atti del Beli atleta.

«L’idea è nata l’anno scorso, durante la stagione, il mio ultimo campionato. La cosa importante era raccontare il mio sogno, la mia storia, i momenti complicati della mia carriera, la mia famiglia, i miei amici. Provare a essere d’esempio per i giovani. E insegnare la perseveranza».

Tanto materiale d’archivio, tanta vita vera.

«Si va proprio alle origini».

Perché il basket?

«Grazie ai miei fratelli. Enrico, il più grande, oltre a giocare era un appassionato di basket: registrava dalla tv e poi mi costringeva a lunghe visioni. L’amore è nato così. Un amore difficile, perché i miei compagni di classe giocavano a calcio. Io ero uno dei pochi a fare questo sport che si gioca con le mani. Una cosa bizzarra per noi italiani, abituati a prendere a calci il pallone».

Cosa c’era in quei Vhs?

«Nba, basket europeo e anche la nostra Serie A di allora. Ovviamente l’Nba era lontana come la luna, c’era gente come Jordan, Magic Johnson, Bird. Kobe Bryant arrivò subito dopo. Ma era anche l’epoca di Basket City, Bologna era l’America per noi ragazzini della provincia».

Dov’era il giorno del tiro da 4 di Danilovic, il 31 maggio 1998, decisivo per la Virtus nella finale scudetto contro la Fortitudo?

«Avevo 12 anni. Ero in campo a San Giovanni in Persiceto. Quel tiro fu un meteorite sul nostro basket. Io ho vissuto entrambe le anime di Bologna, Virtus e Fortitudo. E lo spirito di Bologna, l’aria del torneo dei ragazzini ai Giardini Margherita. L’ho giocato una volta, ci sono andato mille altre da spettatore. Lì capisci tante cose. Tanta, tanta roba».

Passerà alla storia anche per il successo nel torneo del tiro da 3, all’All-Star Game 2014?

«Quello da tre è un tiro che ho sempre avuto dentro di me. Ma quanti ferri presi. Si impara anche dal rumore che fa la palla quando viene sputata via».

Lei è l’unico italiano a possedere l’anello di campione Nba: dov’è?

«Ha un valore enorme, ma soprattutto pesa: è grande e grosso, l’ho messo solo in occasioni importantissime».

Che pensa degli 83 punti di Bam Adebayo, seconda miglior prestazione di tutti i tempi in Nba dopo i 100 di Wilt Chamberlain?

«Io mi sarei fermato prima in onore di Kobe, che ne aveva fatti 81 in una partita del 2006».

E del progetto Nba Europe?

«Potrebbe essere sicuramente un progetto interessante, ma al momento le risposte rimangono un po’ vaghe. Roma, Milano, Bologna? Dovremo capire modalità e tempi».

Si era parlato di un suo ritorno nel 3x3 con Bargnani e Gallinari.

«Il basket è il passato per me, ho dato tutto. Mi piacerebbe lavorare con i giovani. Ora sono anche Virtus Ambassador».

Lei ha vissuto da capitano i giorni più duri di Achille Polonara.

«Achi ha lottato come un leone. Sua moglie è stata una leonessa. Sarà una grande festa rivederlo in campo. Non vedo l’ora che accada».

Leggi i commenti