L’impresa storica dei Knicks fa impazzire New York. E i prezzi dei biglietti delle Finals
di Massimo BasileNEW YORK – C’è una certa distanza, a volte, tra il tempo sportivo e il tempo reale. Per i Cleveland Cavaliers, la serie contro i New York Knicks si è conclusa come se il calendario avesse accelerato all’improvviso: una stagione di basket Nba che si era protratta con ambizioni crescenti si è dissolta in quattro partite e sette giorni che hanno lasciato poco spazio all’ambiguità.
La serie con Cleveland chiusa in quattro partite
Il punteggio di Gara 4 - 130 a 93 - racconta solo in parte ciò che è accaduto alla Rocket Arena di Cleveland, dove la partita è sembrata presto scivolare verso un destino inesorabile. I Knicks non hanno soltanto vinto, hanno imposto l’ordine sul caos, una disciplina offensiva e difensiva che Cleveland non è riuscita neanche a disturbare. Jalen Brunson, il capitano dei Knicks, l’uomo che ha rinunciato a oltre cento milioni di dollari per permettere l’ingaggio di campioni dal ricco cachet e puntare a vincere, è stato premiato come miglior giocatore delle final…
NEW YORK – C’è una certa distanza, a volte, tra il tempo sportivo e il tempo reale. Per i Cleveland Cavaliers, la serie contro i New York Knicks si è conclusa come se il calendario avesse accelerato all’improvviso: una stagione di basket Nba che si era protratta con ambizioni crescenti si è dissolta in quattro partite e sette giorni che hanno lasciato poco spazio all’ambiguità.
La serie con Cleveland chiusa in quattro partite
Il punteggio di Gara 4 - 130 a 93 - racconta solo in parte ciò che è accaduto alla Rocket Arena di Cleveland, dove la partita è sembrata presto scivolare verso un destino inesorabile. I Knicks non hanno soltanto vinto, hanno imposto l’ordine sul caos, una disciplina offensiva e difensiva che Cleveland non è riuscita neanche a disturbare. Jalen Brunson, il capitano dei Knicks, l’uomo che ha rinunciato a oltre cento milioni di dollari per permettere l’ingaggio di campioni dal ricco cachet e puntare a vincere, è stato premiato come miglior giocatore delle finali.
Brunson ha guidato New York per tutta la postseason con una continuità che raramente appartiene alle narrazioni improvvise: lunedì notte ha chiuso con 15 punti e 5 assist, numeri quasi dimessi in una serata in cui il risultato era già deciso a metà gara. Karl-Anthony Towns ha prodotto 19 punti e 14 rimbalzi, operando dentro una struttura che sembra averlo ridefinito. OG Anunoby, arrivato a New York con un titolo già in tasca, quello vinto a Toronto, ha aggiunto un’altra prestazione ordinata, quasi silenziosa.
Una striscia aperta di 11 vittorie
I Knicks arrivano alle Finals per la prima volta dal 1999 con undici vittorie consecutive nei play-off e due 4-0, il cappotto che qui chiamano “sweep”. È una continuità che dice qualcosa non solo sulla loro forma attuale, ma sulla fragilità degli avversari incontrati. Il merito va anche a Mike Brown, al suo primo anno a New York, bravo a incidere sulla squadra come non aveva fatto il predecessore: Tom Thibodeau spremeva i cinque migliori giocatori, lasciandoli in campo anche quando il risultato, in un modo o nell’altro, era ampiamente compromesso, e lasciando i panchinari al loro ruolo di marginalità. Brown ha coinvolto tutti, finendo per ritrovare nella fase cruciale una seconda linea in grado di diventare decisiva, come Landry Shamet, che in questa serie ha infilato undici triple su dodici tentativi.
Il popolo dei Knicks
Ma c’è stato anche un elemento difficile da ignorare: la presenza massiccia dei tifosi dei Knicks, che ha trasformato l’arena in uno spazio conteso. Non è solo folklore sportivo. È parte della crescente centralità culturale di New York nel racconto dell’Nba, anche quando la squadra gioca lontano dal Madison Square Garden. A differenza dell’aria algida e snob che a volte i newyorkesi promanano, i tifosi qui hanno la passione di romanisti e napoletani. Se andate a vedere le immagini tv, in qualsiasi arena, dopo un canestro, sullo sfondo si vedono persone celebrare. Vanno ovunque, si sobbarcano ore di viaggio per sostenere la squadra. E’ stato così ad Atlanta, a Philadelphia e a Cleveland.
Biglietti alle stelle
Lunedì notte, dopo appena dieci minuti, quando Brunson è andato alla lunetta per i tiri liberi, si è levato nell’arena di Cleveland il coro “Emvippì Emvippì”, richiamo al titolo Mvp di miglior giocatore. L’organizzazione interna ha provato a neutralizzare i cori alzando il livello della musica, ma è stato inutile. I Knicks, per larghi tratti, hanno avuto la sensazione di giocare in casa. Il paradosso è che per molti tifosi assistere alla prima finale dal ’99 - contro i campioni in carica degli Oklahoma Thunder o i San San Antonio Spurs - sarà quasi impossibile: il proprietario di New York, James Dolan, un uomo che ha fatto del guadagno una ossessione, ha aumentato il prezzo dei biglietti a livelli folli, al punto che il posto più economico, nella piccionaia del Garden, poche ore dopo il raggiungimento della finale, costava 3900 dollari (circa 3400 euro), il posto più caro oltre 78 mila (67 mila euro).
La follia di Dolan rischia di raffreddare un’arena che in queste settimane di play-off è sembrata uno stadio di calcio, con migliaia di tifosi storici decisi a sostenere la squadra, gli stessi che non se ne erano andati quando, in Gara-1, Cleveland era avanti di 22 punti a 7 minuti dalla fine. I Knicks li avevano premiati con una rimonta leggendaria, per poi vincere di 11 al supplementare. Parziale dal momento del crollo, 44 a 11. Lì, sostengono tutti, si è decisa la serie, perché il baco della sconfitta si era inserito nelle menti dei Cavaliers.
Adesso, nel momento della felicità massima, sono i Knicks a voler mollare i tifosi più fedeli. Molti si indebiteranno pur di esserci, ma è più facile che i posti si riempiano di gente danarosa che ha scoperto di amare il basket due ore prima. A New York ce ne sono molti. E, in fondo, l’avidità, la corsa al denaro è molto newyorkese. Ma una piazza che ha vissuto decenni di delusioni meritava un trattamento diverso.