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LeBron James fino alla fine: pendolare in elicottero, gioca con il tramonto

LeBron James

 

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Via all’Nba, la leggenda debutta con i Philadelphia 76ers a New York, dove vive. Agli allenamenti arriva volando: “Un mezzo come un altro”
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LeBron James voleva finire la carriera al Madison Square Garden. Lo ha confessato lui stesso, poi a giugno i Knicks hanno vinto il titolo che aspettavano da 53 anni e ha rinunciato. Arrivare quando il trono è già stato conquistato lo avrebbe fatto passare per un parassita. Così stanotte al Garden ci entra lo stesso, ma dalla porta degli ospiti e con la maglia di Philadelphia. E proprio nella sera in cui New York appende al soffitto il suo stendardo e cerca l’impresa che da quasi dieci anni non riesce a nessuno: confermarsi campioni.

Un pendolare in elicottero

È l’Nba, 81esima stagione, molti cambiamenti, tante polemiche. Giannis Antetokounmpo si è trasferito a Miami, Kawhi Leonard è tornato a Toronto, ma a tutti interessa soprattutto LeBron che vola a Philly senza però abitarci. Lui vive a New York, a Philadel…

LeBron James voleva finire la carriera al Madison Square Garden. Lo ha confessato lui stesso, poi a giugno i Knicks hanno vinto il titolo che aspettavano da 53 anni e ha rinunciato. Arrivare quando il trono è già stato conquistato lo avrebbe fatto passare per un parassita. Così stanotte al Garden ci entra lo stesso, ma dalla porta degli ospiti e con la maglia di Philadelphia. E proprio nella sera in cui New York appende al soffitto il suo stendardo e cerca l’impresa che da quasi dieci anni non riesce a nessuno: confermarsi campioni.

Un pendolare in elicottero

È l’Nba, 81esima stagione, molti cambiamenti, tante polemiche. Giannis Antetokounmpo si è trasferito a Miami, Kawhi Leonard è tornato a Toronto, ma a tutti interessa soprattutto LeBron che vola a Philly senza però abitarci. Lui vive a New York, a Philadelphia ci lavora. In mezzo c’è un elicottero, un Leonardo AW139, made in Italy, con il marchio di Fanatics, l’impero di gadget e scommesse di Michael Rubin. Il treno ci mette un’ora e mezza, ha il wifi e spazio per le gambe anche per chi è alto due metri e sei. Ma lui preferisce fare il pendolare in aria (30-45 minuti), ha già fatto 18 viaggi. Molto inquinanti. A chi gli chiedeva dove avrebbe abitato LeBron ha risposto: «In entrambe le città, più residenze». A chi gli rimprovera rumore ed emissioni: «Un mezzo di trasporto come un altro. Fine».

Philadelphia, orgoglio e complesso verso NY

Non è il primo che usa l’elicottero come un taxi, anche Kobe Bryant si spostava con un Sikorsky S-76 per andare dalla sua casa di Newport Beach all’allenamento o alla partita ed evitare così il traffico pesante di Los Angeles. Philadelphia, che da sempre vive all’ombra di New York con un misto di orgoglio e complesso, ha incassato. È una città che preferisce la fatica al glamour: così mentre accoglieva il più grande di tutti, dava l’addio a Lane Johnson, il giocatore di football degli Eagles che le ha dato quattordici anni del suo corpo.

L’uomo dei record

LeBron per ora le concede l’orario d’ufficio. Johnson lascia a 36 anni, LeBron invece a quasi 42 (a dicembre) continua. È alla sua ventiquattresima stagione: nessuno ne ha mai giocate tante. Ha segnato più di chiunque e ha vinto ovunque, a Cleveland, a Miami, a Los Angeles. Ha firmato per 8 milioni in due anni, dopo i 53 incassati in una sola stagione ai Lakers. «Non lo faccio per i soldi, non lo faccio per la famiglia, ma per conquistare un altro titolo».

L’impegno politico di LeBron

I soldi, del resto, arrivano da altre parti. Si parla di 15 milioni l’anno da Polymarket, la piattaforma dove si scommette su tutto, dal basket alle elezioni, che in Italia è stata messa al bando. Il giocatore impegnato, forte sostenitore dei democratici, l’uomo che nel 2020 fondava More Than a Vote per portare la gente alle urne e mobilitare le comunità nere, ora invita a puntare sui risultati. Dov’è finito il campione della protesta Black Lives Matter, quello che sfruttava la sua straordinaria celebrità per incoraggiare la partecipazione civile e dire alle persone che le loro voci contavano? Nessuno gli rimprovera la fortuna economica costruita grazie al suo talento e tutti riconoscono il suo lavoro filantropico, in particolare I Promise School di Akron, che rimane un progetto significativo. Ma la delusione verso il primo miliardario attivo dell’Nba c’è anche da parte di chi appartiene al suo mondo.

Dai colleghi anche critiche

Il francese Victor Wembanyama, stella dei San Antonio Spurs, è critico: «Io non lo farò mai, onestamente trovo molto triste vedere alcuni colleghi promuovere certe attività». Per questo la partita di stasera è importante e serve a LeBron per iniziare a spazzare via molte critiche. Gli hanno costruito attorno una galleria di talenti: c’è Embiid, il gigante che non ha mai vinto, c’è Maxey, l’amico che lo ha convinto, c’è Jaylen Brown, strappato a Boston, c’è il giovane Edgecombe. Philadelphia non vince il campionato dall’83, ha bisogno di credere in qualcosa, crede di meritarsi il sogno. Anche se gli esordi a LeBron non sono mai piaciuti: nel 2014, al ritorno a Cleveland, perse proprio con i Knicks.

L’erede è rimasto a Los Angeles

La storia più amara però sta dall’altra parte dell’America. E si chiama sempre James, l’erede. A Los Angeles è rimasto Bronny, 22 anni, scelto con il numero 55, entrato nell’Nba con il cognome davanti e il padre accanto. Il padre è volato via. Il figlio è rimasto con un contratto garantito e nessuna garanzia. La sua preseason è stata un calvario. Ha perso palloni e ha chiuso con zero punti in 12’ contro Denver. Il posto in quintetto gli è stato concesso una sera e tolto quella dopo. JJ Redick, coach dei Lakers, ha detto che non ha mai brillato, «ma si allena bene»: un complimento con il paracadute. A 18 anni nel 2024 ha avuto un arresto cardiaco in palestra ed è rientrato cinque mesi dopo. Ora deve imparare a stare in piedi senza l’ombra del padre che era anche un ombrello. Stanotte al Garden ci sarà il mondo che conta. E un uomo di 41 anni sceso dal cielo che ha deciso che il tramonto può aspettare. A Los Angeles anche gli occhi di un ragazzo saranno su quella partita. Il grande basket inizia con un padre che insegue l’ultimo anello e un figlio il primo minuto vero.

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