HA RAGIONE Frank Lampard, che ha solo dodici mesi più di lui ma non ha nessuna intenzione di mollare: "Verrà ricordato come uno dei più grandi attaccanti inglesi". Non va sottovalutato il ritiro a fine stagione e a soli 33 anni di Michael Owen, è l'ultima occasione (dopo una lunga e per certi versi inspiegabile sottovalutazione in carriera) per riconoscergli il merito di aver cambiato, con Beckham, le logiche, le dinamiche, la cultura tecnica e anche un po' fisica, del calcio inglese.
Michael Owen, che attualmente gioca, molto a sprazzi, nello Stoke, e che è nato a Chester, dove inventarono la leggendaria maglietta senza colletto che guarda caso, a parte i bottoncini in sovrannumero, ricorda pur sempre una maglia da calcio, vanta molti primati. Tutti molti evidenti e paradossalmente nascosti. E' esploso a livello internazionale nel Mondiale del '98 in Francia quando aveva appena 19 anni (era già diventato il più giovane marcatore della nazionale inglese strappando l'ennesimo primato a Tommy Lawton). Non sembrava imprendibile, lo era.
Piccolo, potente, veloce, con due piedi magici, aveva i numeri per durare a lungo e stupire. Ma non gli è riuscito a causa di un suo personalissimo primato: è stato massacrato dagli infortuni muscolari. Precoce a conquistarsi un nome, precoce a fare le valigie. Nonostante i frequenti e sempre più dolorosi stop, nel 2001 vince il Pallone d'Oro. E' vero: fu una stagione in cui effettivamente c'erano poche alternative (secondo arrivò Raul e terzo, pensate un po' voi, Oliver Kahn), ma sempre di Pallone d'Oro si trattò. Owen, seguendo la sua traiettoria, rimane a tutt'oggi il Pallone d'Oro più dimenticato degli ultimi vent'anni, ultimo inglese a fregiarsene. Altro record è la sua comparsa, se qualcuno se la ricorda, al Real Madrid: un anno in cui nonostante tutto (gli inglesi non hanno quasi mai sfondato all'estero, nemmeno i fenomeni) realizzò 13 gol in 36 presenze. Tornato a casa, ha riprovato con Newcastle e Manchester United, ma sempre con l'occhio vigile di chi non si fida più ad alzare troppo la gamba per paura di stirarsi o peggio.
"Sento che non ce la faccio come prima". Lo disse senza peli sulla lingua quando Sir Alex Ferguson si convinse comunque a portarlo nel suo Manchester United: non aveva ancora 30 anni. Ma i suoi erano 30 anni dorati eppure portati malissimo. Fragile, di cristallo, si prese una soddisfazione unica segnando in pieno recupero il gol della vittoria in un derby contro il Manchester City (la partita finì 4-3). La scorsa estate è passato alla storia offrendosi al miglior offerente attraverso il twitter. E' stato, non c'è bisogno di dirlo, il suo ennesimo primato. Ora i bookmaker sono certi che avrà un futuro da allenatore: ma di cavalli. Non è carino dire che si darà all'ippica ma forse è così perché i cavalli sono la sua seconda passione (e di questo parlava tanto con Ferguson). Bravo e disgraziato Michael, eroe dai muscoli leggeri come l'aria, simbolo di un calcio che esalta e distrugge. Sei stato un grande.
Michael Owen, che attualmente gioca, molto a sprazzi, nello Stoke, e che è nato a Chester, dove inventarono la leggendaria maglietta senza colletto che guarda caso, a parte i bottoncini in sovrannumero, ricorda pur sempre una maglia da calcio, vanta molti primati. Tutti molti evidenti e paradossalmente nascosti. E' esploso a livello internazionale nel Mondiale del '98 in Francia quando aveva appena 19 anni (era già diventato il più giovane marcatore della nazionale inglese strappando l'ennesimo primato a Tommy Lawton). Non sembrava imprendibile, lo era.
Piccolo, potente, veloce, con due piedi magici, aveva i numeri per durare a lungo e stupire. Ma non gli è riuscito a causa di un suo personalissimo primato: è stato massacrato dagli infortuni muscolari. Precoce a conquistarsi un nome, precoce a fare le valigie. Nonostante i frequenti e sempre più dolorosi stop, nel 2001 vince il Pallone d'Oro. E' vero: fu una stagione in cui effettivamente c'erano poche alternative (secondo arrivò Raul e terzo, pensate un po' voi, Oliver Kahn), ma sempre di Pallone d'Oro si trattò. Owen, seguendo la sua traiettoria, rimane a tutt'oggi il Pallone d'Oro più dimenticato degli ultimi vent'anni, ultimo inglese a fregiarsene. Altro record è la sua comparsa, se qualcuno se la ricorda, al Real Madrid: un anno in cui nonostante tutto (gli inglesi non hanno quasi mai sfondato all'estero, nemmeno i fenomeni) realizzò 13 gol in 36 presenze. Tornato a casa, ha riprovato con Newcastle e Manchester United, ma sempre con l'occhio vigile di chi non si fida più ad alzare troppo la gamba per paura di stirarsi o peggio.
"Sento che non ce la faccio come prima". Lo disse senza peli sulla lingua quando Sir Alex Ferguson si convinse comunque a portarlo nel suo Manchester United: non aveva ancora 30 anni. Ma i suoi erano 30 anni dorati eppure portati malissimo. Fragile, di cristallo, si prese una soddisfazione unica segnando in pieno recupero il gol della vittoria in un derby contro il Manchester City (la partita finì 4-3). La scorsa estate è passato alla storia offrendosi al miglior offerente attraverso il twitter. E' stato, non c'è bisogno di dirlo, il suo ennesimo primato. Ora i bookmaker sono certi che avrà un futuro da allenatore: ma di cavalli. Non è carino dire che si darà all'ippica ma forse è così perché i cavalli sono la sua seconda passione (e di questo parlava tanto con Ferguson). Bravo e disgraziato Michael, eroe dai muscoli leggeri come l'aria, simbolo di un calcio che esalta e distrugge. Sei stato un grande.