ROMA - Sopporta fino a una tonnellata di carico (più o meno dodici volte il peso del suo proprietario...), può deformarsi a seconda delle necessità e allo stesso modo recupera la fisionomia d'origine quando il carico cessa di esistere: "Una specie di benda elastica". Ma ovviamente non è indistruttibile. Quando esageriamo si rompe esattamente come una benda elastica si strappa. Logoramento, quindi, più che traumi isolati. A modo suo è dunque fragile, sensibile allo stress di mille e mille gesti ripetuti nel tempo. I medici e i chirurghi consolano chi soffre di tendiniti o, peggio, di tendinosi (la tendinite cronicizzata, la degenerazione del tessuto), oppure chi ha il tendine d'Achille inspessito, chi sente sempre dolore in un punto imprecisato, qualcosa che brucia dentro: "Tranquilli, la maggior parte delle volte il tendine d'Achille si rompe così, a ciel sereno, senza il preavviso d'un fastidio". Non è sempre vero, a volte è proprio l'effetto di un processo degenerativo. Lo è spesso tuttavia. Il tendine d'Achille, per campioni giovani o consumati, per chi pratica l'agonismo in modo professionale o dilettantistico, rimane una garanzia di stabilità, di potenza, ma è meglio ascoltarlo quando invia dei segnali ed è sempre consigliabile non abusarne. E' un robustissimo pezzo del nostro corpo, è una "bestia" organica (anche se esistono alcuni studi che ne sminuiscono la potenza accomunandolo, per robustezza, a tendini più sottili).
Eppure cede così, di schianto, a causa di movimenti che uno dice: "Ma com'è possibile?". Vi ricordate come se lo spezzò Beckham nel 2010, a San Siro, contro il Chievo? Niente, sembrava un banale passo falso, un piede messo male nell'erba (pur disastrata), un sassolino nella scarpa, a centrocampo, senza pressioni, senza avversari intorno. Anche Zanetti, in fondo, cosa stava facendo di tanto straordinario? Nulla. Una normale corsa rapida verso la linea di fondo con l'avversario sulla sua sinistra. Poi il contrasto, poi quel piede messo male a terra, in cattivo assetto. Ma niente di clamoroso. Era un normale momento del gioco del calcio cui chiunque giochi è abituato: il corpo fuori asse rispetto agli appoggi, un minimo di carico e di contemporanea destabilizzazione, una mancanza d'equilibrio. Eppure è così. Quando si lesiona un legamento crociato, quando si spezza una tibia, quando saltano i legamenti di una caviglia, l'effetto visivo è "splatter": vien voglia di non guardare più. Quando si rompe un tendine d'Achille di solito è l'esatto contrario: pare che non sia accaduto nulla di speciale. Forse soltanto la gamba sinistra di Kobe Bryant, sottoposta a una brusca accelerazione, nel match contro i Golden State del 12 aprile, ha dato l'impressione di cedere improvvisamente, di schianto, ma non appariva comunque segata in due da un'invisibile lama rotante. Altro particolare: nonostante il "pop", la sensazione di "sassata" che l'infortunato percepisce, quasi sempre si rialza e, miracolo, può anche accadere che lo si veda camminare, zoppicando magari, ma camminare. Non succede con i crociati rotti, a volte non succede neppure con una normale distorsione. Mistero d'Achille? Non proprio. La zona è ipo-vascolarizzata (la punta di massima assenza di sangue viene stimata da due a sei centimetri sopra il calcagno). Famosi in tendini d'Achille rotti di Yuri Chechi, Andrew Howe. Recentemente è capitato anche ad un altro interista, a Mudingayi.
Aggravanti possono essere l'età anagrafica, l'età agonistica, un aumento di peso, una scarsa idratazione, una calzatura che solo a danno compiuto magari ci si accorge che non era idonea (questo vale più per il mondo amatoriale), un'intensificazione dell'allenamento, un trattamento eccessivo di cortisone (che mangia i tessuti). Prima di rompersi il tendine d'Achille può allungarsi dell'8%. Non oltre. Quanto ci vuole per riprendere? Si riprende sempre? Il più delle volte, ma non sempre. Dipende da tanti fattori. Uno studio dice di no: il 32% dei giocatori di football americano che si sono rotti il tendine d'Achille fra il 1997 e il 2002 non è più tornato al professionismo e quelli che ce l'hanno fatta si sono dovuti adattare: avevano perduto il 50% della funzionalità. La rottura del tendine d'Achille colpisce più gli uomini (fra i 25 e 50 anni) delle donne. Ed è una lesione che viene riscontrata più sul lato sinistro (57%), perché nei destri, che sono la maggioranza della popolazione mondiale, è l'arto sinistro a essere dominante nella spinta a terra (pensate a un calciatore destro e al suo piede d'appoggio quando batte una punizione...). La riabilitazione, il modo come viene condotta e vissuta, risulterà determinante. Anche per Zanetti sarà fondamentale tutto ciò che accadrà dal momento del risveglio dall'intervento in avanti.
I prossimi due mesi e mezzo saranno cruciali. La fisioterapia è decisiva. Le mani del terapista altrettanto. Ma lo saranno anche l'attenzione, la dedizione e la pazienza del campione. Certo per uno come Andrew Howe, lunghista, che si è rotto il tendine d'Achille della gamba di stacco, è stato tutto più difficile, c'erano nel suo futuro più interrogativi che certezze: si pensi che al momento dello stacco un lunghista da 8,50 che entra in pedana alla velocità paragonabile a un 10"90 sui 100 scarica a terra 800 kg. Andrew però si sta riprendendo al 100%. Il 24 aprile scorso era a Rieti ad allenarsi con le cuffie in testa e le sue prove di lungo da fermo lasciavano immaginare che si fosse definitivamente lasciato alle spalle il ciclo del dolore (due operazioni nello stesso punto). Beckham è ancora in attività a 38 anni: fu operato dal prof. Orava, il guru finlandese del tendine d'Achille che intervenne anche su Gebreselassie, la Ottey e persino su Pep Guardiola.
Eppure cede così, di schianto, a causa di movimenti che uno dice: "Ma com'è possibile?". Vi ricordate come se lo spezzò Beckham nel 2010, a San Siro, contro il Chievo? Niente, sembrava un banale passo falso, un piede messo male nell'erba (pur disastrata), un sassolino nella scarpa, a centrocampo, senza pressioni, senza avversari intorno. Anche Zanetti, in fondo, cosa stava facendo di tanto straordinario? Nulla. Una normale corsa rapida verso la linea di fondo con l'avversario sulla sua sinistra. Poi il contrasto, poi quel piede messo male a terra, in cattivo assetto. Ma niente di clamoroso. Era un normale momento del gioco del calcio cui chiunque giochi è abituato: il corpo fuori asse rispetto agli appoggi, un minimo di carico e di contemporanea destabilizzazione, una mancanza d'equilibrio. Eppure è così. Quando si lesiona un legamento crociato, quando si spezza una tibia, quando saltano i legamenti di una caviglia, l'effetto visivo è "splatter": vien voglia di non guardare più. Quando si rompe un tendine d'Achille di solito è l'esatto contrario: pare che non sia accaduto nulla di speciale. Forse soltanto la gamba sinistra di Kobe Bryant, sottoposta a una brusca accelerazione, nel match contro i Golden State del 12 aprile, ha dato l'impressione di cedere improvvisamente, di schianto, ma non appariva comunque segata in due da un'invisibile lama rotante. Altro particolare: nonostante il "pop", la sensazione di "sassata" che l'infortunato percepisce, quasi sempre si rialza e, miracolo, può anche accadere che lo si veda camminare, zoppicando magari, ma camminare. Non succede con i crociati rotti, a volte non succede neppure con una normale distorsione. Mistero d'Achille? Non proprio. La zona è ipo-vascolarizzata (la punta di massima assenza di sangue viene stimata da due a sei centimetri sopra il calcagno). Famosi in tendini d'Achille rotti di Yuri Chechi, Andrew Howe. Recentemente è capitato anche ad un altro interista, a Mudingayi.
Aggravanti possono essere l'età anagrafica, l'età agonistica, un aumento di peso, una scarsa idratazione, una calzatura che solo a danno compiuto magari ci si accorge che non era idonea (questo vale più per il mondo amatoriale), un'intensificazione dell'allenamento, un trattamento eccessivo di cortisone (che mangia i tessuti). Prima di rompersi il tendine d'Achille può allungarsi dell'8%. Non oltre. Quanto ci vuole per riprendere? Si riprende sempre? Il più delle volte, ma non sempre. Dipende da tanti fattori. Uno studio dice di no: il 32% dei giocatori di football americano che si sono rotti il tendine d'Achille fra il 1997 e il 2002 non è più tornato al professionismo e quelli che ce l'hanno fatta si sono dovuti adattare: avevano perduto il 50% della funzionalità. La rottura del tendine d'Achille colpisce più gli uomini (fra i 25 e 50 anni) delle donne. Ed è una lesione che viene riscontrata più sul lato sinistro (57%), perché nei destri, che sono la maggioranza della popolazione mondiale, è l'arto sinistro a essere dominante nella spinta a terra (pensate a un calciatore destro e al suo piede d'appoggio quando batte una punizione...). La riabilitazione, il modo come viene condotta e vissuta, risulterà determinante. Anche per Zanetti sarà fondamentale tutto ciò che accadrà dal momento del risveglio dall'intervento in avanti.
I prossimi due mesi e mezzo saranno cruciali. La fisioterapia è decisiva. Le mani del terapista altrettanto. Ma lo saranno anche l'attenzione, la dedizione e la pazienza del campione. Certo per uno come Andrew Howe, lunghista, che si è rotto il tendine d'Achille della gamba di stacco, è stato tutto più difficile, c'erano nel suo futuro più interrogativi che certezze: si pensi che al momento dello stacco un lunghista da 8,50 che entra in pedana alla velocità paragonabile a un 10"90 sui 100 scarica a terra 800 kg. Andrew però si sta riprendendo al 100%. Il 24 aprile scorso era a Rieti ad allenarsi con le cuffie in testa e le sue prove di lungo da fermo lasciavano immaginare che si fosse definitivamente lasciato alle spalle il ciclo del dolore (due operazioni nello stesso punto). Beckham è ancora in attività a 38 anni: fu operato dal prof. Orava, il guru finlandese del tendine d'Achille che intervenne anche su Gebreselassie, la Ottey e persino su Pep Guardiola.