LONDRA - La squadra più forte d'Europa, e probabilmente del mondo, termina in gloria la stagione che aveva dominato (anche se le manca ancora la Coppa di Germania, finale il primo giugno contro lo Stoccarda): la Champions è del Bayern Monaco, potenza capace di triturare in semifinale il Barcellona, chiudendo forse un'epoca, e di battere a Wembley il Borussia Dortmund, notevole macchina di calcio, capace di spaventare a lungo i rossi. L'epilogo risolto da Robben è stato coerente con l'annata di Champions League e con la stessa Bundesliga, chiusa dai bavaresi con 25 punti in più dei gialli. Però le finali sono un'altra storia, come ben sapeva proprio il Bayern, sconfitto due volte in tre anni all'ultimo metro, l'anno scorso addirittura in casa: quel ricordo atroce può ora dirsi archiviato, se non cancellato (le ferite sportive non si cancellano mai, però si possono elaborare, trasformandole in preziosa forza).
Spesso, le finalissime deludono. C'è di mezzo la tattica, e poi l'attesa insieme alla paura di perdere. Nulla di tutto questo a Wembley, dove il risultato è rimasto in bilico sullo 0-0 per un'ora solo grazie ai portieri Neuer e Weidenfeller, uno più bravo dell'altro. Poi Mandzukic, un croato, ha portato in vantaggio i bavaresi, quasi subito raggiunti dal nettissimo rigore trasformato da Gundogan, tedesco di origine turca. In questa girandola di etnie e storie mescolate, sempre però nel segno della perfetta integrazione, forse era logico che l'ultima sillaba della partita la pronunciasse l'olandese Arjen Robben, non proprio un ragazzino, capace di trovare il colpo di bisturi a un minuto dalla chiusura.
La prima finale tutta tedesca nella storia della Champions ribadisce che i migliori sono proprio loro, anche a livello di sportività: gli sconfitti hanno applaudito i vincitori a migliaia, mentre piangevano tutti anche se per ragioni opposte. Tra le molte vicende individuali che la notte di Londra propone, svetta quella di Jupp Heynckes, l'allenatore del Bayern al quale da mesi è stato pubblicamente detto che dovrà lasciare le chiavi della sua magnifica macchina di calcio a Pep Guardiola, l'inventore del Barcellona. Ma come farà il giovane, premiatissimo tecnico catalano a vincere più di colui che ha vinto tutto, senza mai fare il fenomeno e senza tantomeno sentirsi l'inventore del gioco del calcio? La risposta tra pochi mesi, in attesa che il calcio italiano provi darne un'altra: di quanto tempo c'è bisogno per avvicinarsi davvero al Bayern, e ai più grandi d'Europa? A occhio, parecchio.
Spesso, le finalissime deludono. C'è di mezzo la tattica, e poi l'attesa insieme alla paura di perdere. Nulla di tutto questo a Wembley, dove il risultato è rimasto in bilico sullo 0-0 per un'ora solo grazie ai portieri Neuer e Weidenfeller, uno più bravo dell'altro. Poi Mandzukic, un croato, ha portato in vantaggio i bavaresi, quasi subito raggiunti dal nettissimo rigore trasformato da Gundogan, tedesco di origine turca. In questa girandola di etnie e storie mescolate, sempre però nel segno della perfetta integrazione, forse era logico che l'ultima sillaba della partita la pronunciasse l'olandese Arjen Robben, non proprio un ragazzino, capace di trovare il colpo di bisturi a un minuto dalla chiusura.
La prima finale tutta tedesca nella storia della Champions ribadisce che i migliori sono proprio loro, anche a livello di sportività: gli sconfitti hanno applaudito i vincitori a migliaia, mentre piangevano tutti anche se per ragioni opposte. Tra le molte vicende individuali che la notte di Londra propone, svetta quella di Jupp Heynckes, l'allenatore del Bayern al quale da mesi è stato pubblicamente detto che dovrà lasciare le chiavi della sua magnifica macchina di calcio a Pep Guardiola, l'inventore del Barcellona. Ma come farà il giovane, premiatissimo tecnico catalano a vincere più di colui che ha vinto tutto, senza mai fare il fenomeno e senza tantomeno sentirsi l'inventore del gioco del calcio? La risposta tra pochi mesi, in attesa che il calcio italiano provi darne un'altra: di quanto tempo c'è bisogno per avvicinarsi davvero al Bayern, e ai più grandi d'Europa? A occhio, parecchio.