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Under 21 ko a testa alta, il problema è la serie A

di ALESSANDRO VOCALELLI

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NON CE l'abbiamo fatta, ma resta la grande soddisfazione di essere arrivati in finale contro i campioni spagnoli, imbattuti da un 'infinità' di partite e con alcuni giocatori che hanno già una grande esperienza internazionale e
fanno gola a tutte le potenze d'Europa. L'Italia Under 21 di Mangia ed Insigne, battuta 4-2 dagli iberici, si è guadagnata un secondo posto comunque gratificante, dimostrando che orgoglio e determinazione, da abbinare a qualità indiscutibili, ti portano sempre ad alti livelli. A battere magari superpotenze come Inghilterra ed Olanda. E bisogna fermarsi solo di fronte ad ostacoli che, per la verità, sapevamo essere quasi insormontabili.

Lo sapeva il nostro ct, che aveva definito questa partita una sorta di "missione impossibile". Un secondo posto che comunque certifica l'ottimo momento del calcio italiano, impegnato anche in Brasile nella Confederation a livello di nazionale maggiore. Siamo vice campioni Under 21 e vice campioni d'Europa a livello di nazionale A, battuti sempre e solo dalla Spagna, con una squadra giovane in cui Balotelli ed El Sharaawy, ma anche il fenomenale De Sciglio, rappresentano le promesse e le premesse per un ciclo destinato a durare. Ecco, non c'è dubbio che il calcio italiano - inteso come calciatori azzurri - sia in grande salute, capace di giocarsi le sue carte ai massimi livelli. Dando sempre la netta sensazione di non raggiungere certi livelli per caso.

Resta, è chiaro, il problema legato al campionato italiano. Che, va detto, non è più punto di riferimento per tutti. Sono lontani i tempi in cui da Maradona a Zico, da Falcao a Platini, da Rummenigge a Van Basten a tanti altri (l'elenco sarebbe interminabile), gli stranieri erano tutti attratti dal nostro campionato. E non solo per una questione legata agli ingaggi, ma anche perché l'Italia era il centro del mondo per la sua competitività, per le sue qualità, per l'etichetta - mai così appropriata - di 'campionato più bello del mondo'. Poi ci siamo persi, incassando una serie di sconfitte soprattutto politiche, finendo dunque per perdere posizioni. Rispetto all'Inghilterra, alla Spagna, ma ultimamente anche alla Germania, che ci ha superato di slancio a livello di risultati sportivi e managerialità. Oggi i grandi stranieri non vengono più in Italia, anzi i pochi che sono rimasti da noi pensano ad andarsene, accompagnati magari dai giovani migliori che abbiamo. E' capitato con Verratti, minacciosamente ora si parla di una possibile partenza di El Shaarawy e di altri dei nostri ragazzi più bravi.

Intanto se ne vanno i nostri tecnici migliori, attratti da esperienze più importanti. Così Ancelotti, Capello, Spalletti, Mancini, Lippi, preferiscono misurarsi in realtà differenti, portando le loro conoscenze all'estero. Certo, per crescere si può puntare anche e ancora di più sui vivai, sfruttando - come ha dimostrato l'Under 21 - la voglia di affermazione delle nostre giovani generazioni. Ma serve soprattutto a livello dirigenziale un cambio di marcia, cominciando dalla necessità di far giocare le nostre squadre in stadi più moderni e funzionali, in impianti più ospitali per chi ancora decide di andarsi a godere lo spettacolo dal vivo. Basta guardarsi in giro per scoprire che da questo punto di vista siamo anni indietro. E se vincere o far bene sul campo aiuta, poi bisogna misurarsi in altri settori. E da qui adesso bisogna ripartire. Senza perdere altro tempo.
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