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Da Auschwitz a Quarto: i gol più belli degli azzurri di Prandelli

di ENRICO CURRO'
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Tra i meriti di Prandelli, oltre ai risultati dei suoi primi tre anni abbondanti da commissario tecnico, c'è quello nient'affatto secondario di avere costretto il calcio italiano a pensare. Non è un luogo comune che il pallone anestetizzi le coscienze. La partita è più che mai lo spazio dell'oblio, dilatato quasi all'infinito dall'inflazione delle dirette televisive: è la parentesi stordente all'assedio dei problemi quotidiani, amplificati dalla crisi economica. Lo sanno bene i politici di tutto il mondo, che da sempre assecondano dolosamente l'immersione dei sudditi nell'ovatta dello sport, con l'udito fiacco e lo sguardo offuscato verso l'esterno.

La Nazionale ha sturato le orecchie e ha aperto gli occhi dei suoi milioni di tifosi. Non si tratta di retorica o di buonismo spiccio, né tanto meno di un'intrusione indebita nell'hobby prediletto dalle folle. La potenza di certe immagini sta proprio nella capacità di arrivare dritta alla men…
Tra i meriti di Prandelli, oltre ai risultati dei suoi primi tre anni abbondanti da commissario tecnico, c'è quello nient'affatto secondario di avere costretto il calcio italiano a pensare. Non è un luogo comune che il pallone anestetizzi le coscienze. La partita è più che mai lo spazio dell'oblio, dilatato quasi all'infinito dall'inflazione delle dirette televisive: è la parentesi stordente all'assedio dei problemi quotidiani, amplificati dalla crisi economica. Lo sanno bene i politici di tutto il mondo, che da sempre assecondano dolosamente l'immersione dei sudditi nell'ovatta dello sport, con l'udito fiacco e lo sguardo offuscato verso l'esterno.

La Nazionale ha sturato le orecchie e ha aperto gli occhi dei suoi milioni di tifosi. Non si tratta di retorica o di buonismo spiccio, né tanto meno di un'intrusione indebita nell'hobby prediletto dalle folle. La potenza di certe immagini sta proprio nella capacità di arrivare dritta alla mente e al cuore, senza mediazioni: nessun messaggio potrebbe essere più diretto e culturalmente più dirompente di quello portato dai campioni, che sono eroi moderni per i ragazzi, e non solo. Tutti siamo debitori alla Nazionale di un bel po' di immagini potentissime. Cassano che piange durante la visita ad Auschwitz. Pirlo che palleggia a Rizziconi sul campetto confiscato alla 'ndrangheta. Buffon che si emoziona davanti alla tendopoli dei terremotati di Medolla. Balotelli che chiacchiera coi detenuti del carcere di Sollicciano. Gli azzurri e gli argentini, guidati da Messi, che ascoltano attentissimi papa Francesco ricordare ai calciatori la forza ineguagliabile, nel bene e nel male, di ogni loro gesto.

 La visita allo stadietto di Quarto, in un luogo simbolo della camorra, è probabilmente il messaggio più forte. La presenza di Balotelli, dopo l'incauta visita turistica a Scampia del 2010, è un segnale che vale più di qualsiasi parola, né lo svuotano di significato i capricci o le bizze o i tweet compulsivi del personaggio. La sua ribellione alle etichette è in parte legittima, anche se sorvola sulla dimensione di idolo mediatico. Lui rivendica il diritto a non sentirsi simbolo di alcuna battaglia, ma soltanto un giovane calciatore professionista. Però Balotelli, in maglia azzzurra, è un calciatore della Nazionale. E la Figc ha scelto, non da oggi, che la Nazionale rappresenti un simbolo fortissimo: della solidarietà e della legalità, della lotta al razzismo e alle mafie. Prandelli vi ha aggiunto la propria personale sensibilità, nonché il discusso codice etico, la cui elasticità gli ha attirato critiche proprio per l'indulgenza verso il centravanti. Quale che sia il giudizio specifico, anche su questo il ct ha un merito, perché l'etica non figura esattamente tra le priorità italiane e discuterne un po' non fa mai male. Quando il commissario tecnico lascerà l'incarico, il suo successore avrà un'eredità pesante: quella di continuare a fare pensare il calcio italiano.