ROMA - "In termini di situazioni acclarate, al momento, di fatto, si vede abbastanza poco", dice così Giancarlo Abete avviando una sorta di processo al processo, con una strategia che, sicuramente, da uomo prudente quale è, avrà studiato a tavolino. Anche se, a dire il vero, quale o chi sia il reale obbiettivo di tale strategia risulta abbastanza oscuro.
Basta dare un'occhiata ai numeri per capire che quelle del presidente sono dichiarazioni infondate, quindi per forza strumentali, visto che di "situazioni acclarate" nell'inchiesta di Cremona ce ne sono molte. Più o meno nel momento in cui Abete pronunciava le sue accuse contro la procura di Cremona, ieri mattina, a Bari alcuni bambini stavano giocando sui campetti in erba sintetica costruiti con i soldi di cinque calciatori che hanno dovuto pagare di tasca propria - oltre ovviamente ad ammettere la propria colpevolezza - al fine di patteggiare con la procura di Bari, competente per territorio, per le accuse mosse nei loro confronti da Cremona. Molti altri calciatori e dirigenti hanno già da tempo chiesto di poter fare altrettanto direttamente al pm Roberto Di Martino e al giudice Guido Salvini, ma la procura sta aspettando il momento più opportuno per dare il proprio assenso.
La "situazione acclarata" più fragorosa di tutte è però un'altra: la giustizia sportiva che opera presso la Federazione che Abete presiede, negli ultimi anni, ha emesso una valanga di sentenze (197 in tutto) proprio grazie agli atti messi a disposizione, dalla procura di Cremona: 144 contro altrettanti tesserati - alcuni dei quali atleti della Nazionale - 53 contro i club, in alcuni casi determinando danni ingentissimi. Senza considerare che in fondo la stessa riforma della giustizia sportiva varata dal presidente del Coni disgustato dallo "scontificio del Tnas" e critico sulla gestione federale dei processi - può essere considerata uno dei molti risultati portati a casa dall'inchiesta Last Bet.
Peraltro non è la prima volta che Abete non vede cosa capita nei suoi uffici: è già successo ai tempi di Calciopoli quando, pur con ruoli di primo piano in Figc, non si accorse di niente. Lo stesso identico ragionamento vale per Franco Carraro che ieri, pur non essendo parte in causa, ha ironizzato sull'inchiesta di Cremona: "Leggo cose sui giornali che mi ricordano la storia "al lupo al lupo"", ha detto ignorando il pericolo che qualcuno gli ricordi che ai tempi in cui era lui presidente della Figc, se avesse prestato orecchio a chi gridava "al lupo al lupo", forse ci avrebbe risparmiato la Calciopoli firmata da Moggi (ieri condannato in secondo grado per associazione a delinquere). Qui, invece, vale solo la pena ricordare a Carraro e anche al suo successore Abete che nel calcio i lupi ci sono, e come. E non lo dicono i giornali, ma la polizia di Stato, l'Interpol, l'Uefa, la Fifa e persino la polizia di Singapore, che anche grazie alla procura di Cremona di lupo ne ha arresto uno bello grosso.
Basta dare un'occhiata ai numeri per capire che quelle del presidente sono dichiarazioni infondate, quindi per forza strumentali, visto che di "situazioni acclarate" nell'inchiesta di Cremona ce ne sono molte. Più o meno nel momento in cui Abete pronunciava le sue accuse contro la procura di Cremona, ieri mattina, a Bari alcuni bambini stavano giocando sui campetti in erba sintetica costruiti con i soldi di cinque calciatori che hanno dovuto pagare di tasca propria - oltre ovviamente ad ammettere la propria colpevolezza - al fine di patteggiare con la procura di Bari, competente per territorio, per le accuse mosse nei loro confronti da Cremona. Molti altri calciatori e dirigenti hanno già da tempo chiesto di poter fare altrettanto direttamente al pm Roberto Di Martino e al giudice Guido Salvini, ma la procura sta aspettando il momento più opportuno per dare il proprio assenso.
La "situazione acclarata" più fragorosa di tutte è però un'altra: la giustizia sportiva che opera presso la Federazione che Abete presiede, negli ultimi anni, ha emesso una valanga di sentenze (197 in tutto) proprio grazie agli atti messi a disposizione, dalla procura di Cremona: 144 contro altrettanti tesserati - alcuni dei quali atleti della Nazionale - 53 contro i club, in alcuni casi determinando danni ingentissimi. Senza considerare che in fondo la stessa riforma della giustizia sportiva varata dal presidente del Coni disgustato dallo "scontificio del Tnas" e critico sulla gestione federale dei processi - può essere considerata uno dei molti risultati portati a casa dall'inchiesta Last Bet.
Peraltro non è la prima volta che Abete non vede cosa capita nei suoi uffici: è già successo ai tempi di Calciopoli quando, pur con ruoli di primo piano in Figc, non si accorse di niente. Lo stesso identico ragionamento vale per Franco Carraro che ieri, pur non essendo parte in causa, ha ironizzato sull'inchiesta di Cremona: "Leggo cose sui giornali che mi ricordano la storia "al lupo al lupo"", ha detto ignorando il pericolo che qualcuno gli ricordi che ai tempi in cui era lui presidente della Figc, se avesse prestato orecchio a chi gridava "al lupo al lupo", forse ci avrebbe risparmiato la Calciopoli firmata da Moggi (ieri condannato in secondo grado per associazione a delinquere). Qui, invece, vale solo la pena ricordare a Carraro e anche al suo successore Abete che nel calcio i lupi ci sono, e come. E non lo dicono i giornali, ma la polizia di Stato, l'Interpol, l'Uefa, la Fifa e persino la polizia di Singapore, che anche grazie alla procura di Cremona di lupo ne ha arresto uno bello grosso.