ROMA - Eccolo, l'uomo enorme che decise un derby col Lecce, che meraviglia, con uno scavetto, come fosse Zidane, e invece era Klas Ingesson. È quello sotto la curva, portato con la sedia a rotelle. Ha un mieloma Ingesson, una malattia che colpisce sopra i sessant'anni in genere, e lui ne ha 45. Ha le ossa fragili come briciole di pane, e allena, Klas Ingesson, che ha giocato nel Bari, nel Bologna e nel Lecce. I bolognesi lo ricordavano ancora, due sabati fa, "Klas, Klas Ingesson, Klas, Klas", all'infinito, l'avrà sentito anche in Svezia. Dove, tra la paura e il dolore, c'è stato posto per una vittoria, col suo Elfsborg contro l'Häcken: tutti sotto la curva, lui anche, gonfio, pallido, il pugno alzato, con le lacrime strette negli occhi, tante tante.
Ha un mieloma multiplo dal 2008, un tumore del sangue, il più terribile: un ciclo di chemioterapia, la ricaduta, l'autotrapianto di midollo, la battaglia, persino contro la malignità. Dopo la prima sconfitta in campionato, qualcuno ha osato attaccarlo, "non può allenare ridotto così". Doppia risposta di Ingesson, per iscritto sul sito della società, "fisicamente e mentalmente non ho nessun problema", poi sul campo, 3-1 all'Häcken, e "ora basta parlare del cancro, parliamo del campo, abbiamo vinto - dice dalla Svezia - e non ho nemmeno il patentino da allenatore...".
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Ma a che serve, lui era già allenatore in campo. A Bari fu l'eroe di una promozione dalla B nel '97: al termine di quel campionato, contro il Castel di Sangro, il San Nicola si riempì come mai prima e mai dopo, 65mila persone, "se ci penso mi metto a piangere, l'emozione di una vita intera", lui diga, roccia, un mediano svedese capitano in una città del sud che lo vide scavare quel pallone contro il Lecce, "ah ah, ma chi l'aveva mai fatta una cosa così?". Tre anni a Bari, due a Bologna, la cavalcata rossoblù dall'Intertoto alle semifinali Uefa, Ingesson che segna gol importanti, "quello allo Slavia Praga", due Mondiali con la Svezia, e ora la panchina, dal settembre scorso, e il cancro, dal 2008. "Mi sembra di vivere al rallentatore - disse, nell'infuriare del male - , cammino venti metri poi mi stanco e mi metto a dormire", e ora invece, con voce di vichingo, a petto in su, urla al cielo "ce la sto facendo, il cancro è più piccolo di me, ha sbagliato corpo". La curva, l'urlo, "Klas, Klas", ritmato e potentissimo, e il futuro, come affacciarsi su un precipizio, "non lo so e non lo voglio sapere cosa ci sarà, per me il traguardo è domani, è infinite volte domani", non c'è guarigione dal mieloma ma una cura sì, la sua vita sarà curarsi, ma chi l'immaginava che la cura sarebbe passata anche dallo stare sul legno umido di una panchina? "Ho mollato per 10 secondi, quando mi dissero "hai il cancro". Poi la lotta è ricominciata, ed eccomi qua e, lo scriva, un vichingo non muore senza lottare".
Ha un mieloma multiplo dal 2008, un tumore del sangue, il più terribile: un ciclo di chemioterapia, la ricaduta, l'autotrapianto di midollo, la battaglia, persino contro la malignità. Dopo la prima sconfitta in campionato, qualcuno ha osato attaccarlo, "non può allenare ridotto così". Doppia risposta di Ingesson, per iscritto sul sito della società, "fisicamente e mentalmente non ho nessun problema", poi sul campo, 3-1 all'Häcken, e "ora basta parlare del cancro, parliamo del campo, abbiamo vinto - dice dalla Svezia - e non ho nemmeno il patentino da allenatore...".
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Ma a che serve, lui era già allenatore in campo. A Bari fu l'eroe di una promozione dalla B nel '97: al termine di quel campionato, contro il Castel di Sangro, il San Nicola si riempì come mai prima e mai dopo, 65mila persone, "se ci penso mi metto a piangere, l'emozione di una vita intera", lui diga, roccia, un mediano svedese capitano in una città del sud che lo vide scavare quel pallone contro il Lecce, "ah ah, ma chi l'aveva mai fatta una cosa così?". Tre anni a Bari, due a Bologna, la cavalcata rossoblù dall'Intertoto alle semifinali Uefa, Ingesson che segna gol importanti, "quello allo Slavia Praga", due Mondiali con la Svezia, e ora la panchina, dal settembre scorso, e il cancro, dal 2008. "Mi sembra di vivere al rallentatore - disse, nell'infuriare del male - , cammino venti metri poi mi stanco e mi metto a dormire", e ora invece, con voce di vichingo, a petto in su, urla al cielo "ce la sto facendo, il cancro è più piccolo di me, ha sbagliato corpo". La curva, l'urlo, "Klas, Klas", ritmato e potentissimo, e il futuro, come affacciarsi su un precipizio, "non lo so e non lo voglio sapere cosa ci sarà, per me il traguardo è domani, è infinite volte domani", non c'è guarigione dal mieloma ma una cura sì, la sua vita sarà curarsi, ma chi l'immaginava che la cura sarebbe passata anche dallo stare sul legno umido di una panchina? "Ho mollato per 10 secondi, quando mi dissero "hai il cancro". Poi la lotta è ricominciata, ed eccomi qua e, lo scriva, un vichingo non muore senza lottare".