ROMA - Il condottiero triste sapeva di non avere il quid, la luminescenza del predestinato. Non era tagliato, parlava poco. E un allenatore che non ama esporre troppo le proprie idee ("e ne ha", disse un giorno Iniesta) è un allenatore destinato a non essere ascoltato, addirittura sottostimato. Quando gli affidano ufficialmente il Barcellona, il 27 aprile del 2012, per sostituire il suo amico, suo fratello Guardiola, aveva già da tempo iniziato a lottare contro il suo male. L'arco di Tito sarebbe andato, come un arcobaleno senza colori, da una convalescenza all'altra, da una speranza a una grande paura. Pochi mesi dopo la malattia si ripresenta, ancora più cattiva: "Io sono tranquillo". L'alma tranquilla, come la Violetta verdiana.
Un piccolo pezzetto di melodramma nel calcio della rabbia e dei soldi. Tito ne guadagnava tanti (7 mln). Da semplice ma utilissima sponda tattica di Pep, si ritrovò al centro di un ciclone mediatico che, come avrebbe spesso ammesso, non era roba per lui. "Non me lo sarei mai aspettato", disse ridendo un giorno, "di diventare ricco". Era poco prima di un "clasico" di Supercoppa di Spagna (perso). Alla Masia, e anche per questo avrebbe sempre faticato nel gestire lo spogliatoio di una squadra importante, Tito era considerato ai tempi di Guardiola, il "go-between" fra tecnico e giocatori. Lui era amico dei giocatori tanto quanto lo era di Guardiola. Era lui che gli dava di strofinaccio sulle ruggini settimanali. Fu lui a placare le ire di Pep contro Piqué. E Piqué disse: "Uno come lui in una squadra è insostituibile". Ma non come tecnico della prima squadra, avrebbe dovuto amaramente aggiungere.
Quando salì sul trono scomodo, i calciatori, senza cattiveria, continuarono a sentirlo uno di loro. Più che mai quando il dolore del saperlo impossibilitato a continuare stare con loro aumentò il loro affetto. L'alternanza di tecnici, i continui cambi interni, da Pep a Tito, da Tito, per cause di forza maggiore, a Jordi Roura, fecero serpeggiare il dubbio che la conquista della Liga 2013 fosse soprattutto merito dei giocatori. Vilanova disse: "Sono disposto ad accettare ogni parere, ma c'ero anch'io in campo". Sempre parlando con degli infrasuoni. Tito è arrivato ed è scomparso in un attimo. Non è riuscito nemmeno a scaldare la panchina. Si è ammalato di corsa, in silenzio, sempre con un mezzo sorriso, ma sempre con quella sua aria maliconinca da cantautore francese pronto a scappare alle Isole Marchesi. Anche senza il male sarebbe stato tolto di mezzo. Brutto a dirsi, ma è così. Ha diretto una delle squadre più grandi di tutti i tempi per sole 37 partite. Sufficienti forse per fargli capire che aveva ragione lui: che quello di allenatore non è un mestiere per condottieri tristi.
Un piccolo pezzetto di melodramma nel calcio della rabbia e dei soldi. Tito ne guadagnava tanti (7 mln). Da semplice ma utilissima sponda tattica di Pep, si ritrovò al centro di un ciclone mediatico che, come avrebbe spesso ammesso, non era roba per lui. "Non me lo sarei mai aspettato", disse ridendo un giorno, "di diventare ricco". Era poco prima di un "clasico" di Supercoppa di Spagna (perso). Alla Masia, e anche per questo avrebbe sempre faticato nel gestire lo spogliatoio di una squadra importante, Tito era considerato ai tempi di Guardiola, il "go-between" fra tecnico e giocatori. Lui era amico dei giocatori tanto quanto lo era di Guardiola. Era lui che gli dava di strofinaccio sulle ruggini settimanali. Fu lui a placare le ire di Pep contro Piqué. E Piqué disse: "Uno come lui in una squadra è insostituibile". Ma non come tecnico della prima squadra, avrebbe dovuto amaramente aggiungere.
Quando salì sul trono scomodo, i calciatori, senza cattiveria, continuarono a sentirlo uno di loro. Più che mai quando il dolore del saperlo impossibilitato a continuare stare con loro aumentò il loro affetto. L'alternanza di tecnici, i continui cambi interni, da Pep a Tito, da Tito, per cause di forza maggiore, a Jordi Roura, fecero serpeggiare il dubbio che la conquista della Liga 2013 fosse soprattutto merito dei giocatori. Vilanova disse: "Sono disposto ad accettare ogni parere, ma c'ero anch'io in campo". Sempre parlando con degli infrasuoni. Tito è arrivato ed è scomparso in un attimo. Non è riuscito nemmeno a scaldare la panchina. Si è ammalato di corsa, in silenzio, sempre con un mezzo sorriso, ma sempre con quella sua aria maliconinca da cantautore francese pronto a scappare alle Isole Marchesi. Anche senza il male sarebbe stato tolto di mezzo. Brutto a dirsi, ma è così. Ha diretto una delle squadre più grandi di tutti i tempi per sole 37 partite. Sufficienti forse per fargli capire che aveva ragione lui: che quello di allenatore non è un mestiere per condottieri tristi.