ROMA - A dispetto di quel cognome così quieto, che farebbe pensare alla Nutella e alle merendine, il signor Massimo Ferrero da Testaccio, Roma (e non da Alba, patria della crema da spalmare) è una specie di mortaretto umano. Esplode, lui. Ma è anche un carnevale, una tavolozza, un menù di rosticceria, uno spettacolo di varietà: tante cose insieme, tutte fragorose e saporite, persino troppo.
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Eccentrico dal lessico alle scarpe, Ferrero è certamente il protagonista di questo nuovo calcio che crea e divora personaggi. Siccome in fatto di avanspettacolo (e ci perdonino le ballerine di Macario e la buonanima di Gino Bramieri) non ci facciamo mancare nulla, da Tavecchio a Lotito, non poteva prima o poi non manifestarsi sul palcoscenico anche questo bel tomo di Ferrero, detto "er Viperetta", tanto per non lasciare dubbi sul tipo umano. La cosa che però stupisce è il bizzarro salto temporale che l'ha condotto tra noi: è come se Ferrero fosse salito sulla macchina di "Ritorno al futuro", e fosse precipitato bel bello nell'antica epoca dei presidenti folcloristici. Ai quali, nonostante lo scarto temporale, il patròn della Sampdoria è già apparentato.
Chissà come si compiacciono, da lassù, i presidenti vecchio stile. Il buon Romeo Anconetani con la sua vocetta chioccia e il sale grosso da spargere in campo, a Pisa. L'indimenticabile Costantino Rozzi da Ascoli Piceno, con i suoi calzini rossi portafortuna e i seggiolini da montare allo stadio (un furbacchione, Rozzi: tra i primi a capire che il pallone poteva giovare assai agli affari, in questo persino Berlusconi è venuto dopo). Oppure l'immaginifico Angelo Massimino da Catania, quello del prosciutto che sapeva di pesce (era salmone) e dell'amalgama che mancava, e che dunque bisognava acquistare al calcio mercato. Oppure Antonio Sibilia da Avellino, anzi da Mercogliano (lui, però, è ancora vivo) e Luciano Gaucci da Perugia: ve li ricordate? Se invece li avete rimossi, beh, vi capiamo.
Finché non licenzierà il suo primo allenatore, Massimo Ferrero non può invece essere accostato agli ultimi due re del folclore rimasti in circolazione, cioè Maurizio Zamparini e Massimo Cellino, anche se quest'ultimo ha ormai trasferito quasi tutte le sue prodezze padronali in Inghilterra. Rispetto ai predecessori, però, il memorabile Ferrero ha maggiori margini di crescita: uno che propone a Ilaria d'Amico di essere portata a Ostia Lido sul Mosquito può regalarci altri sogni, può darci ancora un sacco di soddisfazioni. Purché lo facciano sempre parlare e sempre vedere, purché non manchi mai una telecamera o un microfono davanti alla bocca del Viperetta. Come diceva il suo maestro Massimino: "C'è chi può e chi non può. Io può".
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Eccentrico dal lessico alle scarpe, Ferrero è certamente il protagonista di questo nuovo calcio che crea e divora personaggi. Siccome in fatto di avanspettacolo (e ci perdonino le ballerine di Macario e la buonanima di Gino Bramieri) non ci facciamo mancare nulla, da Tavecchio a Lotito, non poteva prima o poi non manifestarsi sul palcoscenico anche questo bel tomo di Ferrero, detto "er Viperetta", tanto per non lasciare dubbi sul tipo umano. La cosa che però stupisce è il bizzarro salto temporale che l'ha condotto tra noi: è come se Ferrero fosse salito sulla macchina di "Ritorno al futuro", e fosse precipitato bel bello nell'antica epoca dei presidenti folcloristici. Ai quali, nonostante lo scarto temporale, il patròn della Sampdoria è già apparentato.
Chissà come si compiacciono, da lassù, i presidenti vecchio stile. Il buon Romeo Anconetani con la sua vocetta chioccia e il sale grosso da spargere in campo, a Pisa. L'indimenticabile Costantino Rozzi da Ascoli Piceno, con i suoi calzini rossi portafortuna e i seggiolini da montare allo stadio (un furbacchione, Rozzi: tra i primi a capire che il pallone poteva giovare assai agli affari, in questo persino Berlusconi è venuto dopo). Oppure l'immaginifico Angelo Massimino da Catania, quello del prosciutto che sapeva di pesce (era salmone) e dell'amalgama che mancava, e che dunque bisognava acquistare al calcio mercato. Oppure Antonio Sibilia da Avellino, anzi da Mercogliano (lui, però, è ancora vivo) e Luciano Gaucci da Perugia: ve li ricordate? Se invece li avete rimossi, beh, vi capiamo.
Finché non licenzierà il suo primo allenatore, Massimo Ferrero non può invece essere accostato agli ultimi due re del folclore rimasti in circolazione, cioè Maurizio Zamparini e Massimo Cellino, anche se quest'ultimo ha ormai trasferito quasi tutte le sue prodezze padronali in Inghilterra. Rispetto ai predecessori, però, il memorabile Ferrero ha maggiori margini di crescita: uno che propone a Ilaria d'Amico di essere portata a Ostia Lido sul Mosquito può regalarci altri sogni, può darci ancora un sacco di soddisfazioni. Purché lo facciano sempre parlare e sempre vedere, purché non manchi mai una telecamera o un microfono davanti alla bocca del Viperetta. Come diceva il suo maestro Massimino: "C'è chi può e chi non può. Io può".