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Agnelli e Marotta, i fuoriclasse non stanno solo in campo

Non esistono squadre forti senza società altrettanto forti alle loro spalle, al massimo possono esistere buone oppure ottime squadre capaci comunque di vincere, quasi mai di durare nel tempo. La Juventus ha vinto e vince in questo modo anche perché non è solo un insieme di buoni o buonissimi calciatori, ma un blocco granitico: nel palazzo non si vedono mai crepe e se ci sono restano lì dentro

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TORINO - Non esistono squadre forti senza società altrettanto forti alle loro spalle, al massimo possono esistere buone oppure ottime squadre capaci comunque di vincere, quasi mai di durare nel tempo. La Juventus ha vinto e vince in questo modo anche perché non è solo un insieme di buoni o buonissimi calciatori, ma un blocco granitico: nel palazzo non si vedono mai crepe e se ci sono restano lì dentro. Era così già ai tempi di Boniperti, era così con Giraudo e Moggi, è così con Agnelli e Marotta. La continuità di questa robustezza di chi comanda è uno dei motivi che spiegano oltre un secolo di vittorie.

In particolare, la Juve del quarto scudetto consecutivo ha un'immagine societaria assai dinamica, con un presidente molto giovane (non più un ragazzo, però) e un amministratore delegato che conosce il calcio dalle radici: Beppe Marotta ha percorso la trafila classica, una preziosa gavetta dalla provincia lombarda fino a Torino passando per Genova, è uomo di campo e non solo di scrivania, abilissimo nel tessere rapporti e mantenere la parola. Essendo una persona stimata e perbene, oltre che competente, il risultato è che la Juventus non è più vista come il regno del male, merito anche di Allegri, altra persona ricca di stile e di equilibrio.
La bravura di Marotta si è espressa, come tutti sanno, in alcuni autentici capolavori di mercato. Inarrivabile l'intuizione di Pogba a costo zero, ma anche gli ingaggi di Pirlo, Barzagli, Vidal, Tevez e Morata, tanto per citare solo i principali, sono stati architetture perfette, che spiegano la spaventosa continuità juventina in questi quattro campionati, tre vinti da Conte, l'ultimo da Allegri: allenatori molto diversi tra loro a livello umano e tecnico, ma legati - appunto - dal doppio nodo della società. Il marchio di fabbrica è quello.

Eppure la Juventus, tramortita da Calciopoli, era scivolata quasi ai margini del potere calcistico nazionale. Nell'epoca di Blanc e Cobolli Gigli, cioè un dirigente francese abile con i numeri ma abbastanza alieno al resto, e un manager di notevole esperienza ma non nello specifico del calcio, la Juve aveva smesso di contare, e non solo perché stesse scontando qualche suo peccato in serie B. Il ritorno della famiglia Agnelli, con l'ultimo della dinastia maschile, Andrea, il figlio di Umberto, a portare quel nome ma non certo l'ultimo arrivato, il club bianconero è tornato ad essere un punto di riferimento, seppure in opposizione rispetto a Federcalcio e Lega. Posizioni forti e coraggiose, quelle di Agnelli, sostenute dai risultati, dal bilancio e dal quel bengodi finanziario che è lo stadio di proprietà, toccasana per le cifre e per la spinta agonistica che regala ai giocatori. Ed è giusto ricordare anche le altre persone che hanno voluto e realizzato lo stadio, e soprattutto il sistema legato alla cessione dei diritti pubblicitari che l'ha finanziato, cioè Giraudo e Blanc.

La Juventus di Agnelli e Marotta è tornata protagonista anche nelle periodiche riunioni dei principali club europei, e questo è accaduto proprio nella stagione delle semifinali di Champions: semifinali, o forse di qualcosa in più, Real Madrid permettendo. Ancora una volta l'aspetto sportivo e quello politico s'incrociano, rafforzandosi l'un l'altro, così come possono indebolirsi a vicenda quando è una società ad essere fragile al suo interno. La battaglia condotta dalla Juventus in Italia è invece tesa a ridisegnare le regole principali del sistema calcio, cambiando possibilmente i nomi di chi lo governa. Lo scontro con il presidente Tavecchio è stato e rimane aspro, e ancora non se ne vede la fine: dipende dal contenzioso economico da oltre 400 milioni di euro che divide la Juve e la Figc, ma non solo. Considerando il piglio di Andrea Agnelli, c'è da credere che la linea bianconera non muterà tanto facilmente.


 
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