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Calcio donne, Sara guida la protesta: "Discriminate sin dalle giovanili, ma ora basta"

"Calciatrici in lotta per i diritti di tutte". Sara Gama porta avanti i diritti delle atlete del pallone: "Ci sono poche società specializzate nel settore: una bambina che s'iscrive a scuola calcio deve giocare insieme ai maschi anche fino ai dodici anni. Ma la parità nello sport è parità nella società"

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ROMA - Sara fa il terzino, e tira pallonate che fanno malissimo. Per informazioni, chiedete pure al portiere del Liverpool, alla quale ha piegato le mani e mortificato l'orgoglio in una partita di Champions, tre settimane fa. Sara Gama, 26 anni, difensore del Brescia e della Nazionale italiana di Antonio Cabrini, padre congolese e madre triestina, figlia di un amore nato all'Università, un anno fa è stata la prima italiana a giocare una finale di Champions League (a Berlino, con il Psg contro il Francoforte), e ora è una delle atlete in prima fila nella rivendicazione di diritti per il movimento, arrivato a minacciare di bloccare il campionato italiano.

Sara, quanto è difficile per una ragazza giocare a calcio in Italia?
"Diciamo che è molto, molto complicato. A cominciare dai primi passi. Ci sono poche società specializzate nel settore: una bambina che s'iscrive a scuola calcio deve giocare insieme ai maschi anche fino ai dodici anni, e molto spesso è più forte di loro. Io me la cavavo molto bene. Crescendo, si trovano sempre meno squadre femminili, tante ragazze si scoraggiano e abbandonano l'attività. Un ragazzo può giocare a calcio nella propria città anche in età adolescenziale, non serve essere un fenomeno. Una ragazza no: se vuole proseguire seriamente, deve per forza andare via di casa. Anche io, che sognavo la Serie A, ho dovuto cambiare e partire".
Qual è stato il suo percorso?
"Io ho avuto la fortuna di trovare nella mia città una squadra storica come la Zaule Rabuiese, nella quale ho giocato dai sette ai dodici anni. Avrei potuto restare ancora una stagione al massimo, ma non mi sarebbe bastato: tanto vale anticipare i tempi del trasferimento. A dodici anni perciò sono passata al San Marco-Sistiana, fuori Trieste: dovevo fare quaranta chilometri per allenarmi, è un sacrificio per qualunque ragazzo, figuriamoci per un'adolescente che vuole giocare in uno sport considerato roba da maschi. Però, paradossalmente, io sono stata persino privilegiata: molte delle giocatrici che oggi sono in A hanno dovuto affrontare sacrifici e trasferimenti ancora più grandi".
Lei ha giocato due anni a Parigi, è stata la prima italiana in finale di Champions. Ora è tornata a Brescia: con quale spirito?
"Quello di avvicinarci al calcio maschile. A Brescia ci alleniamo praticamente ogni giorno, facciamo vita da professioniste anche se per lo Stato siamo dilettanti. Eppure siamo negli ottavi di Champions, come il Verona, e puntiamo alla finale di Reggio Emilia. In Italia c'è un grave problema che deriva dalla legge 91/81 che riserva alle singole federazioni l'attribuzione dello status di sportivo professionista. Che oggi viene concesso solo in alcuni sport, calcio, basket, pugilato, golf, ciclismo e motociclismo, e soltanto agli uomini. Nella stessa pallavolo il professionismo non esiste per nessuno, né uomini né donne. E sono dilettanti anche atlete super medagliate come la Pellegrini o la Vezzali. È una profonda ingiustizia. Pensate a una calciatrice che gioca in A e in Champions, che si allena tutti i giorni, conduce vita da atleta e si ritrova con zero tutele, assicurazioni minime, nessuna copertura per la maternità. Noi facciamo parte della Lega Dilettanti, percepiamo solo un rimborso spese, neppure uno stipendio, con un tetto da 25mila euro annui che peraltro è assai lontano dall'essere sfiorato. Io sto per laurearmi, devo discutere la tesi in lingue e letterature straniere, ma poi?".
Che differenze ci sono fra l'Italia e l'estero?
"All'estero il calcio femminile gode di maggiore considerazione, è uno spettacolo e in alcuni casi persino un business. Non dimentichiamoci che è una disciplina olimpica, sulla quale l'Italia potrebbe e dovrebbe investire di più. Al Psg, il nostro presidente era lo sceicco Al-Khelaifi, lo stesso della squadra maschile, ed era normale che in tribuna a vedere le nostre partite ci fossero Ibrahimovic, Thiago Silva, Marquinhos. Nel centro di formazione a Saint-Germain i ragazzi e le ragazze possono andare a scuola e allenarsi, e molte società francesi, fra cui Psg, Lione, Montpellier garantiscono una situazione di semiprofessionismo, con copertura contributiva".
Quest'anno lei è stata una delle sostenitrici dello sciopero che l'Aic aveva indetto per la prima giornata e che ha revocato dopo gli interventi della Federcalcio.
"Le ragazze hanno assunto una diversa consapevolezza dei propri diritti, c'è maggiore informazione sul calcio femminile. Avevamo deciso di scioperare perché volevamo garanzie scritte, le proposte della Figc in sé sono anche condivisibili, ma bisogna ricordare che noi in Italia siamo in ritardo di dieci anni e quindi servono interventi straordinari se vogliamo recuperare terreno. Non chiediamo il mondo: vogliamo solo la possibilità di siglare accordi pluriennali, un fondo di garanzia a copertura dei rimborsi pattuiti, l'abolizione del vincolo sportivo per consentire alle ragazze di poter andare a giocare dove vogliono senza essere ostaggio delle proprie società".
Il calcio italiano combatte sessismo e razzismo. Lei si è mai sentita discriminata?
"Per il mio colore della pelle, no, grazie a Dio non sono mai stata vittima di episodi razzisti. Anzi sono la prima che fa battute su questo. Mi sento invece più discriminata come donna, per tutto quello che dobbiamo subire. Vedete, la nostra lotta vale per tutto il Paese, dove una donna ha più difficoltà per veder riconosciute le proprie qualità e, quando ci riesce, guadagna meno dei colleghi maschi. Penso che stiamo conducendo una battaglia di civiltà".
Pubblicato su RSera il 27 ottobre 2015
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