Il calcio lo aveva segnato per sempre da quando era ancora un ragazzo. Fu un giocatore grandissimo ma anche modernissimo nel cuore della difesa milanista
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Cesarone era un uomo di campo e come un uomo di campo parlava, come un uomo di campo agiva e si muoveva. Il calcio lo aveva segnato per sempre quand'era ancora un ragazzo - eccolo, asciutto come un giunco, stringere la Coppa dei Campioni con una mano sola - e non lo avrebbe abbandonato mai più. Era, certamente, un maestro di sport, ma di quelli che vedono sempre prima la persona, il ragazzo, l'atleta con tutte le sue caratteristiche, i suoi pregi e i suoi limiti, e poi il modulo, la sacra idea dello schema che così sacra non è mai. Uno come il Trap, per capirci. E, oggi, forse come Allegri. Non un integralista, ma un marpione con la giusta dose di scetticismo, e con una padronanza del mestiere che non finisce mai.
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E' stato una indimenticabile bandiera del Milan, di cui ha fatto la storia insieme al figlio Paolo. Cesare Maldini ha esordito nel calcio professionistico con la Triestina, squadra della sua città natale. E' poi passato al Milan nel 1954, di cui è diventato capitano: con la fascia al braccio, nel 1963, ha alzato la Coppa dei Campioni vinta a Wembley contro il Benfica di Eusebio. L'addio al calcio di Maldini è avvenuto nel 1967: all'epoca aveva la maglia del Torino. In Nazionale ha giocato 14 volte, disputando anche il Mondiale del 1962 in Cile. In azzurro le sue principali esperienze da allenatore: è stato vice di Bearzot in Spagna nell'82, l'anno del trionfo in Coppa del Mondo, e ha guidato con successo l'Under 21, conquistando per tre volte il Campionato Europeo. Dal 1996 al 1998 ha rivestito il ruolo di ct nella Nazionale maggiore, conducendo l'Italia fino ai quarti di finale ai Mondiali di Francia, persi contro la squadra del Paese ospitante. Maldini ha rassegnato le dimissioni dopo la sconfitta.
Grandissimo e modernissimo giocatore nel cuore della difesa del grande Milan, Cesarone va ricordato almeno per tre cose. La prima: è stato un magnifico allevatore di talenti, la sua Under 21 è ancora oggi un modello di crescita. La seconda: è stato il padre e per certi versi il maestro del più grande difensore italiano di tutti i tempi, Paolo Maldini, trattato così male dal Milan alla fine dell'avventura per piccinerie dell'animo umano, per invidie, e papà Cesare ne soffrì. La terza: grazie all'imitazione memorabile, irraggiungibile di Teo Teocoli, solo in apparenza una canzonatura, Cesare Maldini è entrato nel cuore della gente con tutta la sua carica di passione e sanguigna sincerità, con quella popolarità di paese che è stata per tanto tempo il linguaggio più vero della nostra Italia, e forse lo è ancora.
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Infine, quegli occhi. Un po' spiritati e accesi nell'emozione di un gol, di un errore a mezzo metro dalla porta, di un'azione nata proprio come doveva nascere o forse, invece, morta lì. Guardavi Cesarone agitarsi in panchina e pensavi che il calcio è qualcosa di unico al mondo, perché accende il sangue delle genti e quelle genti avvicina come il più furibondo degli amori.