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Cesare Maldini e quella Coppa dei Campioni alzata in cielo a Wembley

Cesare Maldini con Nereo Rocco, alza la Coppa dei Campioni 
L'esplosione di gioia del capitano del Milan mentre festeggia il 22 maggio del 1963. E' quella la foto entrata nella storia del calcio
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Cesare Maldini per il calcio italiano è una foto di 53 anni fa. 22 maggio 1963. Un omone alto che alza l'antica Coppa dei Campioni a Wembley. E' un'esplosione di gioia e di potenza verso l'alto, un sorriso grande così, il Milan in maglia bianca, un grande scudetto tricolore sul cuore, una Coppa assai più piccola di quella di oggi, ma certo non meno affascinante, la tribuna di uno stadio che era già un mito:  è la prima volta che un club italiano vince il trofeo più prestigioso. Alcuni giocatori del Milan hanno un impermeabile addosso. Subito sotto di lui alla sua sinistra, c'è un Gianni Rivera non ancora ventenne, che in quell'impermeabile ci sta tre volte. Ha undici anni di meno del suo capitano 31enne. Generazioni che passano dall'una all'altra.

Cesare Maldini alza la Coppa dei Campioni vinta col Milan nel '63

Il Milan aveva appena battuto con due gol di Altafini nientemeno che il Benfica di Eusebio, la Perla Nera - che infatti era andato in vantaggio - e che era il totem della squadra più forte al mondo in quel momento. Il Benfica aveva preso il posto del primo irresistibile Real Madrid, vincendo le due precedenti Coppe dei Campioni. E adesso toccava al Milan di Ghezzi, Trapattoni, Dino Sani,  Bruno Mora, Gianni Rivera e ovviamente del capitano Cesare Maldini. Giocatore di fioretto e non di clava, scrivevano. Alto, elegante, feroce nella marcatura, e veloce nell'appoggio, "libero" ma non solo, capace di venir fuori dalla tana della difesa e colpire per primo, secondo la legge del "catenaccio e contropiede". E' lui a comandare la difesa, a disporre talvolta in partita - su delega di Rocco - persino le marcature. 

L'intero dna di questo football antico ma già vincente lo avrebbe trasmesso per intero al figlio "Paolino" che sarebbe nato cinque anni dopo, e sarebbe diventato come lui uno dei più grandi calciatori della cinquantenaria epopea del Milan. Paolino al padre avrebbe staccato anzitutto la faccia: identico nei lineamenti, altrettanto imponente fisicamente. Difensore come il padre, milanista come il padre, praticamente lo stesso giocatore. Solo evoluto in un giocatore anche più forte, più esuberante e più vincente di Cesare, che di Coppe dei Campioni ne vinse una - probabilmente la più importante nella storia del Milan - mentre lui è arrivato addirittura a cinque. Nelle altre foto di quella storica notte compare accanto a Maldini ovviamente anche Nereo Rocco, l'inventore e il creatore di quel Milan. Triestini entrambi. Maldini aveva cominciato a giocare a calcio in un "ricreatorio", che per un certo periodo si era chiamato "Casa del Balilla". Rocco lo aveva già conosciuto ai tempi della Triestina, ma se lo sarebbe poi ritrovato anche al Milan che lo acquistò nel 54 per 58 milioni. Costruendo con lui una squadra formidabile e apprendendone anche i canoni dell'allenatore. Lo chiamava "Signor Rocco", e quando l'allenatore aveva momenti di difficoltà si consultava propriocon Maldini, usandolo come punto di riferimento. Quel Milan lì nasceva e si consolidava anche e soprattutto a "L'Assassino", il noto ristorante storico covo rossonero. Alla Coppa dei Campioni Cesare avrebbe aggiunto ben quattro scudetti e gettato le basi insieme ad altri campioni formidabili, prima ancora dell'Inter di Herrera e Mazzola, del successo del calcio all'italiana. 

Maldini, o meglio i Maldini, sono stati l'antico e il nuovo Milan. Ma non solo. Tutti abbiamo l'immagine di Maldini e Bearzot che saltano dalla panchina e si abbracciano mentre l'Italia a Madrid vince il mondiale 82. Quella giacca bianca a righine azzurre è un altro pezzo di storia del calcio. Maldini era il secondo di Bearzot. Faceva parte di quello straordinario meccanismo della scuola federale degli allenatori azzurri, per cui uno trasmetteva il proprio sapere all'altro. E i ct allora non si offendevano a essere chiamati "selezionatori". Chiusa l'epoca Bearzot, Vicini avrebbe avuto la nazionale, e Maldini l'Under 21 che era di Vicini.  Più che la nazionale ai Mondiali di Francia il suo fiore all'occhiello furono i tre campionati europei vinti negli anni 90 come ct dell'Under 21. Trent'anni fa, vent'anni fa la nazionale Under 21 era una grandissima squadra, popolare e seguitissima. Nesta, Cannavaro, Inzaghi, Albertini, Vieri, Totti solo alcuni di quelli che sono passati sotto le sue urla bonarie.
  Famiglia numerosissima. Dalla moglie Marisa che si innamorò di quello scapolo d'oro e lo sposò nel '62 ebbe sei figli, prima le tre femmine, e poi i tre maschi. Una tribù unitissima, legata ai riti del ristorante e del pranzo domenicale. Cesare è una leggenda che rimane per sempre nelle figurine Panini di quei tempi, ma anche un gentiluomo, schivo, simpatico, leggero che ai tempi della nazionale potevi ritrovare al tavolo con l'amaro in mano.
   La più grande soddisfazione della sua vita forse non fu aver alzato la Coppa dei Campioni a Wembley quella notte di maggio del '63, ma aver allenato, quando era in nazionale, Paolino. Ed essersi rivisto in lui.

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