Maldini, il ct del calcio semplice e della normalità
di ENRICO CURRO'
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ROMA - Per Cesare Maldini il Mondiale era una piacevole ossessione. Ne visse da protagonista cinque. Il primo da calciatore, Cile 1962. Il secondo, magnifico, da vice di Bearzot, Spagna '82, come anche il terzo, Messico '86. Ma i "suoi" Mondiali furono il quarto e il quinto da commissario tecnico, sulle panchine di Italia e Paraguay. Di quello al Mondiale di Francia '98, dove arrivò dopo Arrigo Sacchi in forza dei successi con l'Under 21, affiorano immagini sovrapposte: tutte diverse e tutte riconducibili alla stessa matrice, la sdrammatizzazione. Con Maldini e per Maldini il calcio era una cosa seria e importante, come qualsiasi lavoro fatto professionalmente e al massimo dell'impegno: mai, però, drammatica. Era e doveva restare uno sport, un divertimento per gli spettatori e soprattutto per gli attori. Entrare nel ritiro di Senlis, per il rito quotidiano degli allenamenti e delle interviste che pure in un Mondiale conserva sempre l'eccitazione sottesa a un evento universale e quadriennale, significava fare un tuffo nella normalità. E il merito della normalità era tutto suo, dell'officiante allergico alle complicazioni gratuite, alla pomposità inutile, ai segreti finti.
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E' stato una indimenticabile bandiera del Milan, di cui ha fatto la storia insieme al figlio Paolo. Cesare Maldini ha esordito nel calcio professionistico con la Triestina, squadra della sua città natale. E' poi passato al Milan nel 1954, di cui è diventato capitano: con la fascia al braccio, nel 1963, ha alzato la Coppa dei Campioni vinta a Wembley contro il Benfica di Eusebio. L'addio al calcio di Maldini è avvenuto nel 1967: all'epoca aveva la maglia del Torino. In Nazionale ha giocato 14 volte, disputando anche il Mondiale del 1962 in Cile. In azzurro le sue principali esperienze da allenatore: è stato vice di Bearzot in Spagna nell'82, l'anno del trionfo in Coppa del Mondo, e ha guidato con successo l'Under 21, conquistando per tre volte il Campionato Europeo. Dal 1996 al 1998 ha rivestito il ruolo di ct nella Nazionale maggiore, conducendo l'Italia fino ai quarti di finale ai Mondiali di Francia, persi contro la squadra del Paese ospitante. Maldini ha rassegnato le dimissioni dopo la sconfitta.
La consegna delle pettorine per la partitella riportava ciascuno all'infanzia sui campetti di periferia. "Più veloci, le carote", diceva il ct con la sua cantilena triestina, alludendo al colore arancione dei fratini, come li chiamano a Roma, di una delle due squadre in campo. Era una metafora antica e semplice, di istantanea efficacia. E anche se tra le carote c'erano suo figlio Paolo e Roberto Baggio, idoli planetari, o Vieri in pieno spolvero e Bergomi non più recluta baffuta come a Spagna '82 ma zio di nome e di fatto, o Del Piero stella appuntita da maneggiare con cura perché reduce da infortunio, la riduzione dei campioni a ortaggi diventava divertito ridimensionamento, autoironia inconscia, antidoto alle iperboli.
Il che non impedì peraltro a quella Nazionale di sfiorare l'impresa nei quarti di finale, contro la Francia di Zidane padrona di casa e vincitrice annunciata del Mondiale: con gli azzurri passò solo ai rigori e la traversa di Di Biagio ancora rimbomba nei timpani dei testimoni, come la gomitata di Guivar'ch nella testa di Cannavaro, che annullò il centravanti bretone a furia di anticipi e scatti da molla umana e che ancora porta sul volto la cicatrice della reazione dell'avversario frustrato. Quello fu, forse, l'inizio della nemesi: nessuna telecamera o quarto uomo era in servizio per l'espulsione sacrosanta, allora, come invece sarebbe successo otto anni dopo a Berlino, per la testata di Zidane a Materazzi.
Prima della notte di Saint-Denis, era stato un percorso normale, appunto: accidentato all'inizio col pareggio sofferto contro il Cile di Salas, poi spianato dalle vittorie ineccepibili ma non scontate con Camerun e Austria è da quella nitida con la Norvegia a Marsiglia.
Cesare ct, nome imperiale e modi da maestro della porta accanto, reagiva agli imprevisti col solido fatalismo dello sportivo vero. Quando si infortunò seriamente al ginocchio il giovane Nesta, colonna della sua Under 21, lui non fece una piega. Usava la marcatura a uomo, col libero, senza temere le accuse di bieco passatista, e come libero inserì in squadra Bergomi, con esiti pari alle attese. Nessuno dei giocatori lo tradiva, perché lui non tradiva nessuno. Quando portarono i giornalisti in visita guidata al castello-hotel sede della spedizione, sulla lavagna di carta c'era scritta la formazione e chissà se la dimenticanza era voluta o casuale: l'unico vero ballottaggio - all'ala destra, tra Di Livio e Moriero - si era risolto a favore del primo. Rossano Giampaglia, vice fedele e uomo poco avvezzo alle bugie, se ne accorse e si mise a ridere: il calcio era semplice anche per lui e a nulla valeva complicarlo.
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A Maldini le bugie non piacevano. Quando la Figc decise di sostituirlo con Zoff, non lasciò passare la tesi della stretta di mano col presidente federale Nizzola e della separazione consensuale. Convocò la stampa a Viareggio, nei bagni dove passava le vacanze, e spiegò com'era andata: "Mi hanno cacciato, dopo avermi detto che ero confermato. Senza spiegazioni. Difensivista? La critica mi fa ridere, segnavamo due gol a partita". Se ne fece una ragione. Tornò al Mondiale da ct del Paraguay, a 70 anni. Lo portò in ritiro a Montecatini e lì spiegò che non c'era molta differenza, che in fondo tutto il calcio è paese. "L'unica cosa è che i paraguaiani non smettono mai di masticare il mate. A me non sembra granche'. E poi mangiano carne e zuppe, in continuazione. Li ho convertiti alla pasta e al riso. A parte questo, è tutto abbastanza uguale". Uguale fu, per molti versi, l'epilogo. Il Paraguay uscì agli ottavi contro una delle finaliste, la Germania poi sconfitta dal Brasile di Ronaldo, per un gol nel finale. "Troppo difensivismo", scrissero i giornali di Asuncion. Salvo rivalutare un paio d'anni dopo il lavoro di Cesare Maldini, il ct che arrivò sempre a un passo dal traguardo. Ammettere che l'uomo dei Mondiali aveva fatto il massimo costava fatica: significava sdrammatizzare il calcio.