MILANO - "Parassiti, giù le mani da Maradona!". Il giudice non l'ha detto proprio con queste parole, ma il senso è il medesimo. E lo ha detto a Dolce & Gabbana, condannati dal Tribunale di Milano per utilizzo abusivo del nome e dell'immagine di Diego Armando Maradona. Oltre che per i 100 mila euro che i due stilisti dovranno versare all'ex fuoriclasse argentino, in fondo poca cosa, la sentenza pesa assai: perché, come si dice in questi casi, fa giurisprudenza e detta una linea precisa per il futuro in merito a pubblicità occulta e merchandising abusivo.
I fatti: nel 2016, Dolce & Gabbana partecipano a un evento sulla "napoletanità" e pensano bene di far sfilare una modella con addosso una maglietta azzurra e il numero 10, con la scritta Maradona sulla schiena. Forse pensavano di passare inosservati, ma Diego vede tutto e ha professionisti che ne curano benissimo l'immagine. A loro, la "furbata" non è sfuggita. A Dolce & Gabbana non sono bastate le scuse né un mazzo di rose fatto arrivare direttamente a Diego, il quale ha portato in tribunale una delle case di moda più famose al mondo e ha vinto, come spesso gli accade o gli accadeva.
Il giudice milanese, dottoressa Paola Maria Gandolfi, scrive nella sentenza: "Non corrisponde alle regole di mercato trarre vantaggio dallo sfruttamento parassitario dell'altrui notorietà". Eccoli, allora, non proprio e non solo metaforicamente, i parassiti. Il giudice va dritto al cuore del problema: "L'uso del nome di Maradona era esplicitamente finalizzato ad appropriarsi, nella collezione di D&G, proprio di quelle componenti attrattive insite nel richiamo alla prestigiosa storia sportiva del mitico calciatore", dal momento che il puro nome di Diego "veicola particolari suggestioni di fascino storico e di eccellenza calcistica". Appropriarsene è quasi come vendere merce taroccata su una bancarella: non bello, per un marchio come Dolce&Gabbana.
Insomma, non è legale farsi pubblicità con il nome di un altro, e in maniera così esplicita poi. Vale per Maradona nella circostanza, e per ogni atleta, anzi per ogni personaggio famoso che possa essere usato senza nemmeno dirglielo, senza chiedergli il permesso, senza versargli il dovuto: è una questione di tutela e rispetto. Dolce & Gabbana hanno provato a gabbare dolcemente un mito dello sport, travestendo da omaggio un vero e proprio spot: ma il giudice ha rivisto l'azione al Var e ha fischiato il rigore.
I fatti: nel 2016, Dolce & Gabbana partecipano a un evento sulla "napoletanità" e pensano bene di far sfilare una modella con addosso una maglietta azzurra e il numero 10, con la scritta Maradona sulla schiena. Forse pensavano di passare inosservati, ma Diego vede tutto e ha professionisti che ne curano benissimo l'immagine. A loro, la "furbata" non è sfuggita. A Dolce & Gabbana non sono bastate le scuse né un mazzo di rose fatto arrivare direttamente a Diego, il quale ha portato in tribunale una delle case di moda più famose al mondo e ha vinto, come spesso gli accade o gli accadeva.
Il giudice milanese, dottoressa Paola Maria Gandolfi, scrive nella sentenza: "Non corrisponde alle regole di mercato trarre vantaggio dallo sfruttamento parassitario dell'altrui notorietà". Eccoli, allora, non proprio e non solo metaforicamente, i parassiti. Il giudice va dritto al cuore del problema: "L'uso del nome di Maradona era esplicitamente finalizzato ad appropriarsi, nella collezione di D&G, proprio di quelle componenti attrattive insite nel richiamo alla prestigiosa storia sportiva del mitico calciatore", dal momento che il puro nome di Diego "veicola particolari suggestioni di fascino storico e di eccellenza calcistica". Appropriarsene è quasi come vendere merce taroccata su una bancarella: non bello, per un marchio come Dolce&Gabbana.
Insomma, non è legale farsi pubblicità con il nome di un altro, e in maniera così esplicita poi. Vale per Maradona nella circostanza, e per ogni atleta, anzi per ogni personaggio famoso che possa essere usato senza nemmeno dirglielo, senza chiedergli il permesso, senza versargli il dovuto: è una questione di tutela e rispetto. Dolce & Gabbana hanno provato a gabbare dolcemente un mito dello sport, travestendo da omaggio un vero e proprio spot: ma il giudice ha rivisto l'azione al Var e ha fischiato il rigore.