Sport

L'infettivologo: "Calcio a porte aperte? Impossibile prima della prossima stagione"

Massimo Galli, direttore del Dipartimento di malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, fa il punto dlela situazione anche relativamente al calcio
1 minuti di lettura
MILANO - Quando è realistico pensare che il pubblico potrà di nuovo assistere a una partita di calcio? “Non prima della prossima stagione. E lo dico con dolore”. A rispondere, intervistato dalla radio di Tutto Mercato Web, è Massimo Galli, direttore del Dipartimento di malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, luminare e consulente di diverse società sportive (fra cui l’Inter) per la gestione dell’emergenza coronavirus. Analizzando l’evoluzione del contagio in Italia, e i dati che ne descrivono l’andamento, Galli commenta: “Se riusciamo a contenere validamente i nuovi casi, possiamo sperare di cavarcela in un tempo ragionevole, che comunque è tutt'altro che trascurabile e che non potrà essere breve. I numeri attuali ci fanno dire questo". Quindi: nessun assembramento almeno fino all’inizio del prossimo campionato.

L’ipotesi porte chiuse

Il parere dell’infettivologo Galli conferma, con l’autorevolezza della scienza, l’impressione che già si erano fatti i vertici degli organi di governo del calcio italiano ed europeo: se mai si riuscirà a completare campionati nazionali e coppe per club entro l’estate, lo si dovrà fare giocando a porte chiuse. Con possibili eccezioni da parte delle federazioni e le leghe nazionali dei Paesi meno colpiti dal virus. A dirlo, in un’intervista a Repubblica, è stato Michele Uva, vicepresidente di Uefa: "In una logica di graduale ripresa del gioco, potrebbe essercene bisogno. Ma ricordiamoci che in Europa ci sono 55 diverse federazioni calcistiche e altrettanti governi nazionali. Sulla presenza del pubblico, ogni Paese si regola a modo suo. Noi al massimo potremo dare un indirizzo generale, non vincolante". Giocare a porte chiuse per i club significa sì perdere gli incassi dei biglietti, ma facendo salvi quelli delle tv che trasmettono le partite.
 
Giocare le gare di campionato senza pubblico significherebbe per i club doversi comunque porre il tema dei rimborsi agli abbonati, che hanno pagato per vedere tutte le 19 partite casalinghe della stagione. Un tema non banale, visto che molte società fin qui si sono rifiutate di risarcire i tifosi per le partite disputate a porte chiuse a fine febbraio e nei primi giorni di marzo, prima dello stop all’attività agonistica. Evidentemente i club non si erano tutelati, da un punto di vista assicurativo, per l’eventualità che la stagione potesse essere interrotta per cause di forza maggiore, o che dovesse essere portata a termine senza il pubblico presente. Sul punto, Uva commenta: “La crisi comportata dal coronavirus ha messo in luce alcune fragilità nel sistema calcio. Sicuramente in futuro i club dovranno rivedere le loro politiche di risk management: molte società, che pure fatturano moltissimo, non erano pronte a quel che è successo".
I commenti dei lettori