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Zenga, 60 anni da Uomo Ragno

Walter Zenga 
Si è scelto da solo il soprannome, è diventato un idolo dei tifosi dell'Inter con cui ha vinto lo scudetto dei record e figura importante in Nazionale. Tra i pali sapeva regalare emozioni, da allenatore tanti amori
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Come Kobe Bryant, che si ribattezzò da solo Black Mamba, il soprannome se l'è scelto da sé. O meglio, l'ha cambiato. Perché il primo, il deltaplano, gliel'aveva donato Gianni Brera, per via della straordinaria apertura alare. Ma Walter Zenga da Milano era uno di un'altra generazione. L'inventore del catenaccio e del contropiede (sul dizionario, non in campo) l'ha incrociato per qualche anno appena. Un giorno del 1993, dopo che Sacchi l'ebbe esonerato dalla Nazionale, uno dei giornalisti assiepati fuori dalla Pienetina gli chiese come si sentisse. Lui rispose canticchiando una versione rivisitata del pezzo più famoso degli 883: "Hanno ucciso l'Uomo, chi sia stato non si sa. Forse Sacchi, Carmignani, Matarrese, chi lo sa". Un'operazione da Morgan a San Remo ante litteram. Dall'indomani il soprannome fu quello: l'Uomo Ragno.

Icona tra i pali

Oggi il supereroe dei bambini interisti di trent'anni fa di anni ne compie 60. Per colpa sua, migliaia di papà ai giardini pubblici di via Palestro (non si chiamavano ancora Montanelli) a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta hanno dovuto calciare rigori ai figli con indosso la maglia numero 1 dell'Inter, lo sponsor Misura sul petto, e le mani infilate in costosi guanti Uhlsport, appiccicosi come la tela del ragno. Perché in quegli anni lì, quelli dello scudetto dei record e della prima Uefa nerazzurra, erano tantissimi gli interisti in età da scuola dell'obbligo volevano fare i portieri. C'era Berti, c'era Serena. Ma l'icona era Zenga, e volevano essere come lui: il naso a cotoletta, i riflessi da videogioco, il gusto dello spettacolo nei tuffi e il ciuffo nero spostato col soffio.

L'Inter e l'Italia

L'Uomo Ragno nerazzurro, a differenza del fumetto Marvel sempre uguale a se stesso, ha saputo invecchiare. Alla prima stempiatura, via tutto. Niente riporti, niente trucchi, crapa pelata senza rimpianti. "Ho ricordi belli", dice quando gli chiedono di quell'Inter lì, e gli si illuminano gli occhi. Quella squadra resta per sempre. E resta anche l'Italia del Mondiale '90, con i 517 minuti consecutivi di porta inviolata. Non ce l'ha mai fatta nessuno, né prima né dopo. Col tempo si è rimarginata anche la ferita di quell'uscita a farfalle sul gol di Caniggia, che ancora nel 2008 il giornalista della Rai Enrico Varriale gli ricordò perfido in uno dei siparietti calcistico-televisivi più cliccati su Youtube.

Un portiere vecchio modello

"Walter sa sbagliare senza portare cicatrici, non entra in crisi", disse di lui Zoff. E la sua carriera di giocatore è stata davvero tutta così: parate memorabili, numeri difficili da eguagliare (c'è voluto Buffon), qualche scivolone e subito di nuovo in campo. Zenga era un portiere vecchio modello, di quelli che stavano in porta, veloci d'occhio e con le mani, che tanto i piedi ce li metteva il libero, che ancora esisteva. La libidine calcistica per Zenga era il tuffo plastico con parata in presa. Una volta a terra, con la palla fra le mani, indugiava un secondo in più, per godersi la bolgia urlante. Sdraiato a terra, s'inebriava del delirio di San Siro, che lo amava come fosse lui il centravanti. Poi tirava fuori la lingua a beneficio dei fotografi, si alzava di scatto e ricominciava a dirigere la difesa con gesti teatrali.

Due volte il migliore del mondo

Ha portato l'Inter del Trap allo scudetto nel 1989 e alla Uefa due anni dopo. In tutte e due le stagioni, l'International Federation of Football History & Statistics (IFFHS) lo elesse miglior portiere del mondo. Poi la staffetta ideale con Pagliuca, uno all'Inter e l'altro alla Sampdoria, destinato a succedergli anche in Nazionale. "Il calcio non è tutto", disse dopo l'avvicendamento, eppure gli restava ancora parecchio da giocare. Prima la Samp, poi il Padova, quindi, alla fine degli anni Novanta, il New England Revolution negli Stati Uniti. Ma una volta smesso, ha tenuto fede a quel motto: "Il calcio non è tutto". Fuori dal campo ha registrato un album musicale, ha scritto tre libri, ha avuto cinque figli da tre mogli diverse. Ha fatto il telecronista e l'opinionista in tv.

Tanti amori da allenatore

Zenga, che da giocatore è stato soprattutto il portiere dell'Inter, come allenatore ha avuto tanti amori. L'Arabia, l'Est Europa (ha vinto il campionato in Romania e in Serbia), la Sicilia. Prima sulla panchina del Catania, scippata a Ciccio Graziani già allertato da Zamparini, poi quella del Palermo, per qualche mese appena. Ora, da isola a isola, la Sardegna. Zenga si ritrova nella situazione paradossale di essere l'allenatore del Cagliari da quasi due mesi, pur senza essersi ancora seduto in panchina e senza potere allenare la squadra  senza potere allenare la squadra. È formalmente in carica dal 3 marzo, dopo il disastroso 3-4 con la Roma costato il posto a Maran. Poi tutto si è fermato a causa del coronavirus. "Sono pronto", ripete a ogni intervista. A guardarlo negli occhi, in cui brilla la voglia di vincere del ventenne che era, viene da credergli.
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