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Europei, oggi sarebbero iniziati: il silenzio al posto del calcio

Il ct azzurro Roberto Mancini 
Italia-Turchia all'Olimpico avrebbe aperto la rassegna itinerante. Il virus invece ha stravolto tutto: qualcuno ne resterà penalizzato, altri probabilmente cercheranno di approfittare dello spazio temporale inatteso per trovare la quadratura del cerchio
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ROMA - Forse l’ultima goccia di speranza s’è interrata il 6 marzo scorso, piovendo dall’alto come una lacrima involontaria e perdendosi nella polvere della paura per il virus, fra le preoccupazioni crescenti per ogni sorta di conseguenza individuale e collettiva: “Europei a rischio!”, si scriveva quel giorno su giornali e siti. Ed era un eufemismo perché tutti già sapevano, ma non volevano o non potevano ammettere, con l’annullamento freschissimo di classiche del ciclismo, partite di rugby e con l’occhio del mondo incollati su altri accidenti, che quel torneo non si sarebbe probabilmente mai disputato. Non nel 2020.
Sembra passato un secolo. Gli Europei che alla fine sono stati spostati (l’ufficialità il 17 marzo) al 2021 ma sempre con il vecchio nome di Europei 2020 per onorare e continuare a celebrare i 60 anni dalla prima edizione (dall’11 giugno all’11 luglio), stesse modalità, fotocopia di organizzazione e sedi, identica griglia di partenza, sempre 200 nazioni collegate in televisione, sarebbero dovuti cominciare il 12 giugno con la partita inaugurale Italia-Turchia all’Olimpico di Roma. Se uno andava in giro per la zona più sportiva della capitale sino a un mese fa avrebbe potuto documentare, non senza una punta di terrore, il più angosciante senso di abbandono delle strutture, dai campi da tennis del Foro Italico (niente Internazionali) alla cupa maestosità dell’Olimpico chiuso, ingrigito dall’inattività, forse anche invecchiato, dalla scarsa umanità rilevabile nei palazzi del potere sportivo, a cominciare dal leggendario Palazzo H del Coni, evacuato sino a metà maggio, quando dirigenti e impiegati sono tornati ufficialmente al lavoro, alla composta immutabilità delle statue dello Stadio dei Marmi, anche loro può darsi inquiete a causa dell’improvvisa desertificazione dell’area.
Curioso che proprio nell’anno peggiore (ma chi poteva immaginare una simile pandemia?) fosse stata sdoganata la formula itinerante e a 24 squadre, con viaggi continui, continui rubabandiera da una nazione all’altra (coinvolte nelle varie fasi, Roma, Londra, Baku, Monaco di Baviera, San Pietroburgo, Amsterdam, Bilbao, Bucarest, Budapest, Copenhagen, Dublino, Glasgow per un totale di 12 Paesi), e relativi impacci agonistici per calciatori e staff, senza contare le acrobazie dell’informazione per star dietro al carro di Tespi. Il 30 novembre a Bucarest era stato effettuato il sorteggio, ma mancavano ancora le squadre che sarebbero emerse dagli spareggi (ancora da disputare). L’Italia aveva sorriso: Turchia, Galles e Svizzera nel girone. Skillzy, la mascotte, che non è un granché, non ha fatto in tempo a farsi conoscere.  La squadra campione in carica sarebbe stata il Portogallo. Ma il 2016 è così lontano che non si riesce nemmeno a capire come sia stato possibile che una delle squadre più talentuose (per dna) e meno vincenti (per storia) di sempre abbia potuto fregiarsi del titolo con una rete di Eder nei supplementare contro la Francia padrona di casa e con Ronaldo infortunato che deve lasciare il campo durante la finale dopo meno di mezz’ora.

Un completo ribaltamento della verità arrivò due anni dopo: la Francia s’impose ai Mondiali, mentre il Portogallo si fermò agli ottavi, digerito da Cavani. Non ci sarebbero state, se si fossero giocati adesso gli Europei, nazioni favorite. Avremmo immaginato la Francia desiderosa di confermarsi, ma se proprio avessimo dovuto spendere un soldo in scommesse avremmo puntato sulla Germania di Kimmich, sull’Inghilterra di Sancho e Kane e, più di tutte, sul Belgio di De Bruyne e Lukaku. Per vedere Haaland avremmo dovuto aspettare gli spareggi. Italia capace di tutto. Se gli equilibri rimarranno invariati fra dodici mesi, lo sapremo fra dodici mesi. C’è tempo per riflettere su come il calcio abbia avuto o meno la forza di riprendersi davvero, al netto delle limitazioni economiche, inevitabili, e del ritorno dei tifosi sulle tribune. Su come la passione del pubblico non sia stata intaccata.

Su quanto i vari ct, per tornare gli Europei, abbiano saputo approfittare dell’inatteso spazio temporale a disposizione per riannodare quei fili pendenti, per arrivare a una “migliore” verità di gioco e di compattezza. Tecnici uno contro l’altro in nome di filosofie che dovrebbero, come però è raramente capitato nella storia del calcio delle nazionali, garantire alle rappresentative il carattere di un club. Ci stava riuscendo Mancini, ma solo in parte. Ci stava provando Martinez col Belgio. Non aveva osato nulla di simile Luis Enrique con la Spagna (con l’intervallo per la tragica scomparsa della sua piccola figlia) e men che mai aveva tentato di fare “gruppo” Southgate con i suoi inglesi (per la semplice ragione che Southgate non ha mai preteso di travestirsi da allenatore/manager). GlI ultimi 15 anni di calcio delle nazionali ci ha raccontato che più si rende “club” una nazionale e più si ottengono risultati: vedi la Spagna di Del Bosque, che aveva ereditato da Aragones. Vedi una lontana Russia di Hiddink. Ma anche la Germania di Löw, finché ha tenuto la generazione clamorosa del Mondiale 2014.  E comunque senza talenti puoi anche essere il gruppo più compatto: ma non vai da nessuna parte.
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