Burgnich, il figlio dell'operaio che divenne Roccia e segnò nella partita del secolo
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiTarcisio Burgnich fu Ermenegildo, amico del cuore di Giacinto. Nei nomi sono racchiusi i mondi e le storie profonde delle persone. Perché l'Italia di Tarcisio era così, semplice ma fantasiosa in quei battesimi di periferia, dove anche la città sembra campagna quando al mattino suona la sirena della fabbrica come suonava per papà Ermenegildo, operaio alla Viscosa. Tarcisio voleva essere come lui.
Era nato in Friuli, a Ruda (in quest'altro nome una profezia di rudezza) e aveva, di quella terra, la luce e la roccia. Proprio così, Roccia, l'aveva battezzato Armando Picchi, altro perduto ricordo di un calcio che era rigoroso come una lezione morale. Lo sa bene Gigi Riva quanto fosse pietroso Tarcisio: una volta, a San Siro, per non farsi travolgere dalla marcatura, il nostro eroe omerico con il numero 11 saltò a gomiti larghi, lasciando sul volto di Burgnich una ferita e dentro la bocca un buco: perse due incisivi e un premolare, quell…
Tarcisio Burgnich fu Ermenegildo, amico del cuore di Giacinto. Nei nomi sono racchiusi i mondi e le storie profonde delle persone. Perché l'Italia di Tarcisio era così, semplice ma fantasiosa in quei battesimi di periferia, dove anche la città sembra campagna quando al mattino suona la sirena della fabbrica come suonava per papà Ermenegildo, operaio alla Viscosa. Tarcisio voleva essere come lui.
Era nato in Friuli, a Ruda (in quest'altro nome una profezia di rudezza) e aveva, di quella terra, la luce e la roccia. Proprio così, Roccia, l'aveva battezzato Armando Picchi, altro perduto ricordo di un calcio che era rigoroso come una lezione morale. Lo sa bene Gigi Riva quanto fosse pietroso Tarcisio: una volta, a San Siro, per non farsi travolgere dalla marcatura, il nostro eroe omerico con il numero 11 saltò a gomiti larghi, lasciando sul volto di Burgnich una ferita e dentro la bocca un buco: perse due incisivi e un premolare, quella volta, il roccioso numero 2 dell'Inter e della Nazionale. Ma si rialzò senza battere ciglio e senza protestare, solo un fazzoletto bianco sulle labbra.
Poteva essere juventino e anzi lo era stato, e con i bianconeri aveva anche vinto uno scudetto da non protagonista: ma i dirigenti non credettero in lui, c'era pure una relazione medica che parlava di leggero strabismo e insomma Burgnich fu ceduto all'Inter di cui divenne colonna del tempio. La storia del calcio può cambiare, a volte, per un paio di lenti. Così iniziò un'epopea di silenzio e lavoro, con Tarcisio tale e quale al padre Ermenegildo, uno in fabbrica, l'altro in campo ma con gli stessi strumenti interiori: fare un lavoro, farlo bene e finirlo in tempo. Mani grosse e poche storie. E in pochissimi sono stati più affidabili di lui, prima parte della breve filastrocca difensiva che come un arco si tendeva da Burgnich a Facchetti (in Nazionale, la strofa la cominciava Albertosi). Ecco, Facchetti: quando al capitano toccò scegliere testa o croce della monetina che avrebbe promosso, oppure escluso, l'Italia dalla finale dell'Europeo 1968 (poi vinto), Burgnich era rimasto seduto tranquillo sulla panca dello spogliatoio: "Perché sapevo che Giacinto avrebbe fatto la scelta giusta, come sempre".
Se Giacinto era il capitano con licenzia di attaccare, Tarcisio era il tornitore inchiodato al bancone. Ma anche gli immobili, venerabili e quasi eterni nella loro postura, una volta nella vita si concedono la vertigine del viaggio, come la prima e unica gita in aereo dei nonni. Dunque - e non in una partita qualsiasi ma nella mitica Italiagermaniaquattroatre di Messico '70 - Tarcisio Burgnich scappò di casa. Accadde nel primo tempo supplementare e sul risultato di 2-1 per i tedeschi, quando Muller aveva appena segnato e gli azzurri sembravano già depressi. Era un pericolosissimo momento di stanca, quando puoi perdere il filo e non ritrovarlo mai più.
E allora, chissà perché, Burgnich fuggì dal suo domicilio e si spinse in avanti, dall'altra parte del prato e del destino. Ci fu un calcio di punizione, e Rivera sapeva che Tarcisio di testa le prendeva tutte: quando lo vide dentro l'area, incongruo, come uno che avesse sbagliato indirizzo o si fosse perduto, Gianni calciò il pallone verso la capoccia del numero 2 ma fallì la misura e mirò troppo avanti. La palla, irraggiungibile per Tarcisio, carambolò tra l'azzurro e il tedesco Held che la respinse goffamente lasciandola, in pratica, quasi ferma. A quel punto, dopo un rimbalzo strambo, Burgnich colpì col sinistro, una specie di puntonata, e segnò. Poi corse a casa, cioè nella propria area, senza esultare. Aveva avuto la sua mattana ed era tempo di tornare in catena di montaggio.
Come poi andò a finire lo sanno anche i sassi del ruscello, anche se non tutti ricordano i miracolosi salvataggi di Burgnich, uno addirittura in rovesciata sulla testa di Seeler. Questo portò gli azzurri in finale, e collocò Tarcisio nella sua seconda figurina estrema: lui che prova a saltare insieme a Pelè, angelo in decollo, irraggiungibile. Il re del calcio segnò di testa, anche questo lo sanno tutti, ma non tutti ricordano che Valcareggi aveva appena cambiato le marcature spostando Bertini su Rivelino e Burgnich su Pelè, che contro Bertini stava facendo un po' quello che voleva. L'azione del memorabile gol brasiliano si sviluppò proprio nel corso dell'infausto cambio di consegne, e Tarcisio arrivò in ritardo. Forse, sarebbe accaduto comunque. "Dicevo a me stesso: Tarcisio, anche Pelé è un uomo di carne e ossa come tutti. Mi sbagliavo". Questo Burgnich lo ripeterà sempre, non potendo tuttavia scendere da quella fotografia, come da una scala troppo alta. Adesso, però, il tempo che tutto consuma ha concesso a Tarcisio di tornare quaggiù, dove né Pelé né la corruzione degli anni e della memoria potrà più disturbarlo. Sei stato un grande, Tarcisio. Hai finito bene il tuo lavoro.